È ufficiale: giovedì 22 aprile 2021, giornata internazionale della Terra, è entrato in vigore l’accordo di Escazú. L’evento è stato celebrato a livello mondiale e anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso la sua soddisfazione: “Questo è un traguardo storico per la regione e per il mondo. Oltre ad essere il più recente accordo ambientale multilaterale negoziato e adottato sotto gli auspici delle Nazioni Unite, l’accordo di Escazú è anche il primo trattato ambientale regionale dell’America Latina e dei Caraibi”.

Questo lungo cammino è iniziato con la “Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo”, approvata al secondo Vertice della Terra a Rio de Janeiro nel 1992 e precisamente con il principio numero 10, dei 27 redatti nella suddetta dichiarazione. Da quel momento i diritti ambientali, e la loro relazione intrinseca con le società nazionali latinoamericane, entrarono a far parte dell’agenda politica regionale. Successivamente, nel 2012, alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile – Rio +20, furono 10 paesi della regione, guidati da Cile e Costa Rica, a porre l’accento sulla necessità di rendere effettivi i principi del 1992 e avviare una trattativa per la redazione di un accordo integrale in materia ambientale.

Dopo 4 anni di negoziazioni iniziate ufficialmente nel novembre 2014 con la “Decisione di Santiago del Cile”, il 4 marzo 2018 viene siglato l’accordo finale, nella città di Escazú, in Costa Rica. Sono 24 i paesi dell’America Latina e dei Caraibi firmatari di questo pioneristico strumento giuridico regionale che, tra le altre cose obbliga a “prevenire, indagare e punire attacchi, minacce o intimidazioni” contro i difensori dell’ambiente. Il problema però è che non tutti i paesi firmatari hanno ratificato l’accordo: tra i grandi della regione, Ecuador, Bolivia, Argentina e Messico hanno “aperto le danze”, ma ci sono ancora importanti assenze come Brasile, Colombia, Cile e Perù. Da sottolineare che Venezuela, Cuba, Suriname, Bahamas e Barbados non partecipano all’accordo.

In questo contesto di incertezza politica, economica e sanitaria, la paura è che il processo che ha portato all’accordo di Escazú possa subire uno stop o addirittura vedersi compromesso. Nella regione è sempre più visibile la necessità di misure di contenimento della devastazione provocata dallo sfruttamento massivo delle risorse ambientali così come è estremamente urgente la fine del massacro contro gli uomini e le donne che difendono la natura.

Proprio il 6 aprile scorso è iniziato in Honduras il processo contro David Castillo accusato di essere uno dei mandanti intellettuali dell’assassinio di Berta Caceres avvenuto il 3 marzo 2016. Nei giorni scorsi poi, il 20 aprile, proprio a ridosso dell’entrata in vigore dell’accordo, si è appreso dell’assassinio in Colombia della leader indigena Sandra Liliana Peña Choqué, governatrice della riserva di La Laguna Siberia, dipartimento del Cauca. Un’altra vittima di un conflitto per il territorio, che in questo caso vedeva Sandra opporsi ai gruppi guerriglieri che monopolizzano la zona per la coltivazione della coca.

Come se non bastasse nei giorni scorsi ha destato forte preoccupazione nella comunità internazionale il possibile accordo che starebbero per raggiungere il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro e la nuova amministrazione Usa, guidata dal neo presidente Biden. Proprio il presidente degli Stati Uniti d’America ha invitato 40 leader mondiali al Vertice dei leader sul clima che si è tenuto il 22 e 23 aprile scorso per celebrare il ritorno degli Usa nell’accordo di Parigi e proporre di nuovo un’intesa per la salvaguardia dell’Amazzonia.

Fin dal febbraio 2021 l’amministrazione Biden, aveva dato seguito a quanto promesso in campagna elettorale e cioè l’idea di raccogliere 20 000 milioni di dollari (17.000 milioni di euro) per frenare la deforestazione amazzonica e proteggere il polmone verde della Terra. Bolsonaro all’epoca non si era detto interessato ma ora le carte in tavola sono cambiate. In Brasile la deforestazione, coadiuvata e promossa dalle politiche negazioniste rispetto al cambio climatico del presidente brasiliano, ha raggiunto i peggiori livelli negli ultimi 12 anni: con un perdita di 11.088 kmq di foresta solo nel 2020 (quasi il 10% in più dell’anno precedente).

In questo contesto Bolsonaro ha inviato una carta (diffusa dal giornale Folha de Sau Paulo) di buoni propositi a Biden, dove si impegna a eliminare la deforestazione illegale entro il 2030 (promessa già disattesa in passato) e si fa portatore della proposta di anticipare al 2050 (ora è il 2060) il termine ultimo per il raggiungimento della neutralità carbonica. Questo ha però creato un’alzata di scudi generale da parte di molti attivisti per l’ambiente e di membri dello Star System internazionale che avvertono Biden di non fidarsi del presidente brasiliano.

Leonardo DiCaprio, Katy Perry, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Joaquin Phoenix, Mark Ruffalo, Rosario Dawson, Uzo Aduba, Sigourney Weaver, Jane Fonda, Alec Baldwin , Orlando Bloom e Philip Glass tra gli altri, hanno inviato un’accorata lettera a Biden dove si legge: “Ci uniamo a una coalizione in crescita… esortando la vostra amministrazione a rifiutare qualsiasi accordo con il Brasile fino a quando la deforestazione non sarà ridotta, i diritti umani saranno rispettati e si sarà raggiunta una significativa partecipazione della società civile”.

Nel frattempo, la Ong Survival International ha lanciato in occasione della giornata mondiale della Terra 2021, un potente video-poema, narrato dalla cantante rap e attivista zapoteca indigena Mare Avertencia Lirika, dove si denuncia quella che viene chiamata la “Grande menzogna verde”.

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