Le prime pennellate hanno dipinto un quadro piuttosto astratto. Perché nelle ultime settimane in molti hanno espresso i propri dubbi sulla formula che dal 2024 trasformerà la Champions League in un torneo formato monstre. Solo che all’inizio tutti si sono soffermati sulle stesse questioni: le cento partite in più che si giocheranno fra agosto e febbraio, l’apertura a ulteriori quattro club, l’incremento dei match di contorno che diluiranno l’epica dell’impresa. Tutto vero, certo. Eppure le perplessità sono state liquidate come l’ennesimo anelito conservatore del pallone, uno sport perennemente terrorizzato dalla possibilità di evolversi. L’equazione è evidente: più fiorisce la Champions, più avvizziscono i campionati nazionali. La parte difficile è dimostrare come. Possibilmente con qualche numero alla mano.

Così qualche giorno fa è sceso in campo Steve Parish, il presidente Crystal Palace, una squadra che negli ultimi sette anni ha sempre galleggiato nelle acque scure della parte destra della classifica, ondeggiando fra l’undicesimo e il quindicesimo posto. E l’uomo al vertice del club londinese ha usato parole pesanti. “Nel bel mezzo di una pandemia vengono prese queste decisioni che possono cambiare una volta per tutte l’idea alla base dei campionati nazionali – ha detto – Secondo il nostro punto di vista questo potrebbe avere degli effetti devastanti sul calcio inglese”. Il ragionamento di Parish è chiaro: l’espansione del calendario europeo cancellerà alcune competizioni domestiche, con conseguente trasferimento di ricchezza dai campionati nazionali alla Champions League. “In Inghilterra abbiamo tre competizioni, una delle quali, la Coppa di Lega, è uno dei maggiori contributori finanziari della Football League e dei suoi 72 club – ha spiegato Parish durante una riunione della European League, l’organizzazione che raccoglie oltre mille club di 37 leghe europee – Questa proposta poterà alla fine della Coppa di Lega o alla sua trasformazione in un torneo giovanile. Quale sarà il risultato di tutto ciò?”.

In pericolo, dunque, c’è il concetto stesso di ridistribuzione interna delle ricchezze, senza dimenticare che i trofei nazionali rappresentano una buona opportunità per i club più piccoli per generare introiti (derivanti per lo più dal botteghino) almeno nel giorno delle partite contro avversari più blasonati. Il divario fra nuovi ricchi e nuovi poveri, dunque, dovrebbe allargarsi ancora. E il presidente della Football League, Rick Parry, ha anche quantificato questo divario. “Il calendario rappresenta chiaramente una grave minaccia per il futuro della Coppa di Lega e, a sua volta, questo avrà un enorme effetto sui ricavi dell’EFL – ha spiegato – Stimiamo che potremmo perdere fino a un terzo dei ricavi che distribuiamo. Ciò rappresenterebbe una minaccia molto reale per l’esistenza di alcuni dei nostri club”. Il fronte del no alla riforma della Champions League sta provando a organizzarsi, anche se la nuova formula potrebbe diventare realtà nell’arco di pochi giorni. Il presidente di European Leagues, Lars-Christer Olsson, ha affermato che una espansione del calendario violerebbe un memorandum firmato dalla sua organizzazione e dall’Uefa, e ha proposto un cambiamento meno marcato, con l’incremento da 6 a 8 delle partite nella fase a gironi.

Nel frattempo diversi club tedeschi, svedesi, turchi e olandesi hanno preso posizione contro la proposta della Uefa. Anche se il no più deciso è arrivato dalla Football Supporters Europe, l’organizzazione dei tifosi del Vecchio Continente, che ha deciso di pubblicare un manifesto contro l’allargamento della Champions League. “Le proposte per riformare o sostituire le competizione Uefa per club, espandendo la Champions o creando una super-lega, sono sbagliate – ha scritto la FSE – Queste competizioni, se realizzate, mineranno ulteriormente i principi fondamentali del merito sportivo. L’aggiunta di più club e partite alle competizioni europee aumenterà la disuguaglianza all’interno dei campionati nazionali, cementerà il predominio dei club d’élite fino ad eternarlo e renderà il calcio meno divertente nel lungo periodo”. Obiezioni più che sensate. Ma ora il calcio si trova davanti a una scelta: continuare a essere uno sport oppure trasformarsi in spettacolo. Con tutto ciò che ne consegue. Emorragia di tifosi compresa.

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