“Secondo me, sia i calabresi che i napoletani erano coinvolti con le mani, con la testa e con i piedi nelle stragi”. Il pentito siciliano Gaspare Spatuzza si è convinto di questo dopo aver ascoltato la risposta di Filippo Graviano a cui lui, intorno al 1998, aveva riportato le lamentele di chi, all’interno del sistema carcerario, addossava ai palermitani la colpa del 41 bis (carcere duro, ndr). “Filippo Graviano mi disse che queste persone farebbero bene a parlare coi loro padri prima di aprire bocca”. Collegato in videoconferenza con l’aula bunker di Lamezia Terme, stamattina il collaboratore di giustizia siciliano la ripete due volte la frase del boss di Brancaccio che, assieme al fratello Giuseppe, all’inizio degli anni Novanta è stato il protagonista della strategia stragista di Cosa Nostra: “Filippo Graviano mi disse: ‘È bene che questi signori parlassero con i loro padri, che gli daranno tutte le spiegazioni dovute’”. Anche al maxi-processo “Rinascita-Scott” contro la cosca Mancuso, in sostanza, Spatuzza ha confermato quanto aveva dichiarato prima nel verbale del 3 ottobre 2013 e poi nel processo “‘Ndrangheta stragista” che si è concluso nei mesi scorsi con la condanna all’ergastolo del boss Giuseppe Graviano per l’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 18 gennaio 1994 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria all’altezza dello svincolo di Scilla.

“Tutti i mali di questo Paese iniziano per la volontà della famiglia Graviano. È questo che non ha capito ancora il signor Giuseppe Graviano”. Rispondendo alle domande del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, il collaboratore Spatuzza ha ricordato i suoi primi passi in Cosa Nostra: “Sono nato e cresciuto a Brancaccio e quindi orbitando in quell’ambiente criminale, sin dagli anni ’80 ho fatto parte della famiglia Graviano. Da lì ho iniziato il mio percorso criminale fino ad arrivare a fare omicidi e stragi”. Il riferimento è all’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino (“Mi è stato dato il ruolo di rubare la macchina, la 126, – sono le sue parole – da utilizzare per la via D’Amelio in cui ho avuto un ruolo di primissimo livello”). Ma anche alle cosiddette “stragi continentali”: “Sono stato coinvolto nelle stragi in continente, a Roma, Firenze e Milano. Purtroppo sono stato uno dei partecipanti”. Spatuzza ricorda in aula quando con Antonio Scarano si trovava a Roma nei giorni che precedettero la fallita strage dell’Olimpico: “Aspettavamo l’imput definitivo di Graviano. Assieme a Scarano siamo andati a prenderlo al bar Doney. Lui mi mette al corrente di alcuni fatti: che ci hanno messo il paese nelle mani. Mi disse che ci dobbiamo muovere a fare l’attentato perché i calabresi si erano mossi: erano stati uccisi dei carabinieri in Calabria. Effettivamente, quando sono andato a constatare, ho scoperto che erano stati uccisi due carabinieri in Calabria. Quindi ci dà l’input definitivo di fare la strage lì a Roma, all’Olimpico. Fortunatamente è fallito”.

“L’obiettivo erano i carabinieri – ribadisce Spatuzza – Quando noi siamo andati su (a Roma, ndr), Graviano mi fa delle confidenze. Dice che avevano chiuso tutto e che avevamo ottenuto quello che volevamo. Mi fa capire che c’era una sinergia stragista tra noi siciliani, di Cosa Nostra, e la ‘Ndrangheta. Le parole che mi sono state fatte all’interno del bar Doney è che c’eravamo presi il Paese nelle mani grazie a Berlusconi e Dell’Utri. Del partito, in quella sede e in quell’istante, non se ne è parlato”. A proposito dei rapporti tra calabresi e siciliani, inoltre, il pentito ha ricordato che negli anni ’80 i due fratelli Notargiacomo vennero ospitati all’interno del villaggio turistico Euromare di proprietà dei Graviano. Dei due fratelli, Spatuzza ricorda che “uno era ferito a causa di una guerra all’interno delle famiglie calabresi. I Notargiacomo erano amici di Antonio Marchese, cognato di Leoluca Bagarella. Sono stati presi sotto la custodia della famiglia di Brancaccio”. Il collaboratore parla anche dei legami dei Graviano con le cosche Molè e Piromalli di Gioia Tauro. “I rapporti li aveva più Mariano Agate che veniva paragonato allo stesso livello di Totò Riina. – aggiunte Spatuzza – Quando siamo arrivati nel carcere di Tolmezzo nel 1999 o nel 1998, abbiamo saputo che era stato assegnato allo stresso istituto Mariano Agate. Giuseppe Graviano dice ‘proprio a lui cercavo perché gli ho dato un sacco di soldi per sistemare un processo, circa 500 milioni di lire. Due trance di 500 milioni l’una erano state messe a disposizioni di alcuni amici calabresi che avrebbero aggiustato un processo che io dedussi essere stato ‘Golden Market’. Io queste cose le ho apprese da Giuseppe Graviano”.

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