di Roberto Oliveri Del Castillo, magistrato

In una recente e provocatoria riflessione sui fondi del Recovery Plan destinati al Sud (“Sul Recovery plan e i fondi al Sud facciamo un ‘trade off’. Così rispondiamo ai lamentosi cronici”, FQ Blog, 1 maggio 2021, di Vincenzo Imperatore), con arguti argomenti suggestivi e concetti anglosassoni non proprio di uso comune (il “trade off”) si è detto in sostanza questo: “cari meridionali, non lamentatevi troppo, perché arrivano tanti soldi quanti non ne avete mai visti”. Ma è proprio così? Forse qualche chiarimento appare opportuno se non doveroso.

Tanto per cominciare il “trade off” è una scelta tra due o più possibilità, in cui alla diminuzione di una quantità corrisponde un aumento di un’altra quantità, nei processi economici noto anche come relazione costo/opportunità, dove al decrescere dell’uno c’è una crescita dell’altro, ovvero ad uno svantaggio di un aspetto economico corrisponde un vantaggio maggiore di un altro aspetto economico, di tal che la scelta del vantaggio maggiore appare comunque preferibile. Sta di fatto che, nel discorso relativo alla corretta allocazione dei fondi Ue connessi all’emergenza Covid19, non si vede quale sia il “trade-off”, il vantaggio (maggiore) connesso allo svantaggio (minore) di cui si parla e di cui il Sud dovrebbe rallegrarsi.

In realtà, nel discorso sui RF e sulla loro quantificazione al Sud si utilizza, più che arguti quanto inappropriati concetti anglosassoni, una semplice figura retorica greca, ovvero l’anastrofe, il rivolgimento, normalmente applicato a termini grammaticali, in tal caso applicato a concetti. L’anastrofe, il rivolgimento, è chiaro: invece di cavillare su quanti soldi sarebbero spettati secondo i principi applicativi elaborati dall’Ue (pil delle aree di intervento, livelli di disoccupazione e popolazione) – che avrebbe comportato, per ridurre gli squilibri, l’allocazione di qualcosa come il 70% dei fondi alle regioni meridionali – si è adoperato il solo criterio della popolazione residente al sud, ovvero il 34%, più qualche soldo già spettante al Sud prelevato dai fondi per la coesione (cioè soldi già spettanti al Sud!) con un giochetto di prestigio contabile degno dei soliti esperti di finanza creativa che da anni imperversano nei bilanci pubblici e privati. Totale, 40%. Altro che “trade off”, siamo ai soliti “accounting tricks” – se vogliamo usare i soliti inglesismi fighetti – fatti passare nel silenzio di quella classe politica meridionale, nazionale come locale, che da decenni accetta che i territori del Sud siano sacrificati nelle scelte economiche nazionali, per tenere buone le comunità del centronord, agitate da trentennali spauracchi leghisti.

È vero che 80 miliardi di euro sono tanti soldi, mai visti al Sud. Verrebbe da dire, all’arguto censore, che forse li avremmo visti anche prima, se negli ultimi vent’anni non fossero state sistematicamente sottratte al Sud somme annue molto vicine a quella prevista dai RF (cfr. dati pubblicati dal rapporto Svimez 2020 che parla di 60 miliardi di euro all’anno sottratti), che moltiplicate per i bilanci degli ultimi vent’anni fa una cifra spaventosa. Ciò posto, questo rende “lamentoso” il sostenere che, per i criteri elaborati in sede Ue, il diritto alle risorse al sud era ben altro?

Anche l’argomento “sprechi” (vero, per carità!) è, a ben vedere, un’anastrofe. Basta osservare la cronaca degli ultimi vent’anni per vedere quante opere pubbliche al nord hanno determinato sprechi abissali di denaro pubblico e quanta cronaca giudiziaria se n’è dovuta occupare (tra tutte, MOSE docet).

Ricordo, infine, che noi siamo il paese che si è dovuto inventare una legge del 2016 per stabilire (come se non fosse ovvio) che al Sud vanno riconosciuti finanziamenti, in ragione della popolazione, almeno pari al 34%, perché prima al massimo si arrivava al 20% o giù di lì. Ed in effetti, facendo due conti semplici anche per un liceale classico come chi scrive, si arriva alle somme calcolate dallo Svimez. E gli ricordo anche che noi siamo il paese dove, quando si parla di risorse pubbliche da destinare alle comunità, invece di procedere all’elaborazione dei Lep (Livelli Essenziali di Prestazioni) si continua ad operare con il criterio della spesa storica, che vuol dire spesso zero al Sud (cfr. Zero al Sud, la storia incredibile dell’attuazione perversa del federalismo fiscale, di Marco Esposito, Rubbettino Editore).

E ciò succede a causa soprattutto delle convergenze tra partiti diversi che si creano nelle commissioni dove si decidono i flussi, pur di trattenere le risorse al nord. Però non si può dire, altrimenti è il solito lamento. Sarà per questo che (quasi) nessun politico meridionale protesta? Per non apparire lamentoso? O perché alla fine, gli “accounting tricks” convengono anche a loro?

Infine, una semplice constatazione. Quando uno Stato deve far progredire un territorio sottosviluppato, attua politiche di bilancio finalizzate a programmare un ipersviluppo di quel territorio a spese dei territori più ricchi, per agevolarne la equiparazione in standard di vita, infrastrutture, capacità produttiva, rispetto ai territori più avanzati. È accaduto in Germania all’indomani della caduta del muro di Berlino con l’unificazione della parte Est, molto più povera ed arretrata della parte Ovest dopo 40 anni di regime comunista. Ebbene, nel 1991 il governo federale introdusse una tassa, la “Solidaritatszuschlag”, di ben il 5,5% sul reddito di tutti i cittadini tedeschi per finanziare la ricostruzione dell’Est.

Nel giugno del 1990 fu fondata la Treuhandstalt, una società col compito di ristrutturare le 8.500 imprese di stato della Ddr, con condizioni vantaggiose per attrarre investimenti stranieri. Uno sforzo enorme, che continua tutt’ora, con risultati che si segnalano tra luci ed ombre (cfr. “Germania: quanto è costata ai tedeschi, all’Europa e all’Italia la caduta del muro”, di Milena Gabanelli e Danilo Taino, sul Corriere della Sera del 29 ottobre 2019). Con uno sforzo di bilancio che dura da circa 30 anni i risultati sono stati comunque conseguiti, sebbene gli squilibri siano ancora esistenti.

Viceversa la strada intrapresa nel nostro paese, in una sorta di Robin Hood al contrario, appare l’esatto inverso (ancora una anastrofe, stavolta economica): si toglie alla parte povera, per destinarla alla parte più ricca e avvantaggiata. Quanto sia miope questa politica è sotto gli occhi di tutti, anche se il vero problema per qualcuno, sembra sia il farlo notare.

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