Provincialismo. Se la abbini al calcio oggi, questa parola, offendi qualcuno: dovunque ti trovi. Nell’epoca che pure nella Serie C a salvarsi “vogliamo esprimere la nostra idea di gioco” e di Guardiola scimmiottato in lungo e in largo, se ti permetti alla vigilia di una partita di indicare il provincialismo come arma vincente come minimo ti becchi una petizione social che punta a esonerarti. Figuriamoci alla vigilia dei quarti di finale di Coppa Uefa. Ma 27 anni fa, nel marzo del 1994 erano altri tempi ed era d’altro stampo il compianto Bruno Giorgi che, da mister del Cagliari, prima di affrontare la Juventus del suo amico Trap, dice con occhi furbetti che l’arma per battere i bianconeri è il “sano provincialismo”.

D’altronde cos’altro si può dire? Carletto Mazzone l’anno prima aveva regalato ai rossoblù la qualificazione in Europa, ovviamente insperata, per poi andare alla Roma portandosi Massimiliano Cappioli ed erano andati via pure sua maestà Enzo Francescoli, Mario Ielpo, Gianluca Festa. E il buon Giorgi, carattere ruvido e pochi fronzoli, era pure subentrato in corsa a Gigi Radice dopo la prima giornata di campionato e un precampionato terribile.

Col morale dei sardi sotto i tacchi, Bruno da Pavia fa l’unica cosa che sa fare, quella che gli è più cara nella sua amata campagna, rimboccarsi le maniche, lavorare e far lavorare i suoi. Con provincialismo, sì: organizzando una squadra che lotti palla su palla, magari lasciando in panca qualche big come Max Allegri e puntando su un ragazzetto sardo soprannominato Cinghialetto, Marco Sanna, sull’esperto Aldo Firicano e ripartire con la verve di Checco Moriero, l’intelligenza del capitano Gianfranco Matteoli, la velocità di Lulù Oliveira, brasiliano lontano dal cliché del talento tutto finte e saudade, tanto che all’Anderlecht a fine allenamento lavava e stirava magliette (anche a Scifo) per tirar su qualche soldo extra, e sui muscoli e la classe di quello strano panamense, Dely Valdes.

Difesa e contropiede: nulla di più. Anzi, cos’altro? E così il Cagliari di Giorgi in campionato tiene lontana la zona calda e stretta quella Coppa Uefa che fa tanto fiore all’occhiello: in fondo l’esperienza europea del Cagliari è tutta nell’epoca di Gigi Riva, con l’Atletico Madrid agli ottavi di Coppa Campioni e l’Olympiakos ai trentaduesimi di Coppa Uefa, due anni dopo. Però la truppa di Giorgi vuole onorare l’impegno, altroché: e supera la Dinamo Bucarest, poi il Trabzonspor a fatica, poi il Malines agli ottavi. Il sorteggio ai quarti però è sfortunato: c’è la Juve di Trapattoni, amico di Bruno Giorgi, di Roby Baggio, di Angelo Peruzzi.

E dunque? E dunque la Juve è favorita, Giorgi lo sa, ma con un po’ di provincialismo la si può sfangare. L’andata è a Cagliari: Cinghialetto Sanna si incolla su Baggio e non lo fa respirare, Cinghialone Peruzzi dall’altro lato non può nulla su un bel destro di Dely Valdes e finisce uno a zero. Un gol è pochino se il 15 marzo del 1994 di fronte c’è la Juve e il ritorno è al Delle Alpi e la cosa la conferma Dino Baggio, che sfrutta subito un cross di Angelo Di Livio e un bel velo del Divin Codino e pareggia battendo Valerio Fiori.

Ma il Cagliari è squadra tignosa, smaliziata, contadina e provinciale e sa che basta poco. Come una punizione del vertice d’area pennellata da Matteoli per la testa di Firicano che pareggia. “Il golletto in trasferta il mio Cagliari lo fa sempre”, aveva avvertito Giorgi. Ne farà due in realtà: con Lulù Oliveira che nel secondo tempo batte Peruzzi e piange, non di saudade, non l’ha mai fatto, ma di gioia perché sa che quel gol significa semifinale di Coppa Uefa. E anche gli occhi furbetti di Giorgi stavolta lasciano andare le lacrime, con un tifoso che l’abbraccia.

No, quella coppa non l’avrebbe vinta il Cagliari: fermati dall’Inter futura vincitrice in semifinale, stremati dopo una stagione a lottare per la salvezza e giocare per la storia. E Bruno Giorgi avrebbe lasciato la panchina a fine stagione, dopo aver raggiunto la salvezza, dando le dimissioni, eventualità peraltro frequente nella sua carriera: “Ho perso tanti soldi – dichiarò – ma sono fatto così, non svendo principi per milioni al chilo”. Dignità e provincialismo: magari ci perdi i soldi, magari ci batti la Juve in Coppa Uefa.

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