“Il fatto non sussiste“. È la formula utilizzata dai giudici di Milano per assolvere tutti gli imputati nel processo per la presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione da parte di Eni e Shell dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl 245 in Nigeria. L’imputato principale era Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, a giudizio insieme al suo predecessore nonché attuale presidente del Milan, Paolo Scaroni. La sentenza arriva a 5 anni dal rinvio a giudizio disposto dal giudice per l’udienza preliminare e a poco meno di tre anni dall’inizio del processo. In totale gli imputati erano 15 e sono stati tutti assolti.

L’assoluzione – La sentenza è stata pronunciata dalla settima sezione penale composta dai giudici Marco Tremolada, Mauro Gallina, Alberto Carboni dopo sei ore di camera di consiglio. Le motivazioni saranno depositate in 90 giorni. In particolare, i magistrati hanno assolto l’ad Eni Descalzi, all’epoca dg Exploration&Production, l’ex numero uno Scaroni, l’ex responsabile operativo del gruppo di San Donato nell’Africa sub-sahariana Roberto Casula, l’ex manager della compagnia italiana nel Paese africano e ‘grande accusatore” Vincenzo Armanna, l’ex manager di Nae, controllata Eni in Nigeria, Ciro Antonio Pagano, l’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete. E poi ancora Luigi Bisignani, il russo Ednan Agaev e Gianfranco Falcioni, quest’ultimo imprenditore ed ex viceconsole in Nigeria, l’ex presidente di Shell Foundation Malcom Brinded e gli ex dirigenti della compagnia olandese Peter Robinson, Guy Jonathan Colgate e John Coplestone. Assolte anche le due società, imputate per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. Con le assoluzioni, ovviamente, nessun risarcimento per il governo nigeriano, che era parte civile. Già nel processo sul caso Saipem-Algeria, nel quale l’accusa era sempre corruzione internazionale, Eni, lo stesso Scaroni, assieme ad un altro ex manager della società, sono già stati assolti definitivamente. Assoluzione definitiva che era arrivata anche per Saipem e i suoi manager. Nel caso Nigeria, invece, con rito abbreviato i presunti mediatori Obi Emeka e Gianluca Di Nardo sono stati condannati a 4 anni di reclusione.

Il processo – Cuore del dibattimento è l’ipotizzata tangente da 1,092 miliardi di dollari che secondo l’accusa era stata versata da Eni e Shell per aggiudicarsi la concessione nel 2011 da parte del governo della Nigeria dei diritti di esplorazione sul giacimento petrolifero offshore Opl24. Una ipotesi quella del pm Sergio Spadaro e dell’aggiunto Fabio De Pasquale che gli imputati e le società hanno respinto considerandola “inconsistente”. L’accusa aveva chiesto 8 anni di carcere per Scaroni e Descalzi e 10 anni per Etete. Per Eni e Shell, imputate in base alla norma sulla responsabilità degli enti, la procura di Milano aveva chiesto una sanzione pecuniaria di 900mila euro per ciascuna e la confisca in solido con tutti gli imputati di 1,092 miliardi di dollari, pari al valore della tangente ipotizzata dagli inquirenti milanesi. I legali delle società si sono sempre difesi sostenendo che il contratto era stato firmato con il governo nigeriano e che i soldi erano stati versati su un conto bancario di Londra intestato all’esecutivo della Nigeria. Tutte le difese hanno sempre dichiarato l’innocenza dei propri assistiti, chiedendone l’assoluzione.

Le reazioni – “Finalmente a Claudio Descalzi è stata restituita la sua reputazione professionale e a Eni il suo ruolo di grande azienda”, dice l’avvocato Paola Severino, difensore dell’ad della compagnia petrolifera, che è la prima a commentare. “Siamo molto contenti. La centralità del dibattimento in questo caso si è riconfermata. La tesi della pubblica accusa è stata verificata in un dibattimento che è durato tre anni ed evidentemente è stata ritenuta non fondata, cosa che noi abbiamo sempre ritenuto”, ha detto Enrico de Castiglione, legale di Scaroni, che precisa come il manager sia “sotto processo da 12 anni per varie vicende ed è sempre stato assolto in tutti i gradi di giudizio e sempre con formula piena. Speriamo che sia finita questa barbarie”. L’azienda del cane a sei zampe ha diffuso un comunicato per esprimere “la propria soddisfazione per la sentenza di assoluzione con formula piena. La decisione del Tribunale ha finalmente stabilito, dopo quasi tre anni di dibattimento, che la società, l’Amministratore Delegato e il management coinvolto nel procedimento hanno mantenuto una condotta assolutamente lecita e corretta”. Un comunicato è arrivato anche da Shell, firmato dall’ad Ben van Beurden: “Abbiamo sempre sostenuto che l’accordo del 2011 fosse legittimo, finalizzato a risolvere una decennale controversia legale e far ripartire lo sviluppo del blocco Opl245. Al tempo stesso, è stata per noi una difficile esperienza. Shell è una società che opera con integrità e ci impegniamo strenuamente ogni giorno per garantire che le nostre azioni non solo seguano la lettera e lo spirito della legge, ma siano anche all’altezza delle più ampie aspettative della società nei nostri confronti”.

Renzi e la Lega esultano – Nessun commento dalla procura mentre esultano anche i politici. “L’assoluzione di Descalzi e Scaroni sulla vicenda Eni-Nigeria perché il fatto non sussiste dimostra che la verità è più forte del giustizialismo. Orgoglioso di aver sempre difeso la grande famiglia Eni dagli attacchi violenti di qualche partito e di qualche testata editoriale”, scrive su twitter il leader d’Italia viva Matteo Renzi. La posizione dell’ex premier è condivisa dalla Lega. Da fonti del Carroccio trapela grande soddisfazione per l’assoluzione di Descalzi e Scaroni. È salvo il buon nome di una grande azienda italiana e di migliaia di lavoratori, fanno sapere – senza comunicati ufficiali – da via Bellerio.

Le tappe della vicenda – Al centro del processo, la licenza acquistata dal cane a sei zampe e dal colosso olandese Shell per sfruttare il blocco petrolifero Opl-245, in un tratto di mare nel Golfo della Guinea a circa 150 chilometri dalla terraferma. Un giacimento ricchissimo, pagato “appena” 1,3 miliardi di dollari. Somma ritenuta troppo bassa dagli inquirenti milanesi, visto il valore della zona, che li ha portati a sospettare che le due compagnie avessero corrotto i politici locali. Eni e Shell, secondo l’accusa, per ottenere quella licenza avrebbero pagato una maxi tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari. Somma che, dopo una serie di passaggi bancari – transitando dalla società nigeriana Malabu Oil & Gas – sarebbe finita nelle tasche del titolare Dan Etete, già ministro del Petrolio, e da lì ad altri politici e funzionari nigeriani e italiani. La vicenda ha preso il via nel 1998, quando il governo militare di Sani Abacha – al potere dal 1993 – aveva dato la concessione per il campo perolifero Opl-245 alla Malabu, di cui erano soci l’allora ministro Etete e uno dei figli di Abacha. Con la morte di Abacha e la transizione verso un governo democratico, anche la licenza concessa alla Malabu è stata rimessa in discussione. Nel 2002 era stata vinta da Shell tramite gara d’appalto, con un’offerta di 210 milioni dollari di bonus versato per poter iniziare le esplorazioni. Immediati i ricorsi presentati dall’ex ministro Etete, che nel 2006 la ottenuto che la licenza tornasse alla Malabu. Shell ha dato il via ad un arbitrato internazionale e nel 2010 è entrata in scena anche Eni firmando un accordo con la Nigeria per ottenere il 40% della licenza, lasciando il restante 60% a Malabu. La trattativa, però, ha subito un’ulteriore battuta d’arresto per via di un altro cambio di governo: il nuovo ministro nigeriano del Petrolio, Diezani Madueke, ha deciso di concedere la licenza completa alla Malabu senza tener conto dell’accordo con Eni. Una svolta inattesa, che ha spinto Eni e Shell a tentare la via del negoziato comune, questa volta con l’allora ministro della Giustizia Mohammed Adoke Bello. L’intesa fu raggiunta nell’aprile 2011: le due società si accordarono per pagare 1,3 miliardi di dollari alla Nigeria – 1,1 miliardi da Eni più il bonus di firma già pagato da Shell – per avere la licenza sul campo petrolifero Opl-245.

Le indagini – Tutto finito dunque? Niente affatto. In un Tribunale di Londra, l’avvocato nigeriano Emeka Obi ha reclamato il pagamento di 215 milioni di dollari – ne otterrà circa 110 – per il suo ruolo di intermediario. Abbastanza perché i giudici inglesi decidessero di bloccare un conto fiduciario del governo nigeriano aperto alla Jp Morgan di Londra su cui Eni aveva versato 1 miliardo e 100 milioni di dollari. Da quel conto, nel frattempo, erano patiti bonifici per 801 milioni di dollari, che dopo un lungo giro tra banche del Libano e della Svizzera, sono finiti alla Malabu di Etete. Nel 2013 della vicenda ne vennero a conoscenza tre ong in prima linea contro la corruzione – Global Whitness, The Corner House e l’italiana Re:Common – che denunciarono tutto alla procura di Milano. Nel 2013 il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha aperto un fascicolo per corruzione internazionale e nel 2017 ha preso il via il processo. L’ultimo colpo di scena è arrivato qualche settimana fa, con la riapertura del dibattimento, su richiesta dell’accusa, che ha fatto acquisire due email già allegate ad una sentenza dell’Alta Corte di Londra in merito a una causa civile tra la Nigeria e JP Morgan. Una in particolare, datata giugno del 2011, per l’accusa proverebbe l’esistenza dell’accordo corruttivo tra i vertici di Eni e Shell e politici e personaggi di spicco nigeriani. I legali di Eni e Shell hanno più volte sottolineato come i due colossi petroliferi non fossero al corrente che una somma di denaro era destinata ad Etete e tantomeno che l’ex ministro del Petrolio l’avrebbe distribuita a politici e personalità di spicco nigeriane. I giudici gli hanno dato ragione.

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