di Clarissa Persichini Costanzo

Era il 1945, l’Europa ancora impegnata nella Seconda guerra mondiale, l’Italia divisa, il nord occupato dai nazisti, in corso una guerra per la liberazione. Eppure, il 31 gennaio di quell’anno, nonostante la profonda crisi sociopolitica, il Consiglio dei ministri ritenne ugualmente necessario discutere di una questione ormai inevitabile, il diritto di voto per le donne, tema che fu trattato, votato ed emanato sotto forma di Decreto Legislativo (luogotenenziale n. 23) il 1° febbraio 1945. Neanche all’ora erano tutti favorevoli, ma questo era ormai diventato un argomento improrogabile, conseguenza dei tempi.

Oggi come allora, ci troviamo di fronte a una questione di diritti, cioè di fronte a un disegno di legge per stabilire l’illegalità della propaganda e dell’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Oggi, però, questo disegno di legge, già accettato alla Camera, è fermo ormai da più di sei mesi al Senato (calendarizzato in questi giorni), e una delle principali motivazioni addotte da coloro che vi si oppongono è che il provvedimento legislativo, in questa fase di crisi pandemica che da ormai più di un anno prevale su qualunque altro argomento politico e sociale, non rientra tra le “priorità di governo”.

Ora, salvando le differenze, a cosa ci serve fare un paragone storico come quello che ho riportato qui sopra? È molto semplice: ci serve a capire che la civiltà e la necessità di avanzare nella difesa dei diritti sono sempre una priorità. Ci serve a capire che le esigenze, come quelle di far risorgere un paese in piena crisi dopo una guerra o una pandemia mondiale, non possono essere anche scuse per accantonare problemi reali, perché le persone omosessuali, transessuali e disabili, non possono aspettare un Recovery Plan o Piano Marshall di turno per essere tutelati legalmente dallo stato italiano.

Ci serve a capire che non può essere prorogato nessun tema che entri in difesa di una comunità che è sempre stata ed è tutt’ora, anche con numeri sempre più preoccupanti, vittima di continue violenze e denigrazioni. Ci serve a capire che dire Sì al Ddl Zan non vuol dire No ai decreti per la ripartenza, così come nel 1945 aver detto Sì al diritto di voto alle donne, non ha ostacolato le politiche del momento per la ripresa del paese (anzi, a proposito di priorità, un anno dopo la prima chiamata alle urne per le donne italiane insieme a tutti gli uomini, si votò per far dell’Italia una Repubblica).

A dimostrazione del fatto che una cosa non esclude l’altra e che oggi si può morire di Covid ma anche di botte e di abusi, ci sono anche le immagini degli operatori sanitari che, sebbene impegnati in prima linea nella lotta alla pandemia, si sono uniti al movimento per sbloccare il disegno di legge al Senato, scrivendo l’hashtag #ddlzan sul retro delle loro tute anti-contagio, alla faccia di tutti coloro che credono che questa non sia una priorità.

Come vedete, anche la storia ci insegna a capire quando ci stanno prendendo in giro. Perché il paragone storico fra queste due vicende? Una ci dà la prova di come bisognerebbe affrontare l’altra. Una ci avverte sul perché sia così prioritario affrontare l’altra. Perché, che cosa sarebbe successo se l’allora governo Bonomi non avesse ritenuto una priorità intervenire su un argomento così fondamentale come il diritto delle donne di esprimere la loro posizione politica? Se non fosse stato in quel momento, quando sarebbe stato? Se non è adesso, quando sarà?

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