Assolti “perché il fatto non sussiste“. Questa la sentenza, a 3 anni e mezzo dall’apertura del processo, per quattro ex dirigenti del Teatro alla Scala imputati di omicidio colposo dopo la morte di una decina di lavoratori esposti ad amianto nei locali del Piermarini, prima delle bonifiche. Sono state così respinte le condanne richieste dal pm Maurizio Ascione, che vedevano pene comprese fra i 2 anni e mezzo e i 7 anni di carcere per gli imputati: l’ex sovrintendente Carlo Fontana, l’ex referente del Centro diagnostico italiano Giovanni Traina, l’ex direttore tecnico Francesco Malgrande e l’ex dirigente per gli affari generali Maria Rosaria Samoggia. “La ragione non confessata dell’utilizzo dell’amianto – ha detto il pm Ascione -, non accompagnato da forme di prevenzione, è stata il risparmio di risorse per investimenti che avrebbero garantito la messa in sicurezza da situazioni a rischio. Il Teatro Alla Scala aveva una grandissima rilevanza culturale, imprenditoriale e politica ed era a conoscenza di tutto il percorso normativo, scientifico e culturale sui rischi dell’amianto”.

“Vergogna, sono stati uccisi per la seconda volta”, hanno urlato alcuni rappresentanti delle associazioni delle vittime dopo la lettura della sentenza. Sulla sentenza si è espresso anche l’avvocato Marco De Luca per la Fondazione Teatro alla Scala, la cui responsabilità civile (così come quella del Centro diagnostico italiano) è stata esclusa. “Non vi è stata nessuna negligenza – ha affermato l’avvocato – da parte di chi ha gestito il teatro e le sostanze pericolose in oggetto”. In occasione dell’ultima udienza, una cinquantina di persone, tra le quali alcuni familiari delle vittime, si sono riunite fuori dal Palazzo di Giustizia per chiedere “verità e giustizia” attraverso un sit-in. I partecipanti erano sostenuti dai comitati, dall’Associazione Italiana Esposti Amianto, Cub info e spettacolo e Medicina Democratica. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.

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