Joe Biden attacca sulla legge elettorale in Georgia. Lo scontro finale si avvicina. A oltre due mesi dall’entrata del nuovo presidente alla Casa Bianca, la resa dei conti tra democratici e repubblicani è pronta. La speranza da parte di Biden di stabilire un clima collaborativo a Washington si è rivelata vana. I conservatori puntano a una sola cosa: minare, per quanto possibile, l’azione politica dell’amministrazione. I democratici non sono intenzionati a ripetere gli errori di Barack Obama, che nei primi mesi del suo primo mandato cercò, inutilmente, il compromesso con l’opposizione. Il risultato è lo stallo. Ma, appunto, lo scontro finale è vicino. A farlo scoppiare è la questione del diritto di voto, in Georgia e in altri Stati americani. Il filibuster, l’ostruzionismo, è la vera posta in gioco.

“Si tratta di un attacco alla Costituzione, di un’atrocità, di un Jim Crow del 21esimo secolo”. Così venerdì Biden ha definito la nuova legge sul voto passata in Georgia. Il presidente ha promesso che il Dipartimento della Giustizia si occuperà del caso. La scelta delle parole da parte di Biden è interessante. Duro, severissimo, senza possibilità di replica, paragona quello che sta succedendo in Georgia alla segregazione razziale legalizzata che dominò negli Stati del Sud tra fine Ottocento e inizi Novecento. Le misure approvate nello Stato, che rendono più difficile votare “in assenza”, “devono immediatamente cessare”, dice Biden. Non si tratta di battute estemporanee, ma di una dichiarazione scritta e attentamente pensata. La durezza del giudizio non lascia quindi che una possibilità: Biden ha deciso di mettere da parte riserve e timidezze e alzare il livello dello scontro. La gravità dell’accusa – il ritorno alla segregazione razziale – gli serve per giustificare il prossimo passo. Appunto, la cancellazione dell’ostruzionismo al Senato.

Ma andiamo per ordine. La Camera, a inizio marzo, ha approvato una delle misure più radicali in termini di difesa e allargamento del voto, qualcosa che il Congresso Usa non aveva più fatto, in modo così drastico, dal Voting Rights Act del 1965. Il progetto approvato dalla Camera prevede di rendere automatica, e non più volontaria, la registrazione al voto. Inoltre, viene ulteriormente allargato il voto per posta e sono limitate le misure, prese a livello statale, che rendono obbligatoria la presentazione di una carta d’identità con foto per votare. Diventa infine più difficile ridisegnare i distretti elettorali per sabotare il voto delle minoranze. La riforma, passata con il favore dei democratici e quello contrario di quasi tutti i repubblicani, riprende il progetto che John Lewis, deputato della Georgia e icona del movimento dei diritti civili, aveva immaginato prima della morte, avvenuta lo scorso luglio. Lewis, formatosi durante la battaglia anti-razzista degli anni Sessanta, usava dire: “Il voto è una cosa preziosa. Quasi sacra. È lo strumento non violento più potente a disposizione in una democrazia”.

La legge della Camera arriva in un momento particolare della storia americana, in cui l’accesso alle urne diventa sempre più difficile e problematico. Nel 2013 la Corte Suprema a maggioranza conservatrice ha dichiarato che uno Stato americano ha la possibilità di cambiare le proprie leggi elettorali senza previo consenso federale. La norma, fissata nella Section 4 del Voting Rights Act del 1965, era stata pensata per impedire che gli Stati, soprattutto quelli del Sud, tornassero a imporre limiti all’accesso al voto degli afro-americani. “Il nostro Paese è cambiato”, scrisse nel 2013 il presidente della Corte John Roberts, non essendoci più una reale minaccia di discriminazione razziale, era il ragionamento della maggioranza della Corte, non è più necessario un controllo federale sulle regole elettorali degli Stati.

Mai previsione si è rivelata più errata. In questi anni, gli Stati americani hanno introdotto più di 250 misure che limitano fortemente il diritto di voto (dati del Brennan Center for Justice della New York University): si va dall’imposizione di regole severe sull’identificazione tramite carta d’identità all’eliminazione dalle liste elettorali di migliaia di elettori nelle aree a maggioranza afro-americana. Il processo ha subito un’accelerazione negli ultimi mesi, dopo le accuse di brogli lanciate da Donald Trump e da molti repubblicani. Le legislature di Arizona, Iowa, Georgia, Florida, Texas si sono messe al lavoro per stringere le maglie dell’accesso alle urne. Poco importa che di brogli diffusi non ci sia l’ombra e che in molti di questi Stati non ci siano state contestazioni all’indomani delle presidenziali 2020. “Facciamo in modo di prevenire eventuali problemi”, ha spiegato la governatrice dell’Iowa, Kim Reynolds.

In questo quadro si collocano le misure appena approvate in Georgia. Dopo la vittoria per poche migliaia di voti di Joe Biden contro Donald Trump e dopo la conquista dei due seggi al Senato da parte dei democratici Jon Ossof e Raphael Warnock, la Georgia è diventato l’epicentro della battaglia. Proprio giovedì, mentre Biden preparava la sua prima conferenza stampa, i repubblicani di Atlanta facevano passare una legge che pone restrizioni significative all’accesso alle urne: tra queste, l’eliminazione di molti drop boxes, le caselle diffuse nelle strade dove depositare la propria scheda, e regole più severe sull’identificazione degli elettori che votano “in assenza”. Dalla legge della Georgia sono sparite le proposte più estreme – per esempio, porre limiti all’early voting la domenica, quando tradizionalmente gli afro-americani vanno a messa e poi votano – ma restano comunque norme assurde. Diventa per esempio reato offrire acqua o cibo alle persone in fila in attesa di entrare ai seggi.

“Puoi vincere sulla base delle tue idee e dei tuoi programmi o puoi vincere sopprimendo il voto”, ha detto un deputato democratico del Maryland, John Sarbanes. I repubblicani rispondono affermando che l’obiettivo non è quello di ridurre l’accesso alle urne: “Vogliamo renderlo sicuro e ordinato”, spiegano. È comunque chiaro che sulla questione si gioca qualcosa di molto più vasto del semplice scontro su una misura locale. Sulla questione si giocano i futuri equilibri politici degli Stati Uniti. Il caso della Georgia è appunto da manuale. Uno Stato tradizionalmente rosso, conservatore, sta rapidamente mutando. Lo sviluppo nei grandi centri urbani di una borghesia liberal, attratta dal mercato del lavoro particolarmente dinamico, e la nuova, straordinaria partecipazione politica della comunità afro-americana hanno ribaltato equilibri vecchi di secoli. Le vittorie al Senato di un candidato ebreo e di un afro-americano ne sono le prove più limpide.

Ecco perché i repubblicani devono correre ai ripari e impedire che il caso Georgia si ripeta altrove: in Texas, in North Carolina, in altre parti del Sud e del Midwest. Ed ecco perché i democratici devono assolutamente contrastare il gioco repubblicano. Da chi voterà, da quanto si voterà nei prossimi anni, dipende il controllo delle istituzioni e della politica americana. E con questo si torna alla questione iniziale: quella del filibustering, dell’ostruzionismo. La legge a difesa del diritto di voto passata alla Camera deve ottenere ora il via libera al Senato. Ma lì i democratici non hanno la maggioranza di 60 voti su 100. Il regolamento del Senato (fissato nel 1975) prevede che anche un solo senatore possa obiettare al passaggio di una legge, possa cioè far partire un’azione di filibustering, di ostruzionismo. Non c’è bisogno che il senatore sia fisicamente presente e che parli in aula. L’ostruzionismo è un atto dichiarato e a quel punto la maggioranza deve trovare 60 voti per superare lo stallo e arrivare al voto. Ma i democratici del Senato sono 50: dunque non trovano, né troveranno mai, 10 repubblicani disponibili a superare il filibustering. Da qui il finale già scritto: la legge non passa, si dissolve nel nulla.

Questa regola conosce pochissime eccezioni: le leggi di bilancio, o quelle da votare nei momenti di emergenza nazionale. Per il resto, di fatto, la maggioranza necessaria al Senato non è di 51 ma di 60 voti. Tutte le leggi in arrivo dalla Camera al Senato non hanno quindi alcuna chance. La cosa riguarda il diritto di voto, ma riguarda anche la misura che regolarizza milioni di migranti e quella che aumenta i controlli sulle vendite di armi. Stando così le cose, mantenendo le attuali procedure, tutte le proposte democratiche sono destinate a cadere. Per questo Biden ha deciso di lanciare l’allarme sul caso Georgia. Il richiamo alla segregazione razziale gli serve per sottolineare la gravità della situazione e chiedere che qualcosa di coraggioso e radicale venga fatto: appunto, cambiare le regole sull’ostruzionismo e fare passare una legge federale sul voto.

Una proposta l’ha fatta lo stesso Biden. Tornare alle regole pre-1975, quando il filibustering era legato alla presenza in aula: un senatore riusciva a bloccare una legge sino a quando aveva fiato e forza per parlare. Lo si vede in un famoso film di Frank Capra, Mister Smith va a Washington, dove James Stewart collassa esausto a terra dopo ore di ostruzionismo contro la corruzione dei colleghi. Nella realtà, il record in fatto di filibustering appartiene al senatore segregazionista Strom Thurmond che nel 1957 parlò per 24 ore e 18 minuti proprio contro una legge sul diritto di voto.

Potrebbe essere adottata la proposta di Biden. Potrebbe prevalere un’altra soluzione. Ma il dado è ormai tratto e tutti i democratici, tra Casa Bianca e Congresso, sanno che nelle prossime settimane qualcosa dovrà succedere per evitare che i quattro anni di Joe Biden si trasformino in un gigantesco cimitero di occasioni perdute.

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