Fa il punto su 12 mesi di pandemia, ricorda la convocazione da parte del ministro Roberto Speranza che ha dato vita al Comitato tecnico scientifico e oltre a ricordare che “investire in sanità significa garantire che eventi così catastrofici possano essere contenuti, ricorda il giorno più triste: “Il 27 marzo quando abbiamo toccato il picco dei decessi. E poi il 3 aprile, con i letti delle terapie intensive occupati come mai era successo prima”. Invece il momento più bello “il 27 dicembre, giorno del ‘vaccine-day‘”.

Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, sul Corriere della sera sottolinea che il nostro Paese dovrà ricordarsi degli ‘eroi del quotidiano’ che, lontani dai riflettori, sono stati “imprescindibilmente utili”. Spiega quando “nel tardo pomeriggio di un giorno di febbraio ho ricevuto la telefonata dal ministro Speranza, convocato per una riunione straordinaria. È stato il mio ingresso nel Comitato tecnico scientifico. Eravamo ancora ignari di quanto sarebbe accaduto e di quanto e come la nostra vita da lì a breve si sarebbe rovesciata”. Nel ripercorrere l’anno segnato dal Covid, Locatelli racconta anche che per non sacrificare del tutto l’attività di oncoematologo pediatra “alla quale – sottolinea – non ho voluto rinunciare, mi ci sono dedicato nei momenti in cui ero libero, la notte, l’alba, orari non canonici”.

Non ha mai temuto di non farcela: “Ho sempre avuto fiducia nella scienza e nelle persone. Certo, assistere alla crescita della curva dei contagi e, soprattutto, dover quotidianamente contare tante vittime è stato durissimo. Anche oggi, quando apprendo il numero delle persone che perdono la vita, vengo preso da una tristezza profonda che ha avuto il suo apice guardando le immagini dei camion militari che lasciano Bergamo carichi di bare. Impossibile non pensare che se ne è andata una parte importante e un patrimonio unico di questo Paese, gli anziani, la nostra memoria e coloro che ci hanno garantito dal dopoguerra a oggi di vivere un periodo mai così lungo di pace e di sviluppo per l’Italia. Pochissimi giorni fa ho perso, a causa del Covid-19, un amico e collega, il professor Giuseppe Basso di Padova, con cui ho condiviso la passione per provare a guarire un numero sempre più alto di bambini affetti da tumore. Tanti momenti trascorsi insieme mi sono tornati in mente. Sì, ho pianto“. Di certo, prosegue, “la pandemia ci ha dato una lezione. Investire in sanità – ha detto ancora al Corriere – significa garantire che eventi così catastrofici possano essere contenuti non solo in termini di vite perse, ma anche per attutire quanto più possibile il drammatico impatto economico e sociale”.

Quando si tornerà alla normalità “oltre a riprendere la mia normale vita di oncoematologo pediatra a tempo pieno, la prima cosa che farò è ritornare agli abbracci, soprattutto con i bambini. E poi mi farò un regalo, andare al cinema e a teatro“. Una persona rimasta nel cuore del numero uno del Css: “Il colonnello Paolo Storoni, ex comandante provinciale dei carabinieri di Bergamo, – conclude parlando degli ‘eroi del quotidiano’ – un vero servitore dello Stato”.

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