Mentre si ricorda il decimo anniversario della sollevazione siriana del 2011 cade il secondo della scomparsa di Lorenzo Orsetti detto “Orso”, giovane fiorentino caduto in combattimento contro l’Isis, proprio in Siria, il 18 marzo 2019. Colpito a morte in uno scontro a fuoco, indossava l’uniforme delle Unità di protezione del popolo (Ypg): non semplicemente l’esercito curdo, ma l’esercito socialista, egualitario e secolare del Kurdistan. Orso ha provato a mostrare ai siriani che non tutti gli europei erano pronti a raggiungere il loro paese per approfittare delle tragedie di un popolo, torturando e stuprando in quel reality show realizzato sulla pelle di migliaia di innocenti dall’Isis.

Ha raggiunto la Siria, come migliaia di medici, volontari civili o aspiranti combattenti su un altro fronte, quello impegnato a mettere fine a quel reality perverso, alla prigione fondamentalista fattasi Stato. È il fronte dell’Amministrazione democratica promossa da curdi, arabi e assiri nel nord-est, oggi intenta a difendersi dai jihadisti armati dalla Turchia; l’istituzione che ha debellato il “califfato”, ogni giorno bombardata da Erdogan e mai riconosciuta dalla comunità internazionale, forse perché fondata su assemblee popolari, cooperative ambientaliste e la piena autonomia, e consapevolezza d’avanguardia, delle donne.

Un’istituzione impossibile: ad essa, mi rendo conto, possiamo realmente credere soltanto noi che l’abbiamo vista e vissuta. L’incredibile è sempre possibile, questo Lorenzo lo ha invece mostrato all’Italia. Nel ventunesimo secolo, con otto miliardi di persone educate ogni giorno da aziende e Stati a credere che l’essere umano sia mosso soltanto da potere e guadagno, è possibile “dare la vita per il prossimo” perché, come ha scritto nel suo testamento, “solo così si cambia il mondo”. Arruolarsi volontari in una rivoluzione straniera, nel cuore del dispotismo e della reazione, lasciando un lavoro e un paese pacifico per fare al contrario la strada di milioni di migranti, immergendosi nella loro tragedia per il supremo desiderio di smentire quella miserabile filosofia dominante che ci descrive – Orso lo sentiva – al di sotto delle nostre possibilità. La sua vita, pur spezzata in anticipo, scriveva, era stata per questo “un successo”. Forse successo di morire non semplicemente “per delle idee” (viene in mente il monito di De André) ma “per gli altri”; per alcuni – penso a certi medici e infermieri – vuol dire vivere meglio, fino alla fine, in modo più nobile.

Ci sono cristiani, musulmani, atei che vivono e muoiono così. Tra loro Lorenzo, caduto tra i suoi otto compagni siriani, nell’ultimo agguato di una battaglia davvero finale. Italiano giunto nella Mezzaluna fertile pieno di disprezzo per le chiacchiere pelose, ipocrite o xenofobe con cui ormai identificava l’Italia e la sua Firenze, riconoscendosi in pieno in un principio che chi è di destra non potrà mai comprendere: che gli amici – come i nemici – sono ovunque nel mondo. Lorenzo come Ivana Hoffmann, Anna Campbell, Robert Grodt, Jamie Bright, Kosta Scurfield, Farid Medjahed; centinaia di europee ed europei, e non solo, che vorrei poter qui ricordare, cadute e caduti internazionalisti che, come Lorenzo, hanno dovuto prendere quella decisione da soli perché non è epoca da guerre di Spagna. Orso ha avuto la fortuna di avere una famiglia che, tra comprensibili difficoltà, non solo ne ha rispettato la scelta, ma sta ora costruendo in sordina, a Firenze, un’eredità di amore e consapevolezza sulla sua memoria.

Di questa memoria fa parte la raccolta inedita dei suoi brevi ma splendidi dispacci dal fronte, uscita pochi giorni fa (Orso, Red Star Press). Scritti che non descrivono una realtà facile o il cui miglioramento è garantito, ma uno spicchio di quella condizione umana in cui, come ammoniva, “soltanto sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza”. Fa effetto rileggere Orso adesso: “Sono tempi difficili, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza e infonderla nei vostri compagni”. Proprio nei momenti più bui “la vostra luce serve”; e ogni tempesta comincia con una singola goccia, scrisse, per cui “cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti. Spero farete tesoro di queste parole”.

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