Ieri non è stato un giorno qualsiasi. Uno drammatico appello alla responsabilità del Presidente Matarella ha costretto un uomo di indubbie capacità e considerazione internazionale, Mario Draghi, a comporre uno dei governi più politicamente “compositi” della storia d’Italia. Ripercorrendo le ultime settimane, alla mediocrità della classe dirigente della politica italiana è bastato il solito rigurgito maleodorante di ego, prodotto da una realtà politica che supera a stento il 3%, per demolire la fragile alleanza giallo-rossa con cui abbiamo attraversato inizio e persistenza della pandemia da Covid-19.

Fin qui, diciamocelo, nulla di troppo insolito. Seppur nello sbigottimento generale per il cinismo renziano, la cui espressione di maggior spessore può essere sintetizzata in sapore internazionale con “scioc bicoooous”, l’Italia ha provato a credere ancora che una via di uscita ci fosse. Impossibile, lo abbiamo capito tutti, non creare subito un governo di unità nazionale con cui gestire bene (e non perdere) i tanti soldi in arrivo. Soldi che servono a salvare aziende, posti di lavoro, pace sociale. Lo hanno capito persino i prìncipi dell’anti-politica e delle scatolette di tonno e con loro i salviniani del “noi mai col Pd”. E così Draghi ha eseguito e dato vita al primo scudo spaziale maculato, multicolore degno della migliore tradizione cencelliana.

In tutto questo, il Prof, che la sua faccia non la mette gratis, ha deciso di avvalersi dell’impegno, in ruoli tecnici, di donne e uomini di valore. Persone che non solo una laurea e una storia professionale ce l’hanno (di questi tempi pare già un miracolo), ma che nel loro campo sono indubbie eccellenze.

Nella parte politica della composizione ministeriale diciamo che ogni partito ha espresso sé stesso, con il meglio che poteva e nei “seggiolini” concessi. Tutto tranquillo? Tutto normale? No.

Quella che si è consumata ieri è la peggiore frattura tra la sinistra italiana e le donne. Delle otto ministre scelte nessuna può essere ragionevolmente ritenuta di sinistra, nessuna è un punto di riferimento politico per il femminismo italiano di sinistra. Uno schiaffo in piena faccia alle migliaia di attiviste e alle donne che ancora una volta (certo che siamo delle romanticone, eh?…) avevano creduto alle tante parole spese sulla necessità di quel “women new deal” che ora suona come una beffarda presa per i fondelli. Ovvio, dirà qualcuno: le poltrone erano poche e bisognava prendere dicasteri “pesanti”. Altrettanto naturale per il Pd assegnarli ai tre capi corrente, casualmente maschi, giusto? No, non è giusto per niente.

Il partito che pensa di poter vantare nei suoi valori e nella sua storia i diritti delle donne avrebbe dovuto evitare questa porta in faccia all’elettorato femminile. Lo stesso elettorato che fa così comodo, quando bisogna provare a rifarsi il look in Europa o con le grandi realtà che guidano l’economia. Lo stesso elettorato che della pandemia sta pagando il prezzo più alto come dicono i dati della disoccupazione o delle morte di femminicidio.

Come se non bastasse, l’incapacità della sinistra, tutta, perché da questa responsabilità non va salvato nessuno, consente al traditore politico seriale di ripiazzare alle Pari opportunità la “sua” ministra ubbidiente e fedele come una moglie troppo devota, Elena Bonetti. Persona perbene, per carità, ma che ha finora parlato di donne abbinandole più alla famiglia e alla loro capacità procreatrice che alla libertà e ai diritti dovuti. Una politica che non piace al mondo delle femministe e non convince per laicità e determinazione. Nemmeno lì le donne italiane della sinistra hanno contato, nemmeno per questo il Pd e Leu sono riusciti a fare un fiato.

Ed è così che lo strappo si è consumato. In migliaia, contemporaneamente, ci siamo scritte, messaggiate, chiamate, postate mentre Draghi snocciolava la lista. Potrei fare un elenco enorme di associazioni unite da questa amarezza, ma non serve e potrei dimenticarne qualcuna. Chi crede in un nuovo modo di vivere la politica, di cambiare passo, paradigma, stile, visione, sguardo, sa benissimo cosa abbiamo provato ieri. Ma adesso serve reagire.

Oggi non è solo il giorno del giuramento del governo. Oggi per molte di noi è il giuramento che quel percorso che la sinistra non ha voluto intraprendere, non fidandosi del talento, della forza, della competenza delle donne, lo costruiremo da sole. Dieci anni fa un milione di donne scendevano in piazza con Se non ora quando: era il 13 febbraio 2011 e questa data, oggi, suona come una beffarda ricorrenza nel giorno in cui la destra italiana sfoggia le sue ministre e la sinistra, con la sua ostinazione testosteronica, la fine della fiducia con il suo elettorato femminista. Un elettorato che sta già costruendo i nuovi slogan: se non ora mai, senza di voi adesso.

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