“Sotto il mondo scintillante del lusso e delle scarpe di cuoio si nascondono traffici, corruzione e inquinamento illegale del territorio”. Il giorno dopo il terremoto giudiziario nel distretto di Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa, – dove secondo i magistrati di Firenze operava un patto criminale tra politica, imprenditoria e ‘ndrangheta per lo smaltimento dei rifiuti conciari – c’è chi rivendica di aver suonato l’allarme in tempi non sospetti. Pagando quella denuncia, oggi suffragata da 23 arresti, a caro prezzo. E non in senso metaforico.

A fine 2015 la Campagna Abiti Puliti (Clean clothes campaign, sigla internazionale che riunisce sindacati e ong del settore dell’abbigliamento) pubblica Una dura storia di cuoio, dettagliato rapporto sull’impatto, sociale e ambientale, del comparto lavorazione pelli in Italia, realizzato dalla onlus Centro nuovo modello di sviluppo. Nelle sue 50 pagine si parla di sfruttamento, lavoro nero, precarietà, malattie professionali. Ma anche – e a leggerlo oggi pare profetico – del temuto “sviluppo di situazioni criminali” nella gestione degli scarti tossici del distretto di Santa Croce, un agglomerato urbano di 110mila persone dove, si legge, “il carico inquinante da smaltire è pari a quello di una città con 3 milioni di abitanti”.

Il documento stigmatizzava l’opacità delle amministrazioni locali che sul tema si erano “mostrate poco collaborative, come se la gestione dei rifiuti fosse un fatto privato, da gestire nel segreto delle stanze”. E ricordava come uno dei depuratori del distretto avesse “scaricato illegalmente nel fiume Arno 5 milioni di metri cubi di rifiuti liquidi” tra il 2006 e il 2013, facendo risparmiare alle aziende coinvolte “4.350.000 euro sui costi di lavorazione e sullo smaltimento dei fanghi”. Passaggi che sembrano presi dalle cronache degli ultimi giorni e che già al tempo avevano fatto infuriare le lobby dei pellettieri. “Quando quel rapporto fu diffuso – ricorda Deborah Lucchetti, portavoce di Abiti Puliti – subimmo una campagna di pressione senza precedenti da parte della Commissione europea, che finanziava il progetto, per farlo ritirare. Le associazioni industriali dei conciatori si erano lamentate denunciando presunte falsità e inesattezze a cui rispondemmo punto su punto. Nonostante ciò, ci vennero congelati i fondi per mesi, impedendoci di pagare i collaboratori. Alla fine scegliemmo di rinunciare del tutto al finanziamento, togliendo il logo della Commissione dalla copertina e ripubblicando lo studio a nostre spese”. Accompagnato da una prefazione – “Le vicende politiche di questo rapporto” – che ripercorre il tentativo di insabbiamento denunciato dalle associazioni.

Nel gennaio 2016 – esordisce il racconto – il consorzio Change your shoes, che aveva promosso lo studio a livello europeo, “veniva informato da DG Devco (il dipartimento per la Cooperazione e lo sviluppo della Commissione, ndr) che due associazioni imprenditoriali avevano protestato per i contenuti. Pertanto si rendeva necessario un incontro chiarificatore”, tenuto a Bruxelles il mese successivo. In quell’occasione, si legge, gli industriali “avanzarono solo contestazioni generiche” nei confronti del documento, annunciando, tuttavia, “azioni legali qualora non fosse stato ritirato”. Al contempo, i rappresentanti della Commissione “mettevano in discussione il rapporto, sostenendo che i contenuti non rientravano tra gli scopi del progetto. Come atto di buona volontà, la nostra delegazione si impegnò a ritirare temporaneamente il rapporto, per ripubblicarlo dopo aver risposto alle critiche inviate in forma scritta”. Le risposte arrivano, ma non basta: in un secondo incontro, a maggio, “i rappresentanti degli industriali sostennero che il rapporto andava oscurato definitivamente perché lesivo dell’immagine del settore conciario europeo”. Mentre i funzionari della Commissione “affermavano che il rapporto era fuori dagli scopi del progetto perché non si sarebbe dovuto occupare delle condizioni di lavoro in Europa, ma esclusivamente di quelle esistenti nei paesi extraeuropei”.

“Non avendo ricevuto smentite su dati e fatti pubblicati, il 3 maggio il rapporto veniva di nuovo messo online”, prosegue il resoconto. “Da quel momento la controversia iniziò ad avere effetti negativi sul trasferimento dei finanziamenti al progetto. Il 4 maggio venivamo informati che il pagamento della prima quota 2016 – previsto per il 31 – era sospeso sine die, perché le spese relative al report italiano erano sotto esame. Ciò metteva tutte le organizzazioni del progetto in grande difficoltà finanziaria. Da vari elementi, raccolti nel corso di contatti informali, abbiamo capito che lo scoglio era rappresentato dal rapporto italiano e dalla sua rilevanza politica”. A quel punto, per evitare ulteriori interferenze, ottenere la seconda tranche del finanziamento 2016 e per salvaguardare tutte le altre attività previste del progetto Change Your Shoes, “il consorzio ha deciso di rimuovere il logo dell’Unione europea dalla copertina del report e di ripagare tutti costi associati alla sua pubblicazione a spese proprie”. Allo stesso tempo, però – conclude il messaggio -, “condannando con forza ogni forma di pressione esercitata dalle lobby economiche, invita tutte le forze politiche, sindacali e sociali a vigilare affinché la Commissione europea non si assoggetti alla loro pressione, bensì promuova e protegga i diritti umani in tutto il mondo”.

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