Quando lo scorso 29 dicembre la cittadina croata di Petrinja è stata gravemente danneggiata da un terremoto di magnitudo 6.4, c’è un’informazione che è rimasta nell’ombra. Ossia il fatto che a circa 80 chilometri di distanza dall’epicentro del sisma si trovi la centrale nucleare slovena di Krško. Vecchia di quasi 40 anni, è la sola in tutta Europa a essere collocata in una zona con pericolosità sismica di livello medio-alto. «A metà degli anni Settanta, le autorità jugoslave scelsero quel punto per la costruzione dell’impianto senza conoscere la sismicità dell’area. All’epoca, infatti, in Jugoslavia non erano stati fatti studi sulla pericolosità del sito – spiega il geologo-sismologo Livio Sirovich, che fu consulente del primo governo sloveno, intenzionato a chiudere la centrale -. I lavori di progettazione si erano basati su una normativa americana dell’epoca, che sottostimava il problema».

Così, quando nel 1983 i macchinari della centrale furono azionati per la prima volta, non si sapeva quasi nulla del terremoto di magnitudo 6 che nel 1917 aveva colpito Brežice, località a 6 chilometri dal sito nucleare. E si avevano soltanto informazioni sommarie sull’evento sismico che nel 1895 colpì molto gravemente Lubiana. Non si trattò di casi isolati. Negli ultimi 140 anni, in quell’area si sono verificati almeno sei terremoti con una potenza compresa tra 5 e 6. In epoca più recente, oltre a quello di Petrinja, c’è stato il sisma avvenuto nel marzo del 2020 a nord di Zagabria, in un’area distante 50 chilometri da Krško. Nel 2015, ce n’era stato uno di magnitudo di circa 4,5, a 12 chilometri dall’impianto. Secondo i dati raccolti a partire dai primi anni duemila dalla rete sismica nazionale slovena Arso (integrata nella Central eastern europe earthquake research network), la zona è costantemente attiva. Soltanto lo scorso 21 febbraio, si è registrata una scossa di magnitudo 1,6, a 8 chilometri da Krško. Mentre due giorni dopo, una scossa di 2,2 è stata localizzata a 40 chilometri.

«Anni dopo l’entrata in funzione della centrale, venne finalmente eseguito uno studio sulla pericolosità dell’area. Ci si rese conto che, purtroppo, le strutture erano state calcolate per resistere a terremoti troppo piccoli – sottolinea Sirovich – Si capì che un evento sismico, lì, poteva generare accelerazioni massime del suolo addirittura doppie rispetto a quelle considerate dal progetto. Solo che, ormai, era troppo tardi per modificare le strutture. In ballo c’erano già troppi interessi economici per fare marcia indietro».

La concessione scadrà nel 2023, ma il governo di Lubiana progetta di protrarla al 2043. Non c’è dunque alcuna intenzione di dismettere il sito, ma la notizia peggiore è che la Slovenia coltiva da anni il sogno di costruire Krško 2, a fianco dell’impianto, con potenza tripla. «In un primo momento, gli studi per la costruzione furono affidati agli esperti di due istituti nazionali francesi. Ma quando questi ultimi analizzarono l’area, si resero conto che c’erano problemi di sismicità significativi: delle faglie si erano mosse in epoche recenti ed erano capaci di emettere terremoti e di rompere il terreno fino in superficie. Noi abbiamo calcolato che la faglia cosiddetta “Orlica”, che passa a due chilometri dalla centrale, potrebbe provocare una magnitudo massima di circa 7 (energia 31 volte superiore a quella della scossa dell’Aquila nel 2009). Il dato era condiviso dal responsabile delle mappe di rischio sismico della Croazia, e da un importante sismologo dell’equivalente sloveno del nostro Cnr (Istituto Jožef Stefan di Lubiana)», continua Sirovich.

Le sue parole sono confermate da una lettera emessa dal comitato di tecnici francesi e pubblicata all’epoca dal quotidiano “Il Piccolo” di Trieste, città a soli 125 chilometri dalla centrale. Nella missiva, datata 9 gennaio 2013, il servizio nazionale francese di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare Irsn scriveva alla società energetica slovena Gen Energija, proprietaria dell’impianto attuale, che “questa nuova e grave scoperta [di una faglia attiva vicino all’impianto, ndr] non permette di concludere in modo favorevole sull’adeguatezza dei due siti [confinanti con il sito attuale, ndr] per la costruzione di una nuova centrale nucleare. [Si considera] di estrema importanza che vengano affrontati senza ritardo le possibili implicazioni di questa attività di faglia sulla sicurezza dell’impianto esistente, così come la sua potenziale relazione strutturale con le faglie circostanti […] Io – scriveva il direttore generale di Irsn Jacques Repussard – penso sia davvero necessario attirare l’attenzione di Nsa (Slovenian nuclear safety administration) sul problema in questione, considerando le potenziali implicazioni di sicurezza che esso può avere a livello nazionale e internazionale”.

Da ormai diversi anni, Sirovich e alcuni suoi colleghi sismologi e geologi (tra cui il professor Kurt Decker, dell’università di Vienna e consulente del governo austriaco) stanno cercando di spingere il parlamento italiano e Bruxelles a studiare il problema. Risale al 2015 l’interrogazione alla Commissione ambiente in Senato presentata dalla senatrice Pd Laura Fasiolo: «Avevo portato all’attenzione anche il fatto che proprio la Bora spira da quell’area in direzione del Friuli Venezia Giulia e del Veneto. Se accadesse qualcosa lì, il rischio sarebbe ampio per il nord d’Italia, ma anche per le zone costiere centrali – ha spiegato Fasiolo -. La risposta mi fu data nel 2016. Si evidenziava l’impegno del ministro degli Affari esteri a condurre stress test per verificare la sicurezza delle centrali e si sottolineava il fatto che le misure di monitoraggio erano stato messe in atto». Secondo l’agenzia slovena, tuttavia, «gli stress test avevano già dimostrato che la centrale fosse tra le più sicure in Europa. E che le misure adottate erano adeguate per evitare disastri naturali».

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