“Per gli interessi di chi vive fuori dalle ztl, l’alleanza progressista è l’unica speranza. Se il Partito democratico tornasse in mano ai centristi, il patto con 5 Stelle e Liberi e Uguali diventerebbe impraticabile. E questo mi preoccupa molto”. La vede così Stefano Fassina, già responsabile economico dem e viceministro dell’Economia nel governo Letta, poi fuoriuscito dal Pd – in polemica con la gestione Renzi – e tra i fondatori di Sinistra Italiana, ora deputato di LeU e consigliere comunale di Roma. La sua interpretazione delle dimissioni di Nicola Zingaretti dalla segreteria, affidata a un post su Facebook, è netta: “Dopo aver fatto fuori Giuseppe Conte, rimaneva l’ostacolo Zingaretti al programma di normalizzazione dell’Italia”.

Onorevole Fassina, cosa bisognava “normalizzare”?
L’anormalità era un esecutivo, il Conte 2, che iniziava a occuparsi di questioni trascurate e fasce sociali lasciate ai margini. Conte non è Che Guevara, il suo governo non era certo rivoluzionario, ma ha saputo mettere in discussione rendite che sembravano intoccabili, penso ad Atlantia e al tema delle concessioni autostradali. Ci sono dossier delicati, la crisi del Monte dei Paschi o la rete unica Telecom, che i grandi centri di interesse preferivano fossero altri a gestire. La gran parte dei media ha promosso e coltivato questo disegno in modo esplicito. Tutto alla luce del sole, non è una ricostruzione complottista.

Quindi le dimissioni di Zingaretti rispondono alle stesse logiche del cambio di governo?
“Si. Chi ha remato contro il Conte Ter, subito dopo l’avvio del Governo Draghi ha puntato Zingaretti per liberarsi di Conte e uccidere in culla il progetto di un’alleanza progressista stabile tra Pd, 5 Stelle e LeU, capace di sfidare – almeno in parte – l’ordine economico e sociale consolidato: l’”alleanza per lo sviluppo sostenibile”, come l’ha definita l’ex premier, di cui Zingaretti era uno dei garanti.

All’inizio però Zingaretti non voleva il patto con i 5 Stelle, è stata un’iniziativa di Renzi. Aveva detto “o Conte o voto”, poi è arrivato subito il sì a Draghi. Non paga l’assenza di una linea politica chiara?
È chiaro che anche lui ha una quota di responsabilità. Ma è diventato segretario senza controllare i gruppi parlamentari, di diretta emanazione renziana. Ha dovuto fare i conti un’opposizione interna diffusa e sedimentata, che spinge per tornare al liberismo blairiano e gli ha sempre remato contro. Sono quelli che nel 2013 volevano per il partito “l’agenda Monti“, ora vogliono “l’agenda Draghi”. A me viene la pelle d’oca solo a sentirli.

Parla dei renziani rimasti nella “ditta”?
Renzi è l’effetto, non la causa. I liberisti di centro hanno sempre avuto un grosso peso nel Pd. E Renzi è stato solo un interprete della restaurazione, ce ne sono tanti altri.

Insomma, Zingaretti non ha sbagliato nulla?
Se vogliamo, è stato imprudente. Quando si è aperta la crisi, avrebbe dovuto tener conto del fatto che una buona parte dei suoi gruppi parlamentari non voleva il Conte ter, nonostante in pubblico tutti dicessero il contrario. Invece si è speso per difendere quell’esperienza, ha usato toni molto netti, e si è andato a schiantare. Il fuoco amico è diventato insostenibile.

Senza i miliardi del Recovery Fund sul tavolo, tutto questo sarebbe accaduto comunque?
Io credo di sì. A mio parere si enfatizza un po’ troppo la portata dei fondi europei, che arriveranno “a rate”, 30 miliardi l’anno per 5 anni, non in 200 e passa in un colpo solo. Certamente sono stati una motivazione rilevante, ma l’urgenza di riportare “sotto controllo” la situazione non si limita a questo. Far fuori l’alleanza progressista, ad esempio, lascia campo libero a realizzare il progetto dell’autonomia differenziata tra Regioni, che significherebbe la fine dell’unità nazionale.

Lei però la fiducia a Draghi l’ha votata.
Pd, 5 Stelle e LeU, se restano uniti, sono ancora maggioranza relativa in Parlamento. Non dobbiamo rinunciare a costruire un asse che potrebbe influire in modo decisivo sul nuovo governo. Ritirandoci in ordine sparso, lasceremmo agli altri campo libero per portare avanti una visione opposta alla nostra. Bisogna lavorare per costruire l’alleanza a tutti i livelli, in Parlamento, nelle istituzioni e negli enti locali. L’intergruppo parlamentare in questo senso è un’ottima iniziativa, così come la scelta di Zingaretti di includere i 5 Stelle nella giunta del Lazio.

Come dovrebbe porsi quest’alleanza nei confronti del governo Draghi?
Innanzitutto avere chiaro che è un governo di scopo, voluto dal presidente della Repubblica per gestire la crisi sanitaria. Non è un esecutivo di derivazione politica, come il Conte 1 e il Conte 2. Per questo non bisogna farsi trascinare in operazioni improprie sul piano democratico: Draghi non deve disegnare il futuro del Paese, deve portarlo in sicurezza a nuove elezioni. Che, fosse per me, potrebbero tenersi a settembre, assieme alle amministrative appena posticipate. Ma la normalizzazione in corso ha altri piani.

Dipenderà anche dal prossimo segretario del Pd. Zingaretti chiederà la riconferma all’assemblea nazionale, il 13 e 14 marzo prossimi?
Zingaretti avrà dei limiti, ma è una persona seria. Accetterà di continuare a fare il segretario solo con un mandato forte per portare avanti le sue idee, altrimenti non tornerà indietro. E se nel Pd passa la linea liberista, muore ogni possibilità di immaginare un progetto politico che guardi al di fuori dei centri storici delle grandi città, alle esigenze dei fragili e dei marginali. Una prospettiva che mi preoccupa molto.

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