C’è chi si sente “prigioniero“, dopo un anno di attesa dalla richiesta di regolarizzazione. Chi è stato licenziato in piena pandemia da Covid-19, o si è contagiato. Ma anche chi è stato ricattato da datori di lavoro che si erano impegnati per un’assunzione, poi mai arrivata. E chi, pur disilluso, continua ad aspettare una chiamata dalla Prefettura, nella speranza di poter portare i propri figli in Italia. Ma c’è anche chi un datore di lavoro non lo ha più. Come Vicky, badante e colf colombiana che vive da due anni a Novara. Il suo titolare è morto in un incidente, poco dopo aver chiesto di sanare la sua posizione. Un dramma che si è trasformato in una beffa per la lavoratrice: perché, tra una prefettura latitante e una pubblica amministrazione che non risponde alle sollecitazioni e alla documentazione inviata, ora si ritrova senza occupazione e senza stipendio. “Non può accettare altri lavori in modo regolare, fino alla chiamata che tarda ancora ad arrivare”, spiegano le associazioni che hanno seguito la sua pratica. E non è certo l’unica.

Altro che emersione. Sono storie di diritti negati. Speranze tradite. Vite prese in ostaggio in un limbo di burocrazia. Perché è passato quasi un anno dalle lacrime dell’ex ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, quando, dopo il via libera da parte del Consiglio dei ministri all’attesa sanatoria di braccianti, colf e badanti, l’esponente di Italia viva annunciava commossa: “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Lo Stato è più forte del caporalato”. Parole che, a distanza di otto anni dalla precedente regolarizzazione, avevano acceso non poche aspettative per tanti migranti sfruttati per pochi euro l’ora nei campi della penisola, così come per tanti lavoratori domestici stranieri.

Al di là del compromesso politico allora raggiunto, con la mediazione tra le forze del governo giallorosso che portò a restringere fortemente la platea, c’è chi esultò per quel primo passo sulla strada della regolarizzazione. Ma oggi chi sperava di uscire dalla clandestinità è rimasto deluso. Basta vedere i numeri di una sanatoria che, un anno dopo, ha le sembianze di un provvedimento fantasma. Sospeso, come mostra la campagna “Ero Straniero”: su 207mila domande presentate, poche migliaia sono i permessi di soggiorno rilasciati. Ma è ancora più basso il numero delle pratiche lavorate e in lavorazione, quasi irrisorio. “Una situazione di stallo, con pesanti conseguenze in termini di sicurezza sociale, sanitaria e di legalità per il nostro Paese”, attacca Giulia Crivellini, tesoriera dei Radicali italiani, tra i promotori della stessa campagna.

“Abbiamo monitorato i dati dello stesso ministero dell’Interno: a otto mesi dalla data di chiusura della presentazione delle domande (16 febbraio 2021, ndr), al 31 marzo 2021 soltanto il 5% delle 207.542 domande presentate sono state esaminate. E solo lo 0,71% ha concluso la procedura, con 1480 permessi di soggiorno rilasciati”. Tradotto, se già c’era chi parlava di flop per i numeri bassi delle richieste (dopo che l’esecutivo aveva escluso lavoratori di altri settori come logistica ed edilizia), ora il fallimento è confermato dalla lentezza della macchina burocratica. Dopo la denuncia lanciata da ‘Ero Straniero‘, così, c’è stato qualche timido segnale di svolta. Anche se tutto procede ancora a rilento. Secondo i dati più recenti forniti dallo stesso Ministero dell’Interno a IIFattoQuotidiano.it, alla data del 10 maggio “gli sportelli unici delle Prefetture hanno richiesto alle Questure il rilascio di 22.898 permessi di soggiorno sulla base delle procedure di regolarizzazione concluse con esito positivo”. Mentre, si spiega dal Viminale, “sono state rigettate 2691 richieste di regolarizzazione” e “le rinunce sono state 816”. Tradotto, la percentuale delle domande definite positivamente è passata dal 5 all’11% circa del totale delle istanze pervenute. E complessivamente, quelle esaminate (indipendentemente dall’esito) sono il 12,7%.

I ritardi però restano evidenti. E, di fatto, ammessi pure dal ministero. Non a caso, nel tentativo di accelerare le pratiche, il 3 febbraio scorso il Viminale aveva diramato una circolare con la quale invitava le prefetture a superare la “evidente lentezza con la quale procede la trattazione delle istanze di emersione”, oltre che “sensibilizzare gli uffici territoriali su una più celere definizione delle istruttorie, pur nella consapevolezza delle difficoltà contingenti”. Proprio per questo erano state anche definite le assunzioni di personale a tempo determinato: alla data di ieri, precisa ancora il ministero “gli interinali assunti per lo svolgimento delle procedure di regolarizzazione sono 676 degli 800 previsti, tenuto conto delle rinunce di alcuni dei candidati selezionati”. L’obiettivo? Aumentare il disbrigo delle pratiche, grazie a 30 milioni di euro stanziati lo scorso anno. “Tutte le sedi territoriali delle Prefetture interessate dalla procedura di regolarizzazione sono state coperte. Ed è in corso lo scorrimento della graduatoria per arrivare al più presto all’intera copertura degli 800 posti previsti”, hanno concluso dal Viminale. Un’accelerazione evidente sulle pratiche, però, ancora non c’è stata, dati alla mano. Il motivo? “Di particolare complessità, richiedono la presenza degli interessati”, si leggeva nella stessa circolare ministeriale di febbraio, precisando come la pandemia avesse “reso necessario ridurre gli appuntamenti con l’utenza”. Così, circa 180mila persone continuano ad aspettare una chiamata.

“Abbiamo calcolato che a Roma ci vorranno cinque anni per evadere tutte le domande, a Milano addirittura ben 30“, denunciano da “Ero Straniero”. Di fatto, “non ha sanato un bel nulla”, come spiega Alessandro Verona, referente medico per l’Europa di Intersos. Per questo motivo diverse associazioni che si occupano di migranti si sono rivolte al governo e al Parlamento affinché salvi quel provvedimento, oltre che per spingere le Camere a riprendere l’esame della proposta di legge popolare di riforma della normativa sull’immigrazione, bloccato da più di un anno. Per cambiare quella legge Bossi-Fini da anni contestata. Nulla da fare, almeno per ora. “Non abbiamo ancora ottenuto risposte”, denunciano da “Ero Straniero”. Un silenzio che nella vita di tante persone, bloccate nell’iter della regolarizzazione sospesa, si traduce in diritti cancellati. A partire dallo stesso accesso al sistema sanitario. “Nella realtà, in molti territori, questa possibilità viene negata. Perché senza il permesso di soggiorno non viene rilasciata la tessera sanitaria. E senza quest’ultima sarà estremamente difficile rientrare nella campagna vaccinale anti-COVID in corso”, aggiunge Crivellini. Ma non solo. “Non posso aprire un conto corrente, né fare l’Isee e usufruire delle agevolazioni economiche per le mense scolastiche per chi ha un reddito basso. O avere la disoccupazione”, c’è chi spiega.

Eppure, in molti continuano a sperare in una svolta: “Ho due figlie piccolissime in Colombia, vorrei fare un ricongiungimento familiare e portare la mia famiglia in Italia. Ma è impossibile senza prima ricevere la chiamata della Prefettura. E non posso partire, la mia richiesta rischierebbe di venire rigettata”, chiarisce invece Maria (nome di fantasia, per garantire il suo anonimato, ndr). “Ogni mattina mi sveglio e questa domanda mi torna in mente: è il caso di andarmene via? Ma lì, in Colombia, non c’è salvezza. E non avrei nemmeno i soldi per il viaggio, perché nel frattempo dell’attesa ho perso pure il lavoro e devo arrangiarmi, con qualche attività in nero. Non mi resta che attendere”, sottolinea Steben, nel nostro Paese da due anni. Senza dimenticare chi è partito per un lutto e al ritorno in Italia “si è visto respingere la pratica“, come denunciano dal gruppo “Non possiamo più aspettare”, che da settimane protesta di fronte alle prefetture delle principali città italiane.

Non c’è più tempo, spiegano. Ma intanto una recente circolare ministeriale, emanata dal Viminale lo scorso 21 aprile, rischia di sbarrare ancora una volta la strada alle speranze di tanti braccianti, già disillusi dai ritardi nell’esame delle richieste: “In base a questa circolare, che contraddice la normativa stessa e precedenti circolari, quei lavoratori che hanno fatto la domanda per essere regolarizzati, per un lavoro a tempo determinato, nel caso il lavoro sia terminato, o lo abbiano perso, non possono vedersi riconoscere il permesso di soggiorno. Sarebbe una beffa, considerato come gran parte dei lavori agricoli durano due o tre mesi”, spiega Danesh Kurosh, responsabile del reparto immigrazione Cgil. Per questo la richiesta al Ministero è di ritirare la circolare, in modo da poter dare indicazioni chiare alle Questure affinché “in caso di cessazione del rapporto di lavoro con cui è stata avviata la procedura di emersione, vi sia il rilascio di un permesso per attesa occupazione, a meno che non sia comprovato che la domanda non sia stata presentata strumentalmente per il rilascio del titolo di soggiorno”, spiegano associazioni come Asgi, Amnesty, Centro Astalli, Sanità di Frontiera, Comunità di Sant’Egidio e tante altre. Altrimenti sarebbe l’ennesimo ostacolo per un’emersione già azzoppata dai ritardi.

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