di Giuseppe De Marzo, Responsabile nazionale di Libera per le politiche sociali

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Pnrr, messo a punto dal governo Conte è inadeguato alle esigenze e agli obiettivi strategici indicati dal Ngeu per affrontare e superare la crisi economica, sociale, ambientale e sanitaria. Le ingenti risorse messe a disposizione per il nostro paese, circa 224 miliardi di euro, rischiano di essere utilizzati in realtà per scopi opposti agli obiettivi enunciati o di non essere spesi.

Costruire un futuro sostenibile, come in teoria propone il Ngeu, è possibile solo se usciamo dal modello di sviluppo che ha prodotto la crisi economica, sociale, ambientale e sanitaria. Concretamente, significa orientare la base produttiva in modo da garantire allo stesso tempo equità sociale e sostenibilità ecologica: non basta la “narrazione”, c’è bisogno di obiettivi e azioni coerenti.

Al di là della retorica, purtroppo il Pnrr insiste su ricette sbagliate, contravvenendo alle necessità di investire su un nuovo modello economico. Continuare a teorizzare come obiettivo prioritario la crescita economica infinita a fronte di un pianeta con risorse finite è irrealistico quanto inefficace, visti i limiti imposti dalla crisi ecologica; così come sventolare la crescita economica come necessità ineludibile per generare occupazione e benessere è falso scientificamente, quanto allo stesso tempo ipocrita per chi non ha mai redistribuito ricchezze e lavoro nemmeno dopo decenni di crescita.

All’interno di una crisi strutturale e sistemica del modello di sviluppo, l’unica maniera per redistribuire ricchezza, promuovere inclusione sociale e sostenibilità ecologica è attraverso grandi investimenti pubblici e con il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini e delle reti sociali. Solo così possiamo rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute. In caso contrario difficilmente i lavoratori e le comunità sarebbero disponibili.

La riconversione ecologica delle nostre attività produttive e della filiera energetica non può essere promossa dal centro e dall’alto, ma deve avvenire in maniera decentrata, distribuita e partecipativa. Per raggiungere due dei tre obiettivi principali del Ngeu, sconfiggere le disuguaglianze e promuovere la transizione ecologica, abbiamo bisogno di un altro modello economico, sociale, culturale e relazionale.

Il Covid-19, il collasso climatico e 18 milioni di italiani a rischio povertà sono gli “effetti collaterali” di un sistema economico insostenibile socialmente e ambientalmente. Non sono problemi separati ma conseguenze prevedibili e già annunciate da chi da più di mezzo secolo mette in guardia l’umanità sulla pericolosità del liberismo economico. Uscirne è un imperativo morale se vogliamo vincere le sfide che abbiamo davanti. Altrimenti i soldi del Pnrr non serviranno per sconfiggere disuguaglianze, povertà e crisi ecologica ma rischiano solo di servire per una ridefinizione degli assetti produttivi di grandi interessi privati, spesso distanti dall’interesse e altre volte opachi.

Non è un caso che tutte le volte che c’è un’emergenza o un grande stanziamento di fondi le mafie facciano grandi affari nel nostro paese. Quando la politica è debole, a guidare le scelte non sono gli interessi pubblici, collettivi e sociali. Considerando la fragile struttura sociale italiana, in assenza di interventi che sconfiggano le disuguaglianze, il Covid-19 ha purtroppo rafforzato il potere delle mafie. Il welfare sostituivo mafioso rappresenta ormai l’unica alternativa per molti in un paese in cui i giovani sono i più poveri mai nati. A questo si somma il virus del populismo e del razzismo alimentato dalla frustrazione di decine di milioni di persone a cui non sono date alternative per migliore le proprie condizioni materiali ed esistenziali.

Non basta quindi parlare di sviluppo sostenibile, enunciando parole come “transizione”, “green economy” e inclusione se queste non vengono accompagnate da obiettivi, interventi, fondi, strategie efficaci e azioni coerenti. Il Pnrr presenta ad oggi problemi sia nel metodo che nel merito dei progetti presentati. Sul metodo, gravissima l’assenza di qualsiasi partecipazione dei cittadini e delle reti sociali alla realizzazione del piano e dei progetti. Partecipazione prevista dall’art.3 del Codice di Partenariato europeo, ritenuta indispensabile per ottenere risultati effettivi soprattutto per gli interventi nei territori marginali.

A questo si sommano enormi incoerenze tra quanto indicato nel Pnrr e quanto previsto nei Bilanci ordinari: qual è la logica di regalare ancora decine di miliardi di sussidi alle fonti fossili se si vuole fare la transizione ecologica? Che significa inclusione e lotta alle disuguaglianze sociali se poi non riconosciamo un reddito di base? Se vogliamo spendere i soldi ci deve essere coerenza sugli obiettivi anche nel bilancio dello Stato.

Altro grande problema è legato all’assenza in moltissimi progetti dei risultati attesi, come se bastasse indicare solo gli obiettivi. Ma quello che più emerge, come abbiamo detto in precedenza, è la totale mancanza di visione politica capace di mobilitare la società verso un futuro più giusto, equo e sostenibile. Una lacuna che fotografa in maniera impietosa il fallimento dell’attuale classe dirigente politica, costretta dinanzi alle difficoltà poste dalla crisi a delegare ad un ennesimo governo “tecnico”. Di “tecnico” non c’è nulla quando si decide sul modello economico, sugli assi strategici prioritari attraverso i quali portarlo avanti, su che tipo di transizione promuovere, su quali settori e su quali modelli di inclusione sociale.

Nel nostro paese tutte le volte che c’è una crisi profonda ci si affida ai cosiddetti “tecnici”: Ciampi, Dini, Monti e Draghi. Come se cittadinanza e corpi sociali intermedi non fossero in grado di discutere e decidere. Un approccio infantile e paternalista che non risolve i problemi, li pospone. Depoliticizzare il dibattito rende ancora più fragile la nostra già fragile democrazia.

Ma il Pnrr presenta anche gravi lacune nel merito. Serve una profonda riforma della Pubblica amministrazione, visto che il 60% dei progetti passa da qui. Non basta la digitalizzazione. Come sostiene il Fdd, c’è bisogno di rigenerarle se vogliamo evitare di perdere gran parte delle risorse.

Sempre nel merito, sul fronte dell’inclusione sociale e del contrasto alle disuguaglianze, il Pnrr continua a non prevedere: l’introduzione del reddito di base; investimenti sufficienti a garantire la riforma del welfare; investimenti sul diritto all’abitare ed un piano casa che garantisca alle centinaia di migliaia di famiglie in emergenza abitativa una casa di qualità, sostenibile in termini energetici; investimenti per potenziare il diritto allo studio, contrastare la dispersione scolastica e la povertà educativa, risanare gli edifici scolastici e realizzarne di nuovi.

Queste sono le richieste che la quasi totalità dei movimenti e dei soggetti sociali, Rete dei Numeri Pari inclusa, stanno portando avanti. Su tutto questo il Governo Draghi è chiamato al confronto ed a dare risposte immediate.

Non sappiamo cosa farà il prossimo governo, non avendo ancora visto i programmi. Ma sappiamo quello di cui abbiamo bisogno, di chi sono le responsabilità della crisi che ha sconvolto le nostre vite in questi ultimi dieci anni, quali devono essere gli obiettivi strategici del Pnrr se si vuole davvero la transizione ecologica e cosa non vogliamo succeda di nuovo.

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