Non chiamateli “luxury hospital” per il Covid, ma semplicemente tendostrutture per la vaccinazione. Lo avevamo anticipato due mesi fa che gli ospedali da campo donati all’Italia in aprile dall’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani per fronteggiare la pandemia sarebbero stati dei flop. Dopo 8 mesi e quasi 2 milioni di euro, la Regione Basilicata ha deciso di destinarli alle vaccinazioni e non più ad accogliere malati Covid. Neanche i paucisintomatici, come preannunciato nelle precedenti delibere. Adesso però la Corte dei Conti della Basilicata, presieduta dal procuratore regionale Vittorio Raeli, vuole vederci chiaro. La task force “servizio covid” della procura contabile ha già aperto sette indagini, per capire come sono stati utilizzati i conti pubblici lucani in ambito pandemia, e tra questi anche quelli per l’ospedale dell’emiro. “L’indagine è iniziata già a novembre – spiega il procuratore Raeli -, abbiamo delegato la guardia di finanzia per gli accertamenti e per verificare gli eventuali danni erariali”. Si attende la relazione delle fiamme gialle, che potrebbe arrivare già nelle prossime settimane.

Gli slogan sull’ospedale del Qatar – Quando ad aprile l’Italia si trova in pieno ciclo pandemico, dalla penisola arabica arriva il dono del rampollo della famiglia al-Thani, emiro del Qatar dal 2013 e considerato uno degli uomini più ricchi e potenti al mondo. Basti pensare che il fondo d’investimento del casato reale detiene il Paris Saint Germain, la Qatar Airways, quote di banche, aziende automobilistiche e petrolchimiche; e lo Stato ospiterà il prossimo mondiale di calcio nel 2022. L’annuncio del regalo giunge dal ministro degli esteri Luigi Di Maio, che all’aeroporto militare di Pratica di Mare (Lazio) mostra i boeing della Qatar Emiri Air Force appena arrivati e pronti a scaricare il materiale. L’ambasciata degli esteri di Doha comunica che si tratta un “ospedale da 5.200 metri quadri e un secondo da 4mila metri quadrati, per una capacità di 1.000 posti letto”, e che le strutture saranno “dotate di moderni dispositivi tecnici e attrezzature per il trattamento delle persone con coronavirus”. Le tendostrutture sono prodotte dalla tedesca HTS Tentiq, modello GZ, che ringrazia nel suo sito la partnership con Italia e Qatar.

Niente luxury hospital, solo vaccini – Il governo Conte decide di mandare un ospedale in Veneto, che sarà installato quasi a tempo di record a Schiavonia (Padova) e l’altro in Basilicata, la regione del ministro della salute Roberto Speranza. Ma nel territorio lucano i tempi si allungano. Dopo la disputa su dove piazzarlo, vengono destinate 3 strutture a Potenza vicino all’ospedale San Carlo, e 2 a Matera, adiacente al nosocomio Madonna delle Grazie. Tra i lavori di sbancamento e allaccio delle utenze vengono subito spesi 469mila euro. Poi l’opera che doveva essere completa entro l’estate, in previsione della seconda ondata, si blocca. Sull’utilizzo della struttura e sul completamento dell’ospedale “da campo”, vengono presentate delle interrogazioni dal vicepresidente del consiglio regionale Mario Polese (IV) e dal consigliere Giovanni Perrino (M5S). Dopo l’articolo del Fatto e i video di Tv2000, anche il senatore Saverio De Bonis chiede risposte al ministro Speranza. Poi a ottobre la svolta. “Abbiamo raggiunto l’accordo con il ministro Speranza – annuncia il governatore Vito Bardi -, che ha reperito i fondi, in quanto le strutture non erano adatte alle condizioni climatiche della Basilicata”. Il motivo era semplice, durante il montaggio era subito emerso un problema tecnico, perché Potenza trovandosi a 819 metri d’altitudine è il capoluogo di regione più alto d’Italia, con frequenti raffiche di vento e neve. Quindi le tendostrutture rischiavano di cedere alla prima intemperia.

La previsione di spesa sfiora quasi 2 milioni di euro e la Regione annuncia il completamento entro il 10 dicembre. Promessa non mantenuta. Bisognerà aspettare ancora, ma con un cambio d’uso: niente malati Covid, neanche drive-in tamponi, ma solo vaccinazioni. “Mica la colpa dei ritardi è nostra. Per fare degli ospedali da campo servono soldi, che al momento la regione Basilicata non aveva. La colpa è del Governo, cominciamo a fare nome e cognomi”, risponde a Ilfattoquotidiano.it l’assessore alla salute Rocco Luigi Leone. Eppure ci sono le delibere della giunta regionale, firmate a maggio, che si impegnava a realizzare l’opera. “Una delibera fatta su un impegno del Governo – replica Leone -, ci ha telefonato il Governo”. I ministeri coinvolti, contattati dal Fatto.it, non hanno fornito risposte, complice anche la crisi politica ancora irrisolta.

I doni fatiscenti del Qatar – Intanto, accantonata l’idea del “luxury hospital”, cosa ne farà la Regione del restante materiale donato dall’emiro? “Non è arrivato nulla – dice l’assessore Leone -, io non ho visto niente”. Eppure nei padiglioni dell’Ente Fiera Autonomo Basilicata (Efab) è stato depositato tutto quello che è arrivato dal Qatar. La Basilicata infatti, già a maggio, ha stipulato un contratto d’affitto con la BSI Srls, costituita lo scorso febbraio con appena 500 euro di capitale sociale, per un canone di locazione mensile di 5mila euro per tre mesi, con la “proroga per ulteriori 2 mesi”. Nel frattempo, però, siamo già arrivati a 9. Dal Qatar, oltre a una tenda bucata e rattoppata, che la Regione ha prima montato e poi deciso di smontare per destinarla ad altro uso, sono arrivati anche lettini, materassi e brande. Quest’ultime sono fatiscenti, alcune scheggiate, arrugginite e inutilizzabili. Tutto rigorosamente made in China. Poi ci sono centinaia di mascherine, guanti, occhiali e tute blu con cappuccio ancora sigillate. I dpi sono stati spediti (si legge dalla bolla di accompagnamento sulla scatola) dal consolato generale dello stato del Qatar a Guangzhou e inviate al Ministero degli Affari Esteri di Doha.

Interpellata sulla vicenda, l’ambasciata del Qatar spiega che l’ambasciatore Abdulaziz Bin Ahmed Al Malki Al Jehani “al momento non rilascia interviste”, ma ci tengono a precisare che “le competenze sono al di fuori dell’ambasciata, che si è occupata della consegna e di facilitare il processo di donazione”. Sui materiali donati dall’emiro, l’ambasciata spiega di “non aver ricevuto nessuna comunicazione sulla possibile discrepanza tra ciò che era stato donato e ciò che è stato consegnato”.

I DPI cinesi senza marchio CE – Ma non è finita qui, perché in uno scatolone arrivato dall’emiro c’è anche una tuta marca Kingstar Medical, un’azienda di Wuhan, nella provincia di Hubei. Le indicazioni sono solo in cinese, ma è evidente il fatto che manca il marchio CE. L’azienda non compare nemmeno nell’elenco online dell’Inail con i 700 dispositivi certificati. “L’Inail pubblica solo i Dpi che hanno avuto una valutazione positiva, senza fornire notizie sulle domande presentate e sugli esiti delle istruttorie – spiegano dall’Istituto, che aggiunge: – dal 4 agosto scorso gli importatori e coloro che immettono in commercio Dpi prodotti fuori dalla Ue non debbono presentare richiesta a Inail, ma alle Regioni”. Nemmeno l’Istituto Superiore di Sanità ha notizie di Dpi prodotti dalla Kingstar e autorizzati nel nostro Paese. “Non risulta fra quelle che hanno presentato istanza di validazione in deroga all’Iss”, rispondono.

Ma un prodotto senza marchio CE può essere utilizzato? L’Inail spiega che “se non hanno avuto validazioni e non sono marcati CE, i dispositivi possono essere commercializzati come mascherine di comunità”; mentre dall’Iss precisano che “un prodotto con finalità medica non marcato CE può essere utilizzato se rispetta quanto previsto dalla legge, ma limitatamente al periodo di emergenza sanitaria”. E la Regione, in questi 8 mesi, ha provveduto a certificare i dpi? “Sono stati donati del Qatar? Non lo sapevo – risponde Ernesto Esposito, responsabile della task force Basilicata –, guardi sapevo solo delle tende dell’emiro, ad occuparsene è la Protezione Civile. Però tutte le volte che abbiamo ricevuto materiale non CE, lo abbiamo fatto presente a chi lo mandava e abbiamo evitato di distribuirlo”. “Li utilizzeremo – spiega Giudo Loperte, responsabile della protezione civile lucana –, non sapevo che non avessero il marchio CE, non abbiamo ancora approfondito, io personalmente non ho informazioni in questa direzione”. Per il momento, quindi, i dpi made in China dell’emiro resteranno ancora impacchettati nel deposito. Prima o poi qualcuno deciderà come utilizzarli.

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