“A quattro esami dalla laurea è arrivata la prima proposta di lavoro a Parigi: un contratto che in Italia mi sarei sognato. No, non ci ho pensato due volte a prendere il volo. E, questa volta, di sola andata”. Maurizio La Cava ha 34 anni, è originario di Messina ed è un ingegnere gestionale “con la passione innata di fare impresa”. Dopo le esperienze in Francia e Lussemburgo ha deciso di rientrare in Italia per aprire la sua azienda. “A Milano si ha accesso a un eccellente hub internazionale ed europeo”, spiega.

A 23 anni, Maurizio si trasferisce dalla Sicilia in Lombardia per studiare al Politecnico di Milano. Pochi mesi prima della tesi, accetta uno scambio in Francia. È lì che firma il suo primo contratto quadro a tempo indeterminato. Qualche anno dopo, un’esperienza in Lussemburgo, nel settore del marketing internazionale, in quella che è stata “la mia più bella avventura professionale da dipendente”, in una celebre azienda alimentare italiana.

Poi, la decisione di abbandonare la sua carriera all’estero e di rientrare. Dopo aver trascorso molte ore a realizzare slide per colleghi e clienti, Maurizio ha pensato di mettersi in proprio, tornando in Italia e aprendo la sua startup. “Ho fondato una società di consulenza che si occupa di realizzare presentazioni di business efficaci, applicando specifiche metodologie”, spiega. Maurizio oggi è alla guida di un team composto da dieci persone, tra impiegati e collaboratori, con sede a Milano e oltre 20 clienti multinazionali, tra Usa, Europa, Canada, Cina, Hong Kong. “Ho sempre avuto il sogno di fare qualcosa di mio – racconta –. Adoro il marketing, l’azienda e i brand per cui lavoravo. Dentro di me, però, ho sempre saputo di voler creare qualcosa che permettesse di esprimere i miei pensieri, di realizzare le mie idee, sfidando il mercato. Potendo lavorare senza regole di spazi o orari”:

Oltre a dirigere la sua azienda, Maurizio è docente universitario al Politecnico di Milano e all’Istituto Marangoni. “Cerco di dare quello che io non ho ricevuto e di condividere la mia esperienza mettendola al servizio dei ragazzi. Amo restare sempre a contatto con il mondo delle startup. Da anni cerco di supportare e migliorare i progetti delle startup del PoliHub, l’incubatore d’impresa del Politecnico di Milano”. La classica giornata di lavoro? Neanche a parlarne. “A me piace vivere costantemente al di fuori della routine; se riesco, cambio Paese almeno una volta ogni 4 mesi. Per scelta non ho una giornata tipo di lavoro, posso trovarmi ad insegnare, ad occuparmi della parte strategica e manageriale della mia azienda, oppure sviluppare nuovi prodotti e servizi. Magari scrivo un articolo del blog o – come oggi – rispondo alle domande di un’intervista”.

Perché proprio l’Italia? “Per il valore strategico del mercato Italia per fare impresa”, spiega Maurizio. Certo, si tratta di un mercato “un po’ complesso per competitor internazionali, e questo fa sì che la competizione sia bassa o nulla se riesci ad introdurre un’idea davvero innovativa. Il Paese si muove molto a rilento rispetto a tanti altri nel mondo delle startup e quindi hai la possibilità di vedere cosa succede fuori”. Hai, insomma, il tempo per imparare ed il posto dove sperimentare.

La vita e gli stipendi all’estero, d’altronde, sono molto diversi rispetto all’Italia. “Dipende dai Paesi, certo, – racconta Maurizio –, ma non è difficile trovare situazioni con stipendi due o tre volte più alti, e altre dove non esiste tassazione”. Quanto al rapporto con il proprio Paese, il tono cambia. “Adoro l’Italia e mi ritengo davvero fortunato ad essere italiano, ma spesso penso che non sia un Paese competitivo per farci impresa”.

Un consiglio ai giovani connazionali? Fare esperienza all’estero “il prima possibile”, a partire dagli studi e soprattutto “prima che sia troppo tardi”. Per Maurizio si tratta di una decisione “che può cambiarti la vita e darti davvero tanto, ma è un’opportunità che spesso sfuma perché si tende a rimandare”.

Maurizio, che ha scelto di “studiare al Nord appena ho potuto”, da imprenditore teme per la costante instabilità e sente una “totale disconnessione”, professionalmente parlando, dal suo Paese. Il futuro, quindi, ancora in Italia? “Perché no – risponde –. Credo che non bisogni aspettare a fare quello che ti piace e che, indipendentemente da tutto, ci si debba mettere nelle condizioni di vivere ogni giorno di ciò che ci fa felici”. I giovani, però, “devono prepararsi – conclude – a un Paese che non giocherà dalla loro parte”.

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