Il nuovo target europeo al 2030, 55% di riduzione delle emissioni climalteranti, comporterà un deciso innalzamento della produzione da rinnovabili. In Italia, la generazione “Next e Green” dovrebbe arrivare a soddisfare oltre due terzi dei consumi elettrici con energie rinnovabili entro soli 10 anni. Per quanto riguarda la potenza solare, a fine decennio dovremmo arrivare ad una settantina di GW (anziché i 52 previsti dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, Pniec) e per l’eolico ad almeno 5 GW in più rispetto a quelli indicati dallo stesso Piano.

Intanto, forte di una politica aziendale che impone ai governi le proprie scelte, l’Eni ha presentato il suo programma, che contempla che al 2025 il gruppo aumenti la sua produzione di idrocarburi, anche se sposterà il peso sul gas, che nel 2024 costituirà il 55% circa delle riserve, contro il 50% attuale.

Ovunque e in simile emergenza climatica si considererebbe questa una provocazione, ma l’insistenza sui fossili ci viene spacciata per un trend salutare. Infatti, afferma l’Ad Claudio Descalzi, “il metano (non dice idrogeno o pompaggi! nda) costituirà un importante sostegno alle fonti intermittenti nell’ambito della transizione energetica”, mentre nella strategia di medio periodo la produzione di gas raggiungerà quella petrolifera tra il 2030 e il 2040, per arrivare al 90% del totale al 2050). E la decarbonizzazione? A metano?

Si tenga conto che il preoccupante aumento della concentrazione in atmosfera di CH4, dovuto alle perdite per estrazione, distribuzione e usi finali, fa della forte metanizzazione degli ultimi decenni una componente importante del global warming, a causa dell’efficacia di questo gas nel produrre l’effetto serra, circa 10 volte maggiore di quella della CO2. E dove è finito allora il discorso di Mario Draghi in Parlamento? Va definita in modo molto più preciso la rotta che si intende seguire per la ripresa del Paese nei prossimi anni, guardando soprattutto ai giovani e all’Italia che loro riceveranno in consegna non nel 2050 ma nel 2030. Segnalando che il triennio 2021-2023 sarà cruciale per la realizzazione anche quantitativa degli obiettivi finali.

Una partenza lenta e un trend poco ambizioso nel breve termine farebbero fallire il conseguimento di ogni risultato. L’Italia parte da più in basso rispetto ad altri Paesi – 30 GW (solare più eolico) nel 2018 – eppure 70 GW nuovi da installare entro il 2030 sono alla portata del complesso industriale e produttivo italiano, tenendo conto anche dell’idrogeno verde da idrolizzatori da mettere a disposizione della rete. Ciò comporta disfarsi subito del Pniec con quel misero 33% di riduzione dei gas serra al 2030. Con l’attuale versione del piano sarebbe oltretutto impossibile riempire il 37% dei 209 miliardi destinati all’Italia nell’ambito Next Generation Eu con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, espressamente intesi alla lotta contro i cambiamenti climatici e forieri di ricadute occupazionali rilevanti.

Vanno progettati nuovi processi e nuovi prodotti per realizzare un massiccio spostamento verso l’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili e dei consumi totali d’energia nei vari settori di impiego – trasporti, riscaldamento, industria, costruzioni – come non sarebbe mai possibile con la generazione elettrica da enormi impianti centralizzati, termoelettrici o nucleari.

Ma la resistenza di Eni e delle lobby del gas che agiscono a Bruxelles non va sottovalutata. Secondo una nuova ricerca pubblicata da Global Witness, una Ong internazionale, in meno di un decennio l’Unione europea ha speso 440 milioni di euro per gasdotti che non sono mai stati completati o rischiano di fallire. Soldi sperperati su vecchi asset ed entro scenari geopolitici in continuo mutamento. Ma i sussidi non riguardano solo il passato: sotto nuove e più camuffate forme riguardano il futuro e mettono in discussione il rapido passaggio alle rinnovabili e all’elettrificazione e all’idrogeno connaturati ad esse.

Infatti, sebbene il regolamento Ue per la prima volta escluda i gasdotti e gli oleodotti dal ricevere finanziamenti, lascia la porta aperta al finanziamento delle reti dell’idrogeno ottenute adattando l’infrastruttura del gas esistente. Ipotesi del tutto fantasiosa, se non per allungare la vita al gas metano. Più in dettaglio, mentre la Commissione europea propone di togliere la protezione del Trattato agli investimenti in carbone, petrolio e gas naturale, si prova ad inserire cervellotiche eccezioni: le condizioni del Trattato continuerebbero a essere applicate fino al 31 dicembre 2030 agli investimenti in centrali a gas che emettono meno di 380 grammi di CO2 per kWh (anche se il limite fissato da Bruxelles nella tassonomia per la finanza verde è molto più basso: 100 grammi di CO2/kWh).

E, nel caso in cui queste centrali a gas andassero a rimpiazzare impianti a carbone (vedi Civitavecchia), la protezione sarebbe estesa di altri 10 anni dopo l’entrata in vigore delle modifiche al Trattato, ma non oltre il 31 dicembre 2040! Capito allora perché gli Enti energetici si buttano a costruire centrali a metano nuove di pacca, anziché impianti di rinnovabili disponibili a costi largamente inferiori, ma non automaticamente fornitori di profitti garantiti da sussidi pubblici, capacity market e carbon tax quasi nulle?

Rimane comunque un problema: dato che una centrale a gas metano, per ottenere meno di 380 grammi di CO2 per kWh di produzione, dovrebbe avere un rendimento di almeno il 53% e dato che i gruppi turbogas a ciclo semplice non arrivano assolutamente a questo livello di efficienza – non sono cioè tecnicamente in grado di emettere meno di 380 grammi di CO2 per kWh di produzione – che altro trucco ci si inventerà anziché muoversi in fretta e bene verso le fonti rinnovabili?

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