Quest’anno celebriamo i primi 160 anni dell’Esercito Italiano. È il 4 maggio del 1861 quando il Ministro della guerra Manfredo Fanti “rende noto a tutte le Autorità, Corpi ed Uffici militari che d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione d’Armata Sarda”. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, l’esercito sabaudo per fortuna non esiste più e oggi possiamo contare su una moderna organizzazione militare, posta a difesa di uno Stato democratico.

Quello che qui preme sottolineare è che la ricorrenza giunge mentre è in corso un difficile processo di sindacalizzazione, che potrà però realizzare fino in fondo il principio costituzionale di democraticità delle Forze armate sancito a chiare lettere nell’art. 52 della Costituzione. Con la storica sentenza n. 120 dell’11 aprile 2018, la Corte costituzionale ha cancellato l’anacronistico divieto di organizzazione sindacale – che di fatto relegava tutti i militari a cittadini di serie B, privati persino in larga misura del diritto alla libera espressione del pensiero – e passato la palla al legislatore per la definizione dei ragionevoli limiti dell’azione del sindacato, dopo aver opportunamente escluso lo sciopero dai mezzi di lotta.

Il fatto è che nel maggio 2021, a più di tre anni da quella pronuncia, i lavoratori dell’Esercito (e gli altri militari) stanno ancora aspettando una normativa che regoli la loro libertà sindacale. Quelle sigle che si sono già costituite con l’“assenso” ministeriale vivono perciò sospese in uno scomodo limbo di attesa e incertezza. La proposta di legge, approvata alla Camera dei deputati e approdata al Senato solo nel settembre 2020, risente ancora di quella vetusta logica della separazione dei corpi armati dello Stato dalla società civile che già condizionò la legge n.121 del 1981 (riforma della Polizia). Viene introdotta una serie impressionante di lacci, lacciuoli e cautele, non sempre sostenibili sul piano costituzionale, che rischia davvero di vanificare la sindacalizzazione.

Nel testo è ben visibile lo sforzo di tagliare le unghie al nuovo sindacato, configurato come autonomo dalle confederazioni degli altri lavoratori, sottoposto a controllo governativo e dotato di scarso potere contrattuale. È facile preconizzare le inevitabili degenerazioni corporative, con associazioni sindacali pronte a difendere anche i comportamenti abusivi dei propri iscritti (nonnismo, condotte irregolari nei servizi di ordine pubblico, ecc.). Chiaramente iniqua e penalizzante appare la giurisdizione del giudice amministrativo sulle condotte antisindacali.

Del tutto irragionevole è poi la norma che esclude dalla competenza del sindacato la “trattazione” delle materie attinenti all’ordinamento militare, all’addestramento, alle operazioni, al settore logistico-operativo, al rapporto gerarchico-funzionale e all’impiego del personale (sic!). Insomma, i futuri sindacalisti potranno giusto scegliere tra le pere e le mele per la mensa.

È utile rilevare che l’ostilità alla riforma è normalmente fondata sul pregiudizio che la sindacalizzazione produca inefficienza. La fallacia dell’argomentazione è dimostrata da una semplice constatazione: non abbiamo notizia che gli eserciti dei Paesi del Nord Europa, storicamente aperti al sindacalismo militare, siano meno efficienti del nostro. Il sindacato potrà al contrario costituire uno stimolo al miglioramento dell’organizzazione: più trasparenza, maggiore attenzione per le condizioni di lavoro, una dialettica democratica equilibrata, nuove forme di controllo sulle decisioni non potranno che giovare all’apparato militare, nell’interesse della collettività e a tutela dei diritti dei cittadini con le stellette.

Per i 160 anni dell’Esercito arriveranno puntuali i messaggi di apprezzamento dei politici. Saranno riconosciuti il valore e i sacrifici dei nostri soldati, impiegati in Italia e all’estero. Ma per festeggiare nel migliore dei modi questo anniversario sarebbe bello che la politica manifestasse l’impegno ad approvare al più presto una buona disciplina sul sindacato militare, per rendere effettivo un diritto troppo a lungo e ingiustamente negato.

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