La comunità di Bose è morta. A suonare le campane a lutto della fraternità fondata da Enzo Bianchi nel 1965, ci hanno pensato due uomini: l’attuale priore Luciano Manicardi e padre Amedeo Cencini, lo psicoterapeuta canossiano che ha ridotto una delle esperienze di Chiesa più innovative nel panorama italiano ad un tradizionale monastero dove la libertà, la creatività, la promozione della cultura, l’apertura ai non credenti, l’ecumenismo e il ruolo attivo della donna nella liturgia non trovino spazio. L’ultimo atto sta per essere scritto in queste ore ma intanto la comunità è ridotta ad un “deserto di umanità” – come mi ha spiegato qualcuno che ancora sta cercando di vivere o sopravvivere all’interno di una realtà dove l’atmosfera ricorda più quella di una caserma che di un luogo di fraternità.

Scrivo queste parole perché frequento Bose da 27 anni e ho avuto il prezioso dono di conoscere Enzo così come molti fratelli e sorelle con i quali ho stretto rapporti di amicizia che hanno segnato la mia vita. Ho conosciuto l’evoluzione della comunità, il suo sviluppo, i suoi cambiamenti, chi se n’è andato per compiere altre scelte di vita; chi è stato cacciato senza giusta causa (diremmo per usare dei termini civilistici); chi ha abbandonato Bose perché la comunità alla quale aveva deciso di dedicare la vita è diventata altro.

Da giornalista ho seguito il caso Bose con l’occhio del cronista cercando di parlare con le fonti, in primis padre Amedeo Cencini (che ha solo risposto ad una mail con poche ed inutili righe). Da amico della comunità ho dialogato con alcuni monaci e monache e soprattutto “ex” che (vivaddio!) sono liberi di parlare senza che i servizi segreti interni puniscano chi apre bocca. Da maggio ad oggi ho cercato di capire cosa fosse accaduto, quali ragioni avessero spinto il segretario di Stato a firmare un Decreto Singolare con la richiesta di allontanare da Bose, a tempo indeterminato, il fondatore Enzo Bianchi e altri tre monaci a lui vicini.

Dopo nove mesi sono giunto ad una conclusione, dettata dalla conoscenza di fonti certe e dal prendere atto di eloquenti silenzi: quanto accaduto a Bose è solo frutto di una lotta di potere, di un tentativo da parte dell’attuale priore e di altri apparati della Chiesa di cambiare il volto della comunità, eliminando qualsiasi traccia di Bianchi; epurando la comunità da chi la pensa diversamente dal priore in carica; riducendola nell’alveo della tradizione mettendo mano alla liturgia e allo Statuto. Per dirla in maniera più netta: l’idea che Bose fosse un luogo aperto anche a chi come me crede di essere ateo; la singolare e unica esperienza di convivenza tra uomini e donne; il ruolo delle donne nella liturgia (a Bose possono leggere il Vangelo e commentarlo); il riconoscimento di avamposto dell’ecumenismo; il fare di un monastero un luogo di promozione culturale dove dare la parola a filosofi, psicanalisti, politici ed altri ancora non era gradito.

Uso le parole di un amico che conosce bene quanto è accaduto: “Bose è morta perché Manicardi e i suoi fedelissimi l’hanno ridotta a un piccolo e mediocre monastero catto-psicologico in cui non c’è spazio per libertà e creatività”. Qualcuno in questi mesi ha cercato di gettare fango su Bianchi e sui fratelli e la sorella che sono stati colpiti dall’allontanamento. Lo spiega in maniera esemplare il teologo Riccardo Larini, ex monaco di Bose, in un suo post pubblicato in questi giorni.

Ciò che invece è avvenuto a Bose in questi mesi è stata una “persecuzione” nei confronti di chi la pensa diversamente da chi vuol cambiare l’identità della comunità. Chi non è d’accordo è invitato ad andarsene o a rientrare nei ranghi. Nel frattempo dal sito della comunità sono sparite le parole di Bianchi, i suoi articoli, i commenti al Vangelo, le date dei suoi incontri, senza alcuna spiegazione. Gli incontri che attiravano a Bose centinaia di credenti e non, con gli amici del fondatore (Umberto Galimberti; Massimo Cacciari; Massimo Recalcati e tanti altri), sono stati cancellati per lasciare spazio solo alla parola di Manicardi.

Un uomo, quest’ultimo, che in tutto questo tempo di fronte a quanto stava accadendo alla sua comunità, non ha mai spiegato nulla; non ha mai rilasciato un’intervista; non ha mai reagito agli articoli di stampa ma ha solo avvalorato le scelte di Cencini. Io stesso con alcuni amici avevo scritto all’attuale priore, ma non un solo cenno di risposta. Anzi la nostra lettera è stata più volte strappata dalla bacheca della comunità. Tutto questo con quale obiettivo? Parlano le carte: “Quello di ‘distinguere’ adeguatamente il carisma del Fondatore dalla sua persona e dalla sua storia. Non si dovrà riferirsi al fondatore come a una norma vivente per attualizzare il carisma”. E poi “l’obbedienza a chi presiede come antidoto contro l’arbitrio del proprio capriccio”; “il silenzio assunto nella sua verità”.

Tutto d’ora in poi dovrà passare dall’ “Autorità”: in primis lo Statuto ma anche “gli usi celebrativi”. Tradotto: stop alla Bose di Bianchi. Si volta pagina. Chi ci sta bene, chi non ci sta s’accomodi. Altro che abusi dell’esercizio dell’autorità dell’ex priore, altro che questione infamanti: solo un gioco di potere che se da una parte rende più umana e fragile (come lo è la nostra) la vita della comunità di Bose dall’altra la mortifica, la spegne, la riconduce alla più triste visione del potere.

Risultato? Come scrive Larini lo svuotamento della comunità.

Alea iacta est: non c’è più nulla da fare. Bose è morta.
Non ho la minima idea di cosa Enzo Bianchi (che compirà il 3 marzo 78 anni) ora farà: diversamente da quanto stabilito dal delegato pontificio, a Cellole non andrà. Fonti molto attendibili riferiscono che Bianchi disubbidisce a Cencini ma sta ubbidendo direttamente alla volontà di Papa Francesco. Personalmente mi auguro che possa avere l’energia, la profezia e la possibilità di tracciare una nuova strada con uomini e donne che potranno non dimenticare il suo carisma, ma farne fondamenta di una nuova realtà che possa ancora essere fermento nella Chiesa e una casa accogliente per chi crede e per chi pensa di essere ateo come me.

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