Oltre 80 miliardi di dollari sono persi ogni anno nel Vecchio continente a causa dell’elusione fiscale delle multinazionali, secondo i dati del rapporto 2020 di Tax Justice Network. Ma il prossimo 25 febbraio, grazie all’impegno della presidenza portoghese, potrebbe realizzarsi una rivoluzione la cui prospettiva da anni fa tremare mezza Europa: l’approvazione del country-by-country reporting pubblico, cioè l’obbligo per le multinazionali di rendicontare pubblicamente, e non solo a beneficio delle autorità, le proprie attività Paese per Paese. Con il dettaglio su dove realizzano i profitti e dove pagano le tasse.

Le ambiguità dell’Austria – A partire da gennaio il Portogallo è subentrato alla Germania nella presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea, annunciando nel suo programma di voler creare le condizioni per raggiungere un accordo politico sul country-by-country reporting, dossier bloccato ormai dal 2016. Il 25 febbraio, in Consiglio Competitività, i ministri responsabili del Mercato interno e dell’Industria si incontreranno in videoconferenza per dibattere sul tema, dopo una prima riunione tenutasi il 22 gennaio. In vista di questo appuntamento la presidenza portoghese aveva consolidato un documento di compromesso, in cui veniva promossa la necessità di trasparenza delle aziende, puntando esplicitamente il dito sul “livello di adempimento fiscale di alcune multinazionali attive nell’Unione e l’impatto sull’economia reale”, con l’obiettivo di contribuire al benessere della società e non più solamente al fine di garantire una migliore valutazione dei prezzi di trasferimento inter-aziendali.

L’esito della riunione, che aveva l’obiettivo di sondare l’orientamento dei Paesi europei su una possibile maggioranza, secondo le primissime ricostruzioni sarebbe stato fallimentare. Austria e Lettonia avrebbero infatti deciso di astenersi, denunciando mancanza di chiarezza rispetto alla base giuridica sottesa all’adozione della direttiva: materia fiscale o contabile? Nel primo caso sarebbe indispensabile l’unanimità dei Paesi membri. Nel caso invece di adempimento contabile, così come del resto già chiarito da anni, una maggioranza, seppur qualificata, sarebbe sufficiente. Insomma, una manovra puramente ostruzionistica, durata l’arco di un fine settimana. Sulle pressioni del partito Socialdemocratico e della ong Attac, il governo austriaco è stato infatti costretto a una clamorosa smentita, dichiarando di essere stato frainteso e di essere invece allineato alla proposta portoghese. Dall’11 dicembre 2019, Vienna ha infatti le mani legate, in quanto il parlamento austriaco, con i voti degli stessi socialdemocratici (SPO), del partito della Libertà (FPO) e dei Verdi, ha approvato una mozione che obbliga il governo federale a sostenere il reporting country-by-country pubblico. “La decisione è vincolante. Il governo deve aderirvi. Qualsiasi altra cosa sarebbe un disprezzo senza precedenti per il Parlamento”, ha dichiarato il portavoce della SPO sui temi finanziari, Jan Krainer. Sulla stessa linea il vicepresidente del partito, Jorg Leichtfried: “L’Austria è l’ago della bilancia. Se Kurz e Kogler non dovessero approvare questa misura centrale per la giustizia fiscale in tutta Europa, sarebbe un enorme scandalo, una presa in giro del Parlamento e una frode contro i contribuenti onesti”.

La posizione della Germania – Il vicecancelliere socialdemocratico e ministro delle Finanze, Olaf Scholz, si è espresso a favore del reporting pubblico. Ma è una voce decisamente isolata. Il reporting country-by-country pubblico “metterebbe le aziende tedesche in condizioni di svantaggio competitivo”, ha dichiarato il ministro dell’Economia, Peter Altmaier. L’esecutivo tedesco a guida Cdu, con la Spd partner di governo, non ha mai presentato all’ordine del giorno la questione durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio della Ue appena concluso. Nonostante la posizione solo apparentemente neutrale, l’astensione tedesca di novembre 2019 – nel voto che aveva spaccato in due il Consiglio Competitività – fu decisiva per impedire l’avanzamento del progetto. Berlino è infatti terrorizzata da questa paventata rivoluzione. La Federazione dell’industria tedesca (Bdi), cioè la Confindustria locale, già in passato aveva rivolto parole infuocate al ministero delle Finanze: “Le società tedesche sono già completamente trasparenti per le autorità fiscali della UE e consentono alle autorità di accedere ai propri dati. Un obbligo di rendicontazione pubblica viola il segreto fiscale tedesco. E ciò pone le società tedesche in netto svantaggio, soprattutto rispetto ai concorrenti di Paesi terzi”.

E sulla stessa linea critica si è espressa la Family Business Foundation, che ha appena pubblicato i risultati di uno studio condotto in collaborazione con l’istituto di ricerca Zew. “Non è stato chiaramente dimostrato che il CbCR permetta una riduzione del livello generale di elusione fiscale, almeno per quanto riguarda le istituzioni finanziarie dell’Ue. Mentre ci sono prove di effetti collaterali indesiderati, sotto forma di riallocazione degli investimenti e dell’occupazione in Paesi a bassa tassazione, e della possibile riduzione dei ricavi per eludere l’obbligo di rendicontazione”, scrive l’istituto di Mannheim. Che tuttavia non può non riconoscere che lo scambio dei dati fiscali tra le autorità e il coordinamento internazionale sulla disciplina dei prezzi di trasferimento restano tra gli strumenti più importanti nella lotta all’elusione fiscale. “Diversi studi recenti suggeriscono che nell’area Ocse le aziende reagiscono al CbCR riducendo il trasferimento degli utili, con aliquote effettive incrementate di uno o due punti percentuali”.

I numeri dell’elusione – Ogni anno, solo a causa dell’elusione fiscale, l’Unione europea lascia alle imprese una somma compresa tra i 50 e 70 miliardi di euro, secondo l’ultimo studio di riferimento del Parlamento Europeo, ormai datato 2015. Ma ben più recenti sono i valori diffusi dal gruppo di advocacy Tax Justice Network, nel suo rapporto “The State of Tax Justice 2020. Secondo le stime, nel mondo l’elusione delle multinazionali ammonta a 245 miliardi di dollari, di cui 80 miliardi sono persi dai Paesi dell’Europa quale continente. Nella Ue dei 27 l’elusione delle aziende ammonta a 60 miliardi di dollari, di cui quasi l’80% perso da Germania, Francia e Italia. Sul gradino più alto del podio continentale troviamo proprio Berlino, che perde oltre 24 miliardi di dollari, seguita da Parigi con 14,3 e dal nostro Paese con 8,8 miliardi di dollari pari a circa 10 miliardi di euro.

Altri 10 miliardi sono persi dal Regno Unito. Ma Londra, grazie al suo fisco non ostile alle aziende, fa perdere anche ben 13 miliardi di dollari all’anno ad altri Paesi. In questa classifica al contrario, che vede tutto il nostro continente far perdere complessivamente 99,8 miliardi di dollari, in testa ci sono i Paesi Bassi, con 26,5 miliardi di dollari all’anno di “perdite fiscali inflitte agli altri Paesi permettendo abusi fiscali alle aziende”. Nell’Unione il podio si completa con Lussemburgo (9,3 miliardi) e Irlanda (6,1 miliardi), mentre fuori dai confini dei 27, in area britannica è di rilievo il ruolo delle isole di Jersey e Mann (che insieme superano gli 8 miliardi di dollari), oltre alla Svizzera con quasi 11 miliardi di dollari.

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