Il locale nelle campagne di Andria in cui era nascosto l’arsenale da guerra scoperto dalla Dda di Lecce “era nella disponibilità” dell’ex giudice barese Giuseppe De Benedictis, arrestato nelle scorse settimane per corruzione con l’accusa di aver scarcerato alcune persone accusate di mafia in cambio di tangenti. È quanto sostiene – come riferisce il suo avvocato Mario Malcangi – il proprietario della villa, il 56enne Antonio Tannoia, arrestato in flagranza, dopo il ritrovamento delle armi.

In una dependance della villa la Squadra mobile di Bari, intervenuta su ordine dell’Antimafia leccese guidata da Leonardo Leone De Castris, ha ritrovato mitragliette Uzi, fucili Kalashnikov, mitragliatori d’assalto come M12 e Ar15, 99 pistole, mine anticarro, bombe a mano, altri fucili, carabine di precisione e mitragliette, più circa 3.400 detonatori e 10 silenziatori per bombe a mano.

Tannoia è in carcere con le accuse di detenzione illegale di armi, comuni e da guerra, e ricettazione. In sede di udienza di convalida dell’arresto dinanzi al gip di Trani, l’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere, anticipando la propria disponibilità a parlare con la procura di Lecce, ma, stando a quanto riferito dalla difesa, durante la perquisizione aveva fatto dichiarazioni spontanee spiegando che le armi non erano sue e che il locale dove erano custodite era nella disponibilità dell’ex giudice.

De Benedictis è anche lui in carcere dal 24 aprile nell’ambito dell’inchiesta su presunte scarcerazioni di pregiudicati in cambio di denaro. Come l’avvocato Giancarlo Chiarello, anche lui arrestato, durante gli interrogatori di garanzia, ha confessato. De Benedictis è stato poi sottoposto proprio giovedì, contestualmente alla perquisizione ad Andria, ad un altro interrogatorio investigativo dinanzi ai pm di Lecce, sul cui contenuto si mantiene il massimo riserbo.

Nell’ordinanza che ha portato all’arresto del magistrato si legge che in cambio di denaro “sostituiva l’originaria custodia in carcere, da lui stesso applicata, con misure meno afflittive quale quella degli arresti domiciliari o, addirittura, dell’obbligo di dimora nel comune di residenza”. Con i soldi, insomma, si poteva anche rimettere i mafiosi nel loro territorio, come è successo a membri dei clan foggiani.

I carabinieri hanno ritrovato nell’appartamento di De Benedictis 60mila euro nascosti nelle prese elettriche dell’abitazione. A casa del figlio dell’avvocato Chiarello, invece, sono stati individuati tre zaini all’interno dei quali era custodita la somma di 1 milione e 300mila euro. L’ultimo tassello dell’indagine risale al 9 aprile scorso quando i militari hanno pedinato il magistrato che dopo aver incontrato l’avvocato Chiarello si è recato nel suo ufficio: le telecamere installate dagli investigatori hanno permesso di filmare l’apertura di una busta all’interno della quale c’era un fascio di banconote da 50 euro. A quel punto i militari hanno fatto irruzione e perquisito l’ufficio ritrovando la mazzetta da 6mila euro che il magistrato aveva appena ricevuto.

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