Proletari di tutto il mondo, unitevi. Se volete sapere tutto, ma proprio tutto, sui giorni del Congresso di Livorno del gennaio del 1921, sulla scissione che 100 anni fa spaccò il Partito Socialista Italiano e fece nascere il Partito Comunista Italiano, dovete leggere Compagni! di Federico Mello (384 pagg., Utet, 18 euro). Resoconto fedele dei fatti, documento storico prezioso, reportage giornalistico puntuale, romanzo della storia del Novecento pennellato attorno ad un accadimento politico imponente e rivoluzionario rispetto ai destini del mondo intero. Compagni! ci fa entrare in medias res poche ore prima che il Congresso inizi proprio tra le strade, la stazione, le pensioni di Livorno, tra deputati socialisti che arrivano alla spicciolata, i torinesi di Ordine Nuovo pronti a dar battaglia, il vecchio segretario Turati apparentemente sulla difensiva, l’arrivo dei rappresentanti più e meno celebri delle diverse correnti del partito da tutto il Paese. Tutti affollati nel teatro Goldoni – con tanto di fotografia dell’interno della struttura e indicazione su dove erano seduti i vari protagonisti – e un susseguirsi inesausto dei discorsi dal palco. C’è tutto il furore di una battaglia dialettica senza precedenti e di una lotta politica senza eguali che ha traghettato la sinistra italiana di quegli anni tra la Seconda Internazionale e la Terza (solo per i comunisti), ma soprattutto che vide l’Italia di lì a pochi mesi cadere nelle spire della dittatura mussoliniana.

“La divisione tra comunisti e riformisti è sul concetto di democrazia. E in qualche modo questa divisione ha contribuito all’ascesa del fascismo. Per contrastarlo sarebbe servita unità più che divisione”, spiega Mello a ilfattoquotidiano.it. “Certo che poi ci fosse un movimento di opinione, un radicalismo che andasse contro la democrazia non diminuisce la brutalità del fascismo e la sua violenza assassina contro i socialisti. Penso però che in quel momento il Parlamento fosse l’unico luogo dove ci si potesse difendere dalla violenza e che la parte comunista, quella per la scissione, avesse un approccio antiparlamentarista”.

I comunisti si presentarono comunque alle elezioni sempre del 1921 prendendo il 4,6%…
Non sono d’accordo. Su Ordine Nuovo poco tempo primo si discusse se fosse il caso di parteciparvi o meno, l’idea era comunque quella di entrare in Parlamento per scardinarlo. A maggio del ’19 sempre su Ordine Nuovo viene scritto ‘ben venga il fascismo se questo può portare ad acuire lo scontro sociale e alla rivoluzione’. Certo, anche qui, l’approccio antidemocratico non fu paragonabile alla violenza fascista. Le teorizzazioni anche goffe della corrente dei massimalisti e dei comunisti erano più parolaie, incapaci nel concreto militarmente di organizzare alcunché.

Oltre alle parole e allo scontro dialettico dei comizianti nel libro viene ricostruita un’atmosfera, un’umanità che va oltre le asprezze ideologiche.
Il primo titolo che pensai fu Romanzo a colori. Il mio è un tentativo forse inedito di raccontare la storia che immaginiamo sempre seppiata e in bianco e nero, ridandole colore. Quelli di cui racconto sono uomini come noi che vivevano di antipatie e simpatie, di mal di schiena. La vita ogni giorno era colori anche negli anni Venti.

Poi c’è il lavoro da storico sui documenti originali dell’epoca tra cui proprio gli articoli di giornale.
Ho lavorato sulle fonti per tradurle in un linguaggio contemporaneo. L’Inno dei lavoratori scritto da Turati dice: se divisi siamo canaglia, stretti in fascio siam potenti. La parola fascio però l’ho tolta e sostituita con insieme. Fascio all’epoca era sì una parola di sinistra, ma riportata oggi sarebbe straniante. Inoltre di solito nell’esaltazione del mito ci si allontana dalla realtà facendo spesso mancare il contesto dalla ricostruzione. I fatti senza contesto non servono a nulla. Nel libro infatti alterno fatti e contesto. È come una presa diretta degli accadimenti.

I quotidiani diventano realmente la fonte primaria per raccontare realisticamente quelle ore.
Ho proprio voluto celebrare quelle che nel libro chiamo le “penne fameliche“. Una figura simile al termine “circo mediatico“. Mi ha davvero stupito come gli articoli dei nostri colleghi di allora fossero così vivi. Del resto il direttore dell’Avanti, all’epoca, aveva più potere del segretario del partito socialista.

È un libro zeppo di voci che si alternano sul palco del Congresso…
C’è un dato curioso, tra l’altro su questo aspetto. Ai tempi non c’era amplificazione pubblica. In un comizio una persona che non era in grado di avere una voce alta e profonda faceva fatica a fare politica. È una dinamica interessante fatta di interruzioni, di cori che si sovrappongono. Oggi uno parla al microfono e il presidente di un assemblea lo interrompe spegnendoglielo.

In apertura elenchi anche tutti i personaggi che andranno in scena al Goldoni…
Questo espediente mi è servito per spiegare un aspetto cruciale. Ascissa e ordinata dei fatti di Livorno e di quegli anni sono la guerra e la rivoluzione d’ottobre. Con il deputato pacifista Misiano spiego la prima guerra mondiale, poi con il talk show al caffè livornese (tra un professore e un leninista ndr) seguo i dibattiti dialettici su Seconda e Terza internazionale.

Con la divisione del ’21 però il PCI ci ha guadagnato, diventando architrave della lotta antifascista e poi della Costituente…
Certo, questo è accaduto grazie al “partito nuovo” teorizzato da Togliatti. Ma c’è una grossa differenza tra il partito togliattiano e quello comunista di Bordiga del ’21 che è poi una caratteristica della sinistra italiana. Togliatti eredita l’impostazione dei massimalisti nel ’21 che poi si tramuta in un’ambiguità, nella cosiddetta doppiezza: un piede nel sistema e uno nell’antisistema. Strategia portata avanti a lungo fino ad oggi. Voglio bestemmiare se posso. Un paragone è nell’attrazione che i 5stelle hanno nei confronti del Pd, provando ad esserne una componente antisistema, ruolo prima avuto dalla sinistra radicale oggi inesistente. Penso che in Italia un partito socialdemocratico che criticasse e prendesse le distanze dal leninismo e dal bolscevismo sia arrivato troppo tardi e non abbia mai avuto basi culturali solide. Ci provò Craxi negli anni Ottanta prima di essere travolto dalla propria cupidigia, non scusabile. Figuriamoci: perfino nell’ultimo numero di Italianieuropei Goffredo Bettini fa un peana della Rivoluzione d’Ottobre!

Però anche la Seconda Internazionale – quella in cui rimasero Turati e soci nel ’21 – nasceva sulla rivelazione del conflitto di classe marxiano: cos’è successo negli anni, il conflitto di classe non esiste più?
Oggi non si può più parlare di classi, come era fino alla fine anni Settanta. Il presupposto delle classi e che i membri che ne fanno parte si riconoscano come tali. Oggi non penso che gli operai si percepiscano come proletari, magari si riconosceranno come milanesi o come amanti del reggaeton. Voglio dire: le masse cattoliche che votavano Dc negli anni Cinquanta erano borghesi perché non votavano per il partito del conflitto di classe? Insomma, la classe marxiana, non è uno strumento utile per leggere la società oggi. Questo non vuol dire non ci siano diseguaglianze socio-economiche e che non ci sia bisogno di forza socialista che faccia avanzare la società. L’idea di leggere le diseguaglianze di oggi come qualcosa di uguale a 100 anni fa è sbagliato. Il socialismo di inizio Novecento aveva come slogan “Pane e lavoro”, era questione di mangiare ogni giorno. Oggi non è più così. Se non riconosciamo questo non riconosciamo 100 anni di battaglie sociali fatte e vinte in questo paese. Il punto è come lavorare oggi per una società più giusta. Posso bestemmiare di nuovo? Il socialismo in qualche maniera ha esaurito la sua forza perché ha vinto.

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