L’8 marzo di ogni anno ricorre la Giornata Internazionale della Donna, che celebra i risultati ottenuti dalle donne nelle lotte per i loro diritti politici, economici e civili e contro ogni forma di discriminazione. Si è scelto l’8 marzo per ricordare una tragedia accaduta nel 1911 a New York, in cui un incendio, esploso nella fabbrica Triangle, causò la morte di 146 persone, 123 donne e 23 uomini.

Oggi, invece, le Nazioni Unite nel celebrare l’8 marzo si sono poste come obiettivo il raggiungimento della piena parità tra i sessi entro il 2030, nell’ambito degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (“Sustainable Development Goals”), ed infatti il tema scelto è: “Donne e leadership: raggiungere un futuro equo in un mondo Covid-19”. In questo 8 marzo c’è poco da festeggiare.

La pandemia in corso ha colpito soprattutto le donne in tanti modi: ha aggravato le disuguaglianze di genere, esponendole a situazioni di fragilità e a maggiori rischi di recessione economica. Le restrizioni imposte, inoltre, hanno aggravato la situazione tra le mura domestiche aumentando i casi di abuso e di violenze. Si pensi che solo nei primi due mesi del 2021 sono state uccise 12 donne, una strage silenziosa che non vede arretramenti. Leggendo, poi, i dati Istat emerge una situazione che potremmo definire di she-cession, perché su 101mila posti di lavoro persi nel mese di dicembre 2020, 99mila erano femminili, e su 440mila occupati in meno nel 2020, il 98% sono donne.

In Italia si registrano 470mila occupate in meno rispetto al secondo trimestre 2019 (di queste, 323mila con contratto a tempo determinato). Le donne e i giovani sono stati le prime vittime della crisi, e il tasso di occupazione femminile è sceso al 48,4%, ovvero inferiore al 50%, con punte più basse nell’Italia meridionale, dove 7 donne su 10 non lavorano. Secondo i dati Istat, quindi, lavora ancora meno di una donna su due e se le donne hanno figli la situazione peggiora: l’11,1% delle madri con almeno un figlio non ha mai lavorato. Sull’Italia pesa anche il divario salariale fra uomini e donne a parità di livello e di mansioni. E più le donne studiano, più aumenta il divario: se un laureato uomo guadagna il 32,6% in più di un diplomato, una laureata guadagna solo il 14,3% in più. Le donne, quando diventano madri, subiscono rilevanti penalizzazioni nella carriera lavorativa. Per loro risulta, infatti, particolarmente arduo ottenere ruoli di leadership, ruoli che invece vengono affidati con molta più facilità a uomini, seppur questi abbiano avuto una carriera scolastica meno brillante e siano ugualmente genitori.

Questo 8 marzo, quindi, è soprattutto l’occasione per ricordare tutte le ragazze e le donne che, in tutto il mondo, stanno compiendo sforzi enormi nella lotta alla pandemia e per costruire un futuro più equo. Come le donne polacche, da mesi in sciopero per rivendicare il diritto di gestire il proprio corpo e di scegliere l’aborto (in Polonia dichiarato contrario alla Costituzione). È tempo di costruire insieme un futuro dove sempre più donne possano prendere parte ai processi decisionali in ogni ambito della vita pubblica; possano avere accesso a un lavoro e a una paga equa, perché rendersi indipendenti è importante.
E in cui si possa mettere fine a qualunque forma di violenza contro ragazze e donne.

In tutto questo il Recovery Plan sarà una grande opportunità non solo per sanare le disuguaglianze di genere, ma anche per investire sul lavoro, nell’occupazione e nell’imprenditoria femminile, così come nei servizi di welfare, attraverso investimenti sull’istruzione e sull’assistenza all’infanzia. Occorrono agevolazioni fiscali per le famiglie con figli, tra cui il congedo parentale e il bonus asili nido, visto che il tasso di copertura di questi ultimi, oggi in Italia, è al 24,7% dei bambini sotto i due anni. Ben al di sotto del 33% che l’Unione Europea ci aveva raccomandato di raggiungere entro il 2020.

Serve il rafforzamento dell’assistenza agli anziani e ai disabili e a tutte le fragilità, a partire dall’assistenza domiciliare sociosanitaria integrata, per alleggerire la cura che di solito pesa solo sulle donne. Occorre, dunque, anche un lavoro culturale, in famiglia come in azienda per ridurre gli stereotipi di genere e consentire a ragazze e ragazzi di immaginare le stesse opzioni di carriera e di vita.

La strada da fare è ancora tanta, ma sostenere un maggiore ingresso delle donne nel mercato del lavoro, attraverso investimenti sull’istruzione e sull’assistenza all’infanzia, significherebbe non solo favorire la ripresa economica, ma anche e soprattutto dotare sempre più donne degli strumenti economici, sociali e culturali necessari per vivere libere da ogni forma di condizionamento e di violenza.

Forza e buon 8 marzo ogni giorno!

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