L’indagine promossa dalla Lav e ripresa da ilfattoquotidiano.it è attuale ed importante e grande merito quindi a chi l’ha ideata e promossa.

L’indagine ha valutato il costo “nascosto” della carne, stimando che per ogni kg di carne bovina consumata vi siano ben 19 euro di costi ambientali e sanitari; costi leggermente minori se si tratta di carne di maiale fresca (10 euro) o di pollo (5 euro), ma comunque non trascurabili, in quanto ricadono sull’intera popolazione.

I costi ambientali sono essenzialmente dovuti al grande consumo di acqua necessario per la produzione di mangimi e per l’intero ciclo di vita dell’animale, all’input energetico che tutto ciò richiede e al fatto che gli allevamenti intensivi contribuiscono per circa il 20% all’emissione di gas climalteranti; nel nostro paese gli allevamenti intensivi si concentrano nella Pianura Padana che subisce anche gravi problemi per lo spandimento dei liquami.

Un altro problema, non sempre adeguatamente considerato, è l’utilizzo pressoché esclusivo per l’alimentazione del bestiame di mangimi ogm, costituiti soprattutto da mais e soia modificati o per essere rese resistenti al glifosato, o per produrre la tossina del Bacillus Thuringiensis (BT), tossica per alcuni parassiti.

In entrambi i casi le conseguenze non sono trascurabili perché per il glifosato un ampio studio in Usa dimostra che l’uso dell’erbicida è aumentato a dismisura e per le colture BT la comparsa di resistenze è stata molto più rapida del previsto.

Per quanto riguarda la salute nel 2015 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha valutato la cancerogenicità della carne rossa e delle carni trattate, classificando la prima come 2A (cancerogeno probabile) e le seconde a livello I (cancerogene); secondo gli esperti della IARC per ogni porzione di 50 grammi di carne trattata consumata al giorno aumenta del 18% il rischio di cancro a colon-retto pancreas e prostata.

Il rischio tumorale non è certo tuttavia il solo che si registra, in quanto, come dimostrato da un ampio studio condotto su oltre 500.000 americani seguiti per 16 anni, il consumo di carni rosse e “processate” comporta un incremento medio della mortalità del 26% ed aumento di malattie polmonari e cardiache, ictus, diabete, infezioni, Alzheimer, patologie ai reni e al fegato.

Il modello agricolo e le diete che le popolazioni adottano sono state oggetto, nel 2019, di un apposito report da parte della Lancet Commission dal suggestivo titolo: “Il Cibo nell’Era dell’Antropocene”.

In tale documento si afferma che la produzione alimentare globale è la più grande pressione causata dagli esseri umani sulla Terra, minaccia gli ecosistemi e la stabilità stessa del sistema terrestre; le attuali diete rappresentano anche un grave rischio per la salute umana, tanto che con “diete sane” sarebbero evitabili oltre 10 milioni di decessi/anno, per l’esattezza da 10.8 a 11.6 (19 – 23.6% di tutte le cause di morte).

Diete “sane” sono quelle che garantiscono adeguato apporto calorico, aumentato consumo di alimenti vegetali, riduzione di alimenti di origine animale e grassi saturi e solo piccole quantità di cereali raffinati, cibi trasformati e zuccheri.

La Lancet Commission propone che entro il 2050 si riduca di oltre il 50% il consumo di cibi malsani ( carne rossa e zucchero) e si aumenti di oltre il 100% quello di cibi sani (noci, frutta, verdura e legumi).

Per raggiungere tali obbiettivi sono indispensabili ed urgenti cambiamenti sostanziali sia per quanto riguarda le abitudini alimentari che le pratiche di produzione agricola e soprattutto gli allevamenti intensivi.

Riducendo monocolture, spreco alimentare, uso di fertilizzanti, pesticidi, acqua e consumo di carne, l’agricoltura da fonte di produzione di gas climalteranti e di perdita di salute può diventare viceversa soluzione di questi problemi grazie al sequestro di carbonio organico per l’aumentata fertilità dei suoli, le minori flautulenze degli animali e la produzione di cibi che portano salute e non malattie.

Un cambio di rotta è necessario ed urgente e soprattutto non è più accettabile che questa zootecnia sia destinataria di circa i 2/3 della Politica Agricola Comunitaria (PAC), come purtroppo confermato il 23 ottobre scorso dal Parlamento Europeo.

L’adeguato utilizzo delle risorse della PAC è il fine della Coalizione Cambiamo Agricoltura, di cui anche Isde fin dall’inizio fa parte, e siamo tutti impegnati affinché le scelte operate siano coerenti con una transizione ecologica in grado di salvaguardare clima, biodiversità, benessere animale e salute umana e di cui purtroppo per ora sentiamo solo parlare.

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