C’è un’epidemia che è arrivata ben prima del Covid, una febbre che ha colpito donne e uomini di tutte le età e che non accenna a fermare la propria diffusione.

Arrivata qualche anno fa da Argentina e Spagna, in tempi quasi record ha contagiato l’Italia intera. Il virus in questione si chiama padel e nasce per l’esattezza nel 1969, quando il messicano Enrique Corcuera decise di costruirsi un campo di paddle-tennis a casa sua. C’era solo un piccolo problema: i muri.

Dunque, lo scaltro Corcuera aggirò gli ostacoli strutturali decidendo proprio di includerli nel campo (oggi il campo da padel è delimitato da una rete metallica e da vetrate alte 3 metri), dando inizio allo sport che si appresta – in alcuni casi – a sostituire il calcio nel cuore degli italiani.

Il Lazio è attualmente la regione con più campi da padel in Italia, con Roma che la fa da padrone. Seguono a ruota Milano, Torino e Palermo. Per farvi capire di che malattia parliamo, basti pensare che nel 2017 i campi presenti nel nostro Paese erano circa 300, oggi siamo esattamente a 2027. Altro che coronavirus!

Bisogna ammettere che il merito del padel è anche quello di aver finalmente ristabilito una certa parità tra uomo e donna. Mi spiego meglio.

Fino a qualche anno fa, lo sport più praticato dagli italiani nel tempo libero era il calcetto con gli amici, rigorosamente maschi e spesse volte pippe colossali che portavano a casa slogature o stiramenti, perché per un’ora di fila giocavano immaginando di essere Cannavaro ai Mondiali del 2006. Il padel ha cambiato le carte in tavola, anche perché deriva dal tennis ed è dunque apparso sin da subito uno sport con una forte partecipazione femminile.

Quindi largo a partite e tornei misti, in cui spesso le donne si rivelano molto più capaci degli uomini. Impazzano gruppi whatsapp per organizzare le partite, non importa dove come e quando, ciò che importa è trovarne altri tre: “Ciao a tutti, qualcuno gioca oggi?” “Ciao, noi siamo già al completo. Eravamo quattro amici al bar, che volevano giocare a padel, quindi abbiamo prenotato per le 18. Prossima volta!”.

La febbre da padel, come quella da Covid, è molto democratica. Non esistono appunto distinzioni sessuali, tantomeno sociali o culturali. Nessuno pare esserne immune: da Totti al “pizzettaro” sotto casa, da Ibrahimovic al direttore di banca, dalla commessa all’imprenditrice. La “padella” – riferito proprio alla forma della racchetta – conquista tutti e crea pericolosa assuefazione. Basta una dose iniziale da 10 euro all’ora (per un totale di 40 euro a campo), per entrare in un tunnel senza fine.

E visto che tra virus ci si intende, la pandemia in corso ha ulteriormente favorito la grande diffusione del padel, dato che risulta uno dei pochi sport che può essere praticato anche a livello amatoriale, al contrario del calcetto i cui campi giacciono abbandonati da tempo immemore.

Negli ultimi anni, Roma è diventata la culla del padel, come Firenze per il Rinascimento e Noto per il barocco. Là dove c’era l’erba ora c’è… un campo da padel. All’interno dei vari circoli sportivi infatti, già da parecchi anni, tantissimi campi da calcio e da calcetto sono stati sostituiti con quelli da padel. Ovunque ti giri spuntano campi, ne manca giusto uno in mezzo a Piazza Venezia, con le sentinelle di guardia all’Altare della Patria che raccattano le palline sparse intorno al monumento.

Insomma, la febbre da padel dilaga e si diffonde con una velocità che manco la variante brasiliana. Presto avremo virologi specializzati sugli effetti della bandeja (per i pochi immuni rimasti, trattasi di uno dei colpi speciali del padel) e pure negazionisti del padel, per i quali questo sport si chiamerà sempre racchettoni”.

Una cosa è certa però: siamo di fronte al primo virus per il quale nessuno vuole un vaccino. Anzi, c’è una gara a chi si infetta di più. Padelisti senza frontiere, il futuro è vostro. E di chi apre nuovi Circoli!

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