La strategia della disinformazione ha creato il ‘caso Moro’ e noi siamo ancora qui, dopo oltre 40 anni, a farci molte domande che avrebbero potuto trovare risposte da subito. L’operazione ha funzionato e non c’è da stupirsene: ai comandi c’erano Steve Pieczenick e i suoi collaboratori piduisti, tutti intorno a quel Comitato di crisi, al quale partecipava anche Licio Gelli (lo ha detto Bettino Craxi a Sandra Bonsanti) e che affossò ogni possibilità di far uscire vivo il presidente della Dc dalla ‘prigione del popolo’. Sbaragliando le Br, che volevano trattare, al di là della retorica rivoluzionaria, e qualsiasi possibilità di soluzione.

Nei pochi appunti disponibili dei ‘grandi saggi’, agli atti parlamentari già nell’VIII legislatura, il criminologo americano dà una indicazione precisa. Dice così: “È importante che la stampa riceva ogni giorno un pacchetto controllato di notizie. Il governo deve esercitare un attento controllo su tutte le notizie fornite agli organi di diffusione con il preciso intento di diminuire l’intensità del caso Moro e di manovrare una strategia che offra al governo la massima flessibilità tattica. La strategia del temporeggiamento deve essere presentata in maniera da far ritenere che il governo ha già studiato piani alternativi di vario genere ma che la loro attuazione richiede tempo. Ovviamente la stampa non ne sarebbe soddisfatta e fornirebbe una serie di notizie erronee. Ciò però è sempre di gran lunga meglio che non avere il controllo della situazione”.

Pezzo dopo pezzo la scena reale del caso è stata frantumata. Prendiamo il capitolo piuttosto delicato, e anche imbarazzante per i cervelli delle Br, di Gladio. Quando apprendemmo, bontà loro, anzi bontà sua (A, la prima lettera dell’alfabeto, ovvero Andreotti), dell’esistenza di questa struttura segreta, nel ‘90, tutti a chiedere: ma Moro sapeva? Nelle sue risposte scritte, riunite nel cosiddetto Memoriale, nella parte scoperta non nel ‘78 ma nell’ottobre del 1990 – in concomitanza con le rivelazioni di A, lecito aver dubbi su un tempismo probabilmente davvero frutto del caso – egli ammette l’esistenza di strutture antiguerriglia, un passaggio che le Br occultano, sostenendo di non averlo capito.

Moro scrive proprio: “La domanda cui si risponde tende a prospettare una evoluzione della Nato che tenderebbe a volgersi verso una strategia antiguerriglia”. Era un tema caro a Moretti e ai suoi amici fiorentini o genovesi o parigini. Eppure la questione è stata profondamente ‘depotenziata’ da tutti. Moretti fa la parte dell’ingenuo, le istituzioni si avvinghiano a un dibattito su ciò che sapeva o non sapeva Moro.

Taviani lo disse chiaro e tonde in Commissione stragi, rispondendo ad una domanda di Marco Boato: “Se Moro conosceva Gladio? Moro ne era al corrente certissimamente”, raccontando poi: “Una volta lo accompagnavo in macchina, era il momento delicatissimo dell’Alto Adige e mi domando se in tutte queste cose c’entrava quella che lui chiamava ‘struttura parallela’…”.

Fa da corredo alla questione il traffico di documenti segreti che vanno e vengono dal suo studio di via Savoia e forse entrati nel carcere. La destrutturazione di questo capitolo da parte dei protagonisti del sequestro – le Brigate rosse e la Dc – è un paradigma importante di come sia stata affossata la verità. Del resto Pieczenick lo ha scritto: “Mi è sembrato che Moro avesse già parlato troppo durante il suo rapimento in relazione all’esistenza di Gladio… Faceva troppa paura, non poteva più uscire vivo”. Doveva morire.

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