“La libertà di stampa in Egitto è morta. La situazione va peggiorando di anno in anno e non è mai stata così drammatica sotto il regime di al-Sisi. Il potere ha emanato leggi per bloccare il dissenso e l’informazione è sotto totale controllo dei servizi di sicurezza”. Le parole di Khaled el-Balshy, ex presidente del Sindacato dei Giornalisti egiziani non inducono certo all’ottimismo, specie nella Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa.

Alla guida della categoria negli anni che si pensavano tra i più bui per la galassia informativa del Paese nordafricano, tra il 2015 e il 2018, el-Balshy è finito a suo modo sotto tiro del regime. L’anno scorso il fratello minore, Kamal, è stato arrestato e, come centinaia di casi, è in attesa di giudizio e in carcere preventivo con la detenzione periodicamente rinnovata.

Khaled el-Balshy, oggi direttore del sito informativo Daarb, era a capo del sindacato nei mesi drammatici del caso Regeni e segue da vicino le sorti di Patrick Zaki: “Ogni tentativo di fare pressione nei confronti del regime è positivo, ritengo dunque che la campagna informativa che l’Italia sta mettendo in campo per i due casi sia assolutamente positiva – spiega el-Balshy -. Ogni singolo articolo, pubblicazione di report e così via è importante e necessario per tenere viva l’attenzione. Il dissenso infastidisce il regime e più voci ci sono in campo più il potere si trova a disagio. Altrimenti la gente si dovrebbe accontentare di un solo canale informativo, quello di supporto al governo. Ormai non ci sono più giornali, siti e agenzie in Egitto, ma un solo, grande editore, lo Stato che detta le regole a cui doversi attenere e fa propaganda giornaliera nei confronti della popolazione. Gli altri, i pochi siti di notizie rimasti come Daarb, al-Manassaa e Mada Masr vengono bloccati e oscurati e i giornalisti scomodi imprigionati, ‘comprati’ dal potere. Noi di Daarb non ci fermiamo, non lo abbiamo mai fatto, anche dopo essere stati bloccati per un mese dal governo a cui cerchiamo di rendere difficile la vita. Purtroppo corriamo dei rischi e a pagarne le conseguenze sono stati due giornalisti del sito, tra cui Shaima Sami, per non parlare dell’arresto di mio fratello”.

Informazione avvelenata anche nel periodo più drammatico: “Prenda l’emergenza Coronavirus, chi ha tentato di fare informazione ne ha subìto le conseguenze e i sanitari che hanno alzato la testa o sono morti o sono finiti in carcere”, aggiunge l’ex leader del sindacato, oggi nella bufera a causa di brogli durante le ultime elezioni, a marzo. La lista dei giornalisti in cella è lunghissima.

A inizio aprile Anhri (Arabic Network for Human Rights information), una ong antiregime in prima linea, ha presentato un report dettagliato con i nomi e le storie di 33 giornalisti finiti in carcere negli ultimi anni, rei soltanto di aver svolto il loro lavoro. Una parte di questi giornalisti sconta la repressione del governo a cavallo tra agosto e settembre del 2013, il periodo delle manifestazioni contro il governo golpista di al-Sisi e le repressioni nelle piazze del Cairo. Altri sono stati arrestati e imprigionati tra il 2019 e il 2020.

Casi molto noti in Egitto, come appunto quello di Shaima Sami fermata ad Alessandria d’Egitto il 20 maggio del 2020 ed Esraa Abdel Fattah, in cella nella prigione cairota di Qanater dal 13 ottobre del 2019. A giugno dello stesso anno è finito in prigione a Tora Hisham Fouad. Il Fatto Quotidiano si è occupato di lui nei mesi scorsi dopo l’allarme lanciato da alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani a causa delle sue precarie condizioni di salute. Infine Mohamed Salah, fermato in un bar della capitale egiziana, nel quartiere di Doqqi a fine novembre del 2019. Quel giorno Salah era in compagnia di altri due colleghi, Solafa Magdy e Hossam al-Sayyad, marito e moglie. La coppia è stata rilasciata poche settimane fa: “Abbiamo vissuto un periodo drammatico – raccontano i due giornalisti – e se abbiamo resistito è stato per nostro figlio Khaled. Siamo sopravvissuti dopo 18 mesi di sofferenza e privazione. Sembrava un sogno ormai, avevamo perso ogni speranza, ma in un battito di ciglia è diventato realtà. Adesso vogliamo soltanto pensare a nostro figlio”.

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