Mercoledì 17 marzo l’Osservatore Romano mette a pagina 5 una notiziola di 10 righe. Titolo “Verso sanzioni Usa per interferenze nel voto”. Sanzioni a chi? Per saperlo bisogna leggere le righe sottostanti. Washington potrebbe punire Russia, Cina e Iran. “Gli 007 statunitensi puntano il dito soprattutto contro Mosca che durante la campagna elettorale avrebbe cercato di screditare la figura di Biden”. “A loro giudizio” aggiunge il redattore vaticano, chiudendo la frase.

Giovedì 18 marzo, la stampa mondale sbatte in pagina con grande rilievo lo schiaffo di Biden a Putin “killer”. L’Osservatore Romano confeziona un titolo a due colonnine a pagina 4: “Dopo le accuse di Biden a Putin / Mosca richiama l’ambasciatore a Washington”. Solo all’interno si ritrova l’ormai famosa domanda dell’intervistatore a Biden e la sua risposta: “Lo credo”. Il fraseggio d’Oltretevere va decifrato. Nulla accade mai per caso nel palazzo apostolico e dintorni. Non si parla o scrive a caso, non si tace a caso, non si gonfia o sgonfia una notizia a caso.

L’estrema sobrietà del giornale vaticano ha origine in una preoccupazione che attanaglia papa Francesco sin dall’avvento di Trump: il timore che il mondo possa scivolare di nuovo in una guerra fredda con tutti i rischi connessi.

Nel primo vertice americano-cinese dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden, il nuovo segretario di Stato Antony Blinken ha criticato duramente il governo di Pechino per la repressione a Hong Kong e per la dura persecuzione degli uiguri. Al che la sua controparte cinese ha replicato che Washington “non può più parlare alla Cina da una posizione di forza”.

Il nocciolo del problema sta qui. L’euforia del decennio seguito alla dissoluzione dell’Unione sovietica, che aveva prodotto l’idea narcisistica di una “fine della storia” e l’ubriacatura di credere in un potere unico mondiale degli Stati Uniti, ha lasciato il passo nel nuovo millennio alla constatazione che Washington non è più il “dominus” incontrastato – politico, economico, militare – sulla scena internazionale. L’esito disastroso delle avventure militari in Afghanistan e in Iraq ha lasciato il segno. La Russia di Putin, benché con gravi problemi interni, ha ripreso a giocare un ruolo importante in Medio Oriente e in Libia, mentre Pechino si è affermata come gigante economico con notevoli ambizioni militari e spaziali.

In questa situazione la Santa Sede segue con estrema attenzione lo svolgersi degli eventi. Ai diplomatici vaticani, come a tutti gli attori internazionali, non è sfuggito come in ambienti politico-militari occidentali affiori a tratti l’opinione che prima o poi si possa arrivare ad un conflitto tra Stati Uniti e Cina. Non sfugge che il presidente russo Putin abbia aggiornato la dottrina nucleare di Mosca, prevedendo nuove ipotesi della possibilità di sferrare il “primo colpo”. Non sfugge che Boris Johnson abbia deciso di incrementare del 40 per cento le testate nucleari della Gran Bretagna. Non sfugge l’atteggiamento della Cina che tenta di allargare il suo spazio marino con azioni di prepotenza, minacciando al contempo l’indipendenza di Taiwan. Non sfugge la pressione di Washington per indirizzare la Nato ad un coinvolgimento nel contrasto alla Cina.

La questione dinanzi alla quale si trova oggi la politica internazionale è se la competizione e la rivalità in atto tra le grandi nazioni troverà un suo equilibrio di gestione come fu in Europa nel Settecento e nell’Ottocento (finita l’avventura napoleonica) in un “concerto delle potenze” oppure se si correrà ciecamente verso una nuova guerra fredda.

Papa Francesco è chiaramente a favore della prima opzione e non ha nessuna intenzione di lasciare che il Vaticano sia arruolato in una guerra fredda tra Washington e Mosca o tra Washington e Pechino. E’ da sessant’anni, dai tempi di Giovanni XXIII, che la Santa Sede si è collocata oltre i blocchi. Non sarà Bergoglio a permettere che i pontefici indossino la veste di cappellani dell’Occidente.

E’ questo il motivo per cui il papa argentino l’anno scorso respinse il rozzo tentativo di Mike Pompeo di spingere la Santa Sede alla rottura con la Cina, non rinnovando l’accordo per la nomina dei vescovi. Francesco non volle nemmeno ricevere l’allora segretario di Stato dell’amministrazione Trump precisamente per sottolineare che non partecipava ad una “chiamata alle armi”.

Non sfugge neanche alla Santa Sede il fatto che vi siano settori dei mass media che alimentano il ritorno ad un’atmosfera da guerra fredda, quando dipingono la missione sanitaria militare russa – venuta l’anno scorso in Italia per aiutare nella lotta al Covid-19 – come una longa manus spionistica di un “Kgb” di sovietica memoria o quando descrivono l’ipotesi di un accordo tra una ditta italiana e la società che produce il vaccino Sputnik come un tentativo russo di “mettere piede” nell’Unione europea.

La Santa Sede ha salutato con soddisfazione la vittoria di Biden alle elezioni presidenziali statunitensi e il suo ritorno ad un approccio multilaterale rivelato da gesti concreti come il ritorno all’accordo sul clima, la permanenza nell’Organizzazione mondiale della sanità, l’intenzione di rivitalizzare l’accordo con l’Iran, la decisione di estendere per altri cinque anni l’accordo New Start con Mosca per la limitazione delle armi nucleari.
Ma un ritorno a nuove forme (ed isterie) di guerra fredda la Santa Sede non lo vuole. Francesco preme perché venga rilanciata seriamente la prospettiva del disarmo nucleare. Nel suo viaggio in Giappone nel 2019 e nel suo messaggio per il 75. anniversario di Hiroshima il Papa ha condannato non solo l’uso ma il possesso stesso delle armi nucleari.

Proprio la settimana prossima la commissione vaticana per lo studio del mondo post-Covid, insieme al dicastero per lo Sviluppo umano integrale, ha messo in cantiere un convegno per un cessate il fuoco globale e lo stop alla produzione e proliferazione delle armi.

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