C’è una mafia verde che punta a fare i soldi con la transizione ecologica. I soldi dall’Europa non sono ancora arrivati. Il Recovery plan è ancora da ultimare e da approvare. Le mafie, però, sono già attive. E pronte a infiltrarsi negli affari generati dai fondi provenienti da Bruxelles per la ricostruzione. Tre capitoli sono sotto i riflettori dei boss: la sanità, le grandi infrastrutture digitali e le riconversione energetica. È una sorta di “Recovery clan” quello tratteggiato dalla relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia. Seicento pagine che rappresentano un puntuale quadro d’insieme sui clan al tempo della pandemia. E che lanciano più di un’allerta. “L’analisi dell’andamento della delittuosità riferita al periodo del lockdown ha mostrato che le organizzazioni mafiose, a conferma di quanto previsto, si sono mosse con una strategia tesa a consolidare il controllo del territorio, ritenuto elemento fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e condizione imprescindibile per qualsiasi strategia criminale di accumulo di ricchezza”, scrivono gli analisti della Dia. “Controllo del territorio e disponibilità di liquidità che potrebbero rivelarsi finalizzati ad incrementare il consenso sociale anche attraverso forme di assistenzialismo a privati e imprese in difficoltà. – continua la relazione – Si prospetta di conseguenza il rischio che le attività imprenditoriali medio-piccole (ossia quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge principalmente l’economia del sistema nazionale) vengano fagocitate nel medio tempo dalla criminalità, diventando strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti”.

I segnali embrionali – E fin qui è il fenomeno che ilfattoquotidiano.it ha ribattezzato come “l’altro virus“: sono i clan, che subito dopo l’esplosione dell’emergenza economica scatenata dalla pandemia hanno cercato di acquisire consenso sociale, andando in soccorso di chi era in difficoltà: non solo famiglie ma anche piccole aziende. La relazione si basa infatti sull’analisi dei reati spia: “La tabella relativa al numero dei reati commessi da aprile a settembre 2020 mostra che, a fronte di una fisiologica diminuzione di alcuni reati (ricettazione, contraffazione, rapine, etc.), trend, quest’ultimo, in linea con la forzata chiusura della mobilità sociale e produttiva, si è assistito all’aumento di altri reati – come lo spaccio di stupefacenti e il contrabbando – espressivi del controllo del territorio da parte delle consorterie, le quali sono riuscite a rimodulare la propria operatività in questi settori. Analoghe considerazioni possono essere effettuate per i reati di estorsione e usura, che hanno visto solo una leggera flessione rispetto al passato. Ciò in quanto, come detto, i sodalizi si sarebbero inizialmente proposti alle imprese in difficoltà quale forma di welfare sociale alternativo alle istituzioni, salvo poi adottare le tradizionali condotte intimidatorie finalizzate ad acquisire il successivo controllo di quelle stesse attività economiche”. Durante il lockdown, dunque, si registra un calo delle “attività criminali di primo livello” (traffico di droga, estorsioni, ricettazione, rapine), ma un aumento al Nord e al Centro del riciclaggio mentre il voto di scambio e la corruzione sono in ascesa al Sud. L’usura invece è stabile, fattore sintomatico di una pressione “indiretta” comunque esercitata sul territorio. Per la Dia si tratta “di segnali embrionali che, però, impongono alle Istituzioni di tenere alta l’attenzione soprattutto sulle possibili infiltrazioni negli Enti locali e sulle ingenti risorse destinate al rilancio dell’economia del Paese”.

Durante il lockdown cresciute le operazioni sospette – E a proposito di reati spia, gli analisti antimafia sottolineano come siano cresciute anche le segnalazioni di operazioni sospette. “Raffrontando i dati del primo semestre 2019 e dell’analogo periodo del 2020 si nota un leggero incremento delle segnalazioni che appare, però, indicativo se si consideri il blocco delle attività commerciali e produttive determinato dall’emergenza Covid della scorsa primavera”, si legge nella relazione. A livello numero le “operazioni sospette generiche, quelle strettamente connesse con l’epidemia sono risultate 1.583 rispetto al totale di 88.101. I soggetti coinvolti nelle operazioni sono 10.799 di cui 4.908 persone fisiche e 5.891 persone giuridiche”. Si tratta soprattutto di movimentazioni tramite assegno, bonifici in contanti e bonifici all’estero. A questo proposito la Dia parla di “propensione per gli affari” dei clan “che passa attraverso una mimetizzazione attuata mediante il ‘volto pulito‘ di imprenditori e liberi professionisti attraverso i quali la mafia si presenta alla pubblica amministrazione adottando una modalità d’azione silente che non desta allarme sociale”.

“Crisi sanitaria è grande opportunità per i clan” – La mafia silente infiltra l’economia sana senza che nessuno se ne accorga. La Dia annota: “La capacità di infiltrazione delle mafie e di imprenditori senza scrupoli nella pubblica amministrazione, anche in questo momento di crisi, emerge chiaramente con l’andamento dei reati di induzione indebita a dare o promettere utilità, traffico di influenze illecite e frodi nelle pubbliche forniture, tutti in aumento rispetto allo stesso periodo del 2019. – prosegue il rapporto – L’inedita difficoltà che il sistema produttivo del Paese sta vivendo oggigiorno a causa della grave crisi sanitaria in corso deve essere considerata alla stregua di una grande opportunità per le organizzazioni criminali sempre rivolte ad ampliare i loro affari tanto nei comparti già da tempo infiltrati quanto in quelli afferenti a nuovi campi di attività”. A questo punto gli analisti della Direzione nazionale antimafia lanciano il primo allarme: “Per fronteggiare la situazione di emergenza, sarà inevitabile uno snellimento delle procedure d’affidamento degli appalti e dei servizi pubblici. Tutto ciò comporterà seri rischi di infiltrazione mafiosa dell’economia legale, specie nel settore sanitario che rappresenta un polo di interessi di enorme portata e peraltro appetibile anche per il controllo sociale che può offrire”. Per questo motivo è “fondamentale intercettare i segnali con i quali le organizzazioni mafiose punteranno, da un lato, a ‘rilevare’ le imprese in difficoltà finanziaria, esercitando il suddetto welfare criminale ed avvalendosi dei capitali illecitamente conseguiti mediante i classici traffici illegali, dall’altro, a drenare le risorse che verranno stanziate per il rilancio del Paese. L’individuazione di tali indicatori potrà avvenire solo attraverso una costante azione di contrasto alle citate attività illecite”.

Le mafie verdi e i soldi della green economy – E qui arriva il secondo problema: le mani delle mafie sui fondi europei e sul business maggiormente legato alla pandemia: la sanità. “Importanti investimenti criminali sono ipotizzabili nelle società operanti nel c.d. ciclo della sanità, siano esse attive nella costruzione e ristrutturazione di insediamenti ospedalieri, nella produzione e distribuzione di apparati tecnologici, di equipaggiamenti e di prodotti medicali, nonché nello smaltimento di rifiuti speciali, nella sanificazione ambientale e nei servizi cimiteriali e di onoranze funebri a causa della alta mortalità connessa alla pandemia da coronavirus che sta subendo l’Italia ed il mondo. Nel dettaglio bisognerà aver cura di monitorare con massima attenzione eventuali variazioni dell’oggetto sociale, trasformazioni societarie, cessioni o acquisizioni di rami d’azienda, modifiche nelle cariche sociali, trasferimenti di sedi ed altro, di tutte le aziende che vogliono partecipare a bandi pubblici in tale settore verificando che si tratti di dinamiche effettive e ‘sane’ e non finalizzate a celare la possibile evoluzione mafiosa delle imprese”. Parallelamente continuano gli 007 antimafia “è oltremodo probabile che i sodalizi tentino di intercettare i nuovi canali di finanziamento che saranno posti a disposizione per la realizzazione e il potenziamento di grandi opere e infrastrutture, anche digitali (la rete viaria, le opere di contenimento del rischio idro-geologico, le reti di collegamento telematico, le opere necessarie per una generale riconversione alla green economy, il c.d. “ciclo del cemento etc.)”. Se nel 2020 oltre al Covid c’era un altro virus, nel 2021 le mafie si sono fatte green.

“Scarcerazioni previste possono rimodulare interessi mafiosi” – Nella relazione è contenuta un’analisi approfondita sui traffici e sulle dinamiche delle varie organizzazioni criminali. Sulla ‘ndrangheta “le risultanze investigative del semestre confermano come la vocazione affaristica si sia declinata nei più svariati settori imprenditoriali, oltre che nei traffici internazionali di stupefacenti, nei quali è leader. Un’affermazione che è frutto della c mposizione di diversi fattori, in primis della struttura a base familiare, che, almeno sino all’inizio del 2019, era quasi del tutto impermeabile al fenomeno del pentitismo – e quindi affidabile all’estero – cui si aggiunge una enorme disponibilità di risorse finanziarie”. Per quanto concerne Cosa nostra gli analisti segnalano “un rafforzamento dei rapporti tra esponenti di alcune famiglie storiche di “Cosa nostra palermitana, i cosiddetti ‘scappati’, con La cosa nostra americana. Sul fronte interno, lo scenario mafioso resta caratterizzato dalla ricerca di assetti più solidi nei rapporti di forza tra famiglie e mandamenti. Se nella Sicilia occidentale la struttura familistica appare stabile e rigidamente organizzata, sul versante orientale si assiste alla formazione di gruppi di rango inferiore a Cosa nostra, ma dotati di una struttura militare parimenti aggressiva sul territorio, in grado di stringere alleanze occasionali finalizzate all’obiettivo criminale comune”. Sempre sul fronte della mafia siciliana la Dia avverte: “Le numerose scarcerazioni previste nel breve periodo potrebbero ulteriormente rimodulare gli equilibri mafiosi ed ispirare scelte strategiche, in ordine a una struttura criminale che vive una fase comunque critica di ricambio generazionale”. Sul fronte della Camorra, invece, gli investigatori segnalano come a Napoli “accanto a gruppi minori, operino organizzazioni storiche, con uno spiccato know how imprenditoriale e per questo in grado di espandere il proprio modello economico-criminale anche all’estero. In provincia di Caserta sono invece i Casalesi a mantenere i controllo del territorio, privilegiando, ora, la ricerca dell’egida nei mercati legali e l’infiltrazione della pubblica Amministrazione rispetto ad un uso spregiudicato della forza”.

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