Volendo trovare un senso alla carriera ultima dei Foo Fighters, vale la pena ascoltare più le loro canzoni che non i dischi.

Sono trascorsi, infatti, dieci anni da quel Wasting Light che ha segnato, senza tema di smentita, il punto più alto mai raggiunto da Dave Grohl e compagni in carriera e, da allora, non sono mancate conferme pure importanti (Sonic Highways), per quanto a queste vadano aggiunti diversi sbadigli e (diciamolo) pochi scossoni.

Medicine At Midnight, la cui uscita avrebbe dovuto aver luogo già lo scorso anno, sta ai Foo Fighters (per loro stessa ammissione) come Let’s Dance alla discografia di David Bowie: un lavoro scanzonato, finalizzato a catturare l’ascoltatore in un vortice danzereccio, nuova espressione della proposta rodata del gruppo.

L’allegria che pervade l’album è palese dal suo principio. La prima, “Making A Fire”: brano godibile, che apre il nuovo corso del sestetto con tanto di cori femminili a suggellare quest’ultimo patto col diavolo.

La successiva, “Shame Shame”, disponibile dallo scorso novembre, ha nel disegno ritmico il suo unico pregio: una canzone di per sé trascurabile, che ha il merito di rimarcare una volta di più, quello sì, la bravura dietro le pelli di Taylor Hawkins.

Accade, allora, che sia necessario attendere la terza, “Cloudspotter”, per un sussulto: fusione riuscita, stavolta, tra passato e futuro di una band che sembra voler muovere oltre senza però crederci il giusto. “Waiting On A War”, altra anticipazione, è la ballata che ti aspetti: simpatica ma non bella, simile (e tanto) ad episodi decisamente più ispirati. Tipo “Times Like These”, per dire.

Va meglio con la title track “Medicine At Midnight”, per quanto il paragone che sovviene, qui, è con i Queen di Hot Space: l’opera per colpa della quale Freddie Mercury e compagni, all’alba degli Ottanta, rischiarono di sciogliersi. Non proprio il massimo, diciamolo.

“No Son Of Mine”, secondo singolo, attinge nel riff dai Rammstein (niente meno): ha il tiro dei Pearl Jam di “Spin The Black Circle” ma la pavidità degli Eagles Of Death Metal. “Holding Poison”, pure, sembra voler riportare indietro, addirittura ai tempi di There Is Nothing Left To Lose (1999): a quando, trascorso relativamente poco tempo, allora, dalla scomparsa di Kurt Cobain, la volontà di Grohl di differenziarsi e creare una sua proposta era ben più forte di adesso.

“Chasing Birds”, penultima, è la canzone che avremmo voluto a questo punto ritrovare altrove, magari in un EP: piccola gemma in un mare di buone intenzioni lungo 36 minuti, rimaste per lo più tali. Chiude l’album “Love Dies Young”: inno power, plastico quanto basta per non recare fastidio, ma da sconsigliare a chi ha eccessive quantità di zucchero nel sangue.

Nella marea di uscite, molte delle quali più che meritevoli, cadute negli ultimi 18-24 mesi, Medicine At Midnight faticherà, e non poco, a lasciare il segno: se si parlerà di queste nove canzoni sarà solo per il monicker che vi è dietro, unica ragione (forse) per dar credito ad un lavoro poco ispirato, per larghi tratti estenuante.

Ai Foo Fighters si vuole facilmente bene, e non si può non riconoscere loro di portare alto il nome del rock nel mondo, muovendosi con mestiere sopra e sotto il palco: ciò detto, consci forse di poter chiedere più a loro e meno ad altri, l’augurio è di ritrovarli presto non dico al massimo della forma ma quantomeno ispirati.

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