Stop al sostegno americano alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita impegnata nella guerra in Yemen, “linea più dura ed efficace” con la Russia, più accoglienza per i rifugiati e stop al ritiro di 12mila soldati statunitensi dalla Germania. La nuova amministrazione Biden cancella con una serie di ordini esecutivi quelli che per quattro anni sono stati punti fermi nella strategia estera di Donald Trump. Lo ha annunciato lo stesso presidente, dopo le anticipazioni del suo consigliere per la Sicurezza Nazionale, Jake Sullivan, aggiungendo che è in fase di valutazione anche la possibilità di imporre nuove sanzioni per colpire i responsabili del colpo di Stato del 1 febbraio in Birmania e la firma di un memorandum sui diritti della comunità Lgbt.

“America is back”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca nel suo primo discorso sulla futura politica estera degli Stati Uniti. Biden ha voluto mettere l’accento sulla volontà di ridare prestigio alla diplomazia americana in tutto il mondo: “Nelle ultime due settimane ho parlato con i leader di molti dei nostri amici più stretti per cominciare a riformare l’abitudine della cooperazione e ricostruire i muscoli delle alleanze democratiche atrofizzati da quattro anni di trascuratezza e abuso – ha detto – Le alleanze dell’America sono tra i nostri asset più grandi, così come guidarle con i mezzi della diplomazia stando spalla a spalla con i nostri alleati e partner ancora una volta. Si deve affrontare i nostri avversari e rivali diplomaticamente quando necessario”. E si è poi rivolto direttamente proprio ai diplomatici americani promettendo loro un cambio di rotta rispetto al suo predecessore: “La diplomazia è tornata – ha continuato – Vi copriremo le spalle, questa amministrazione vi consentirà di fare il vostro lavoro, non vi metterà nel mirino né vi politicizzerà. Vogliamo un dibattito rigoroso, che porta tutte le prospettive e consente spazio per il dissenso. Col vostro aiuto gli Usa guideranno non solo con l’esempio del nostro potere ma con il potere del nostro esempio”.

Ritiro delle truppe dalla Germania, Biden limita lo scontro con Berlino
Il tema era stato al centro dello scontro diplomatico tra Stati Uniti e Germania, ma l’arrivo dell’amministrazione Biden cancella quanto stabilito dal suo predecessore. Il progetto di ritirare 12mila militari statunitensi dalla Germania è stato per il momento congelato, ha riferito ai giornalisti il capo dell’US European command, Tod Wolters, spiegando che il presidente Joe Biden e il segretario alla Difesa Lloyd Austin hanno per il momento fermato i piani di ritiro, che ora verranno sottoposti ad attenta revisione. Versione, questa, confermata da Sullivan spiegando che Austin guiderà una revisione del posizionamento delle truppe Usa nel mondo e congelerà qualsiasi ricollocazione di truppe in Germania.

Il ritiro parziale era stato deciso lo scorso giugno dall’ex presidente Trump, dopo un lungo braccio di ferro con Berlino sulla questione delle spese militari sostenute dalla Germania, che sono al di sotto del 2% del Pil concordato a livello Nato. Secondo il progetto di Trump, un terzo dei 36mila militari Usa in Germania sarebbe dovuto rientrare in patria o ridistribuito in altri Paesi europei della Nato. Nel dettaglio, degli 11.900, 6.400 sarebbero tornati in patria e 5.400 sarebbero stati dislocati in altri Paesi europei, tra cui Italia, Belgio e Polonia. Mosse da “miliardi” di dollari, visto che richiedevano lavori nelle basi per accogliere le forze aggiuntive. L’amministrazione americana puntava inoltre a dislocare in Italia due battaglioni dell’esercito e la squadriglia di caccia F-16, trasferendoli probabilmente nella base aerea di Aviano. Mentre per il quartier generale dello Us Africa Command c’era la possibilità che potesse essere spostato a Napoli, dove si trova la base navale della Marina militare statunitense, oppure in Spagna. Il quartier generale dello Us European Command, attualmente a Stoccarda, sarebbe invece stato trasferito a Mons, in Belgio.

Yemen, stop al sostegno alla coalizione saudita
Una delle novità della nuova amministrazione sarà anche il nuovo equilibrio nell’area mediorientale. L’intento di riavviare i colloqui con l’Iran sul nucleare non piacerà alla monarchia saudita che, invece, aveva in Trump e nel suo genero e consigliere, Jared Kushner, un alleato molto stretto con cui fare affari economici importanti, uno su tutti l’acquisto di armamenti per oltre 110 miliardi di dollari, e riavviare un nuovo processo di isolamento di Teheran.

Oggi, però, Sullivan ha annunciato che l’appoggio Usa in Yemen verrà meno e che sarà presto individuato un nuovo inviato nel Paese. “La guerra in Yemen deve finire”, ha dichiarato secco Biden. Un altro schiaffo nei confronti di Riyad che guida la coalizione di Paesi impegnati nel conflitto contro i ribelli Houthi, cooptati proprio dall’Iran, e che si è anche resa responsabile di bombardamenti sulla popolazione civile. Una nuova frizione, quindi, che servirà a riavvicinare gli Stati Uniti alla Repubblica Islamica, facendo però indispettire l’alleato saudita e quello israeliano.

Più duri con Russia e Cina
Il rinnovo per cinque anni del Trattato New Start sulla riduzione delle armi nucleari, pur essendo un traguardo importante, rischia di essere uno dei pochi punti di distensione nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Mentre l’amministrazione Trump non poteva certo essere considerata ostile nei confronti del Cremlino, l’arrivo di Biden riporta i rapporti ai livelli di quelli già visti durante la presidenza Obama. Lo confermano anche le parole di Sullivan che ha annunciato una “linea più dura ed efficace” con la Russia, con la volontà anche di chiedere conto di una serie di attività ostili. Tra queste, ci saranno sicuramente l’avvelenamento dell’oppositore Alexei Navalny, che “deve essere rilasciato subito e senza condizioni”, ma anche e soprattutto il ruolo svolto da Mosca nella crisi ucraina, l’appoggio incondizionato a Bashar al-Assad in Siria, le informazioni riguardanti presunte taglie sui militari americani in Afghanistan, le interferenze russe sulle elezioni Usa, e i cyberattacchi di Mosca.

Stessa strategia che il presidente ha intenzione di mettere in campo con la Cina, il nemico giurato dell’amministrazione Trump che, anche con Biden, non potrà sperare in un periodo di distensione, soprattutto in ambito commerciale. Il neoeletto presidente si è limitato a dire che gli Stati Uniti sono disponibili a collaborare con Pechino quando questo sarà nell’interesse di Washington. “Dobbiamo fronteggiare le crescenti ambizioni della Cina e la determinazione della Russia di danneggiare la democrazia”, ha infatti ricordato Biden. E rivolgendosi direttamente a Putin ha poi aggiunto: gli Usa “non subiranno più” le azioni ostili della Russia e risponderanno, avremo un atteggiamento “diverso dal mio predecessore”.

Maggiore accoglienza per i rifugiati: tetto massimo alzato a 125mila in un anno
Esplicitata anche la volontà di abbattere i numerosi muri eretti dall’amministrazione Biden nei confronti dei rifugiati. Sono ancora vivi i ricordi delle famiglie con bambini rinchiuse nelle gabbie dopo aver varcato illegalmente il confine tra Messico e Usa, le dichiarazioni roboanti sulla volontà di potenziare i controlli al confine con il Paese centroamericano e provvedimenti come il Muslim Ban. Ma Biden ha già annunciato il cambio di rotta: firmerà un ordine esecutivo per alzare a 125mila il numero dei rifugiati che gli Usa accoglieranno, contro i 15mila previsti per quest’anno, dopo le drastiche riduzioni del suo predecessore.

Birmania, diritti Lgbt, cambiamento climatico e libertà di stampa: gli altri temi
Il consigliere per la Sicurezza nazionale ha inoltre dichiarato che la Casa Bianca ha intenzione di collaborare con il Congresso su eventuali sanzioni nei confronti dei responsabili del golpe in Birmania che ha provocato, tra le altre cose, l’arresto del Consigliere di Stato, Aung San Suu Kyi, e del presidente Win Myint. Il primo provvedimento sarà contenuto in un ordine esecutivo che sarà presto firmato dal presidente. “L’esercito birmano deve cedere il potere e rilasciare tutte le persone detenute”, ha dichiarato Biden. A questo seguirà anche un altro un memorandum sui diritti della comunità Lgbt, ha poi aggiunto Sullivan.

Il presidente ha inoltre prospettato un ruolo di leadership per gli Stati Uniti, ma anche una “cooperazione globale”, per affrontare la minaccia dei cambiamenti climatici. Un altro punto di rottura, questo, rispetto al suo predecessore: “L’America deve avere un ruolo di guida rispetto a questa minaccia esistenziale”, ha detto Biden sottolineando che “proprio come la pandemia, richiede una cooperazione globale”.

E di rottura è anche la rivoluzione nei rapporti con la stampa, spesso messa nel mirino da Donald Trump che l’ha più volte definita “nemica del popolo”: “Crediamo che una stampa libera non sia un avversario. Al contrario, la libertà di stampa è fondamentale per la salute di una democrazia”.

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