Se il Pd ha già dato disponibilità a collaborare e spera che gli ex alleati facciano lo stesso, la grande incognita di queste ore è se il Movimento 5 stelle deciderà di votare la fiducia al governo del presidente a guida Mario Draghi. A domanda diretta, la risposta più frequente nei corridoi è una sola: “Quanto a responsabilità abbiamo già dato, dovranno farcela senza di noi”. Ma non è l’unica risposta. La paura ora è che il M5s, sopravvissuto indenne a decine di scissioni annunciate e mai avvenute, sull’appello del presidente della Repubblica si spacchi in due fazioni: da una parte chi terrà la linea dura del “voto contro l’establishment”, dall’altra chi accetterà “la via della responsabilità”. Insomma, se non ce l’hanno fatta a spaccarli le trattative con la Lega prima e quelle col centrosinistra poi, a essere fatale potrebbe essere il governo tecnico. Tanto che per i vertici, una fuoriuscita di almeno un 10-20% di parlamentari è ormai data per assodata. “Che se ne vadano, significa che erano degli infiltrati”, fanno sapere ostentando sicurezza. Ma la verità è una sola: è presto per fare qualsiasi previsione in termini di numeri. Prova ne è l’assemblea dei parlamentari, durata oltre 4 ore, che ha portato alla scoperta umori diversi, molte preoccupazioni e una debole speranza che in qualche modo (nessuno sa come) i gruppi riescano a compattarsi.

Il caos e la ricerca di una linea (e di un leader) – L’espressione “fase delicata” per il Movimento 5 stelle è ormai più che abusata, ma mai come in queste ore è l’unica possibile. E la cosa che manca davvero è una guida forte che prenda in mano la situazione. Ci ha provato il capo politico reggente Vito Crimi, ma è inutile negare che soffra sotto il peso di una scadenza imminente e una trattativa per un Conte ter fallita sotto i colpi dell’acerrimo nemico Matteo Renzi. Lui ad ogni modo è stato il primo a dirlo: il Movimento non sarà della partita e si batterà ancora per un esecutivo politico. Ovvero per insistere con l’incarico a Conte e per farlo tornare alle Camere a chiedere la fiducia. Possibile? Al momento uno scenario impraticabile e una strategia molto confusa che rischia di tenerli fuori dai giochi. Diverso è se invece, dietro l’invocazione di “governo politico” dovesse nascondersi l’apertura a un governo Draghi con ministri (anche 5 stelle): è quella la strada? Se la è, nessuno l’ha veramente esplicitata, ma il dubbio inizia a farsi sempre più radicato. Senza dimenticare che Crimi ha deciso di accettare l’incontro con Pd e Leu che in queste ore si sperticano per tenere in piedi l’alleanza: “Non va sprecato il patrimonio che abbiamo costruito”, è stata la sua giustificazione. Un passo indietro verso il compromesso? Difficile da dire.

Là dove non è riuscito Crimi, in tanti speravano che arrivasse Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri, quello stesso che proprio l’estate scorsa incontrò Draghi per un colloquio, è rimasto in religioso silenzio per tutto il giorno. Ma ha deciso di parlare all’assemblea, trincerandosi anche lui dietro la linea dell’esecutivo politico: “Le regole della democrazia sono molto chiare“, ha detto. “Io credo che il punto non sia attaccare o meno Draghi, è un economista di fama internazionale che ha legittimamente e correttamente risposto a un appello del capo dello Stato. Il punto è un altro: la strada da intraprendere quella di un governo politico“. E di tutto questo discorso, a colpire è soprattutto la sua richiesta di abbassare i toni che alcuni hanno letto quasi come un’apertura. Una forzatura, certo. Ma in questa fase in cui vale qualsiasi segnale, non è passato inosservato. Di Maio non ha neanche dato soddisfazione a chi voleva un suo attacco al Pd che finirebbe alleato della Lega: “Staremo a vedere”, ha commentato a mezza bocca prima di ricordare che devono essere “compatti e determinati”. Insomma, nessuna chiamata alle barricate. Ma del resto anche nella squadra dei governisti ci sono cedimenti. E chi ha dato una spinta per l’apertura è stato il ministro uscente Federico D’Incà : “E’ sempre importante sedersi a un tavolo perché la presenza del M5s impedisce che si possa fare male al Paese”, ha tentato di dire. “Andiamo a vedere le carte e riconfrontiamoci insieme. Io credo che ci si debba sempre sedere ai tavoli: è il modo migliore per capire, comprendere e scegliere”. Una breccia? Anche su questo, le opinioni sono diverse.

Ma la vera assenza di queste ore è quella di Beppe Grillo. Tutti sanno che vuole stare fuori dai giochi, ma una sua sola frase servirebbe a raddrizzare la situazione. In mattinata, l’agenzia Adnkronos ha rilanciato voci di alcuni fedelissimi che avrebbero parlato direttamente con lui e sarebbero sicuri del suo “sostegno a Conte e il no a Draghi”. Nessuna conferma e nessuna smentita, ma sono lontani i tempi dei post sul Blog che cambiano il finale della storia. Intanto tra chi non ha dubbi e si candida a essere una guida per il futuro c’è sicuramente Alessandro Di Battista che da ore martella perché i suoi non si accodino alle “élite”: “Le pressioni saranno fortissime. Vi accuseranno di tutto. Di essere artefici dello spread. Di irresponsabilità. Di blasfemia perché davanti all’Apostolo Draghi non vi siete genuflessi. Voi non cedete”. Un manifesto, più che un post su Facebook. Che sia lui la guida che porterà il M5s fuori dalla nebbia di queste ore? Dipenderà soprattutto da un’ultima variabile: quello che deciderà di fare e dire Giuseppe Conte.

La maggioranza contro il dialogo. Senza escludere il voto su Rousseau – Per i vertici M5s è il momento di serrare le fila dei gruppi parlamentari e aspettare che passi la tempesta. “Abbiamo già dato con i governi tecnici”, ha esordito Crimi aprendo l’assemblea. “Per qualunque misura a livello parlamentare si deve sempre e comunque passare da noi”. Quindi, qualsiasi cosa succeda, il Movimento non appoggerà un esecutivo che non sia politico. Lo ha detto Crimi, ma anche la maggior parte dei big. Solo per fare qualche nome: Riccardo Fraccaro, Paola Taverna, Danilo Toninelli, Maria Edera Spadoni e Nicola Morra. E pure il ministro Alfonso Bonafede: “Siamo stati compatti su Conte e dobbiamo continuare ad essere compatti. Con Conte il discorso non si chiude qui“. Per calmare le acque e dare garanzia di partecipazione, Crimi ha anche assicurato che rimane aperta la strada del voto sulla piattaforma su Rousseau: “E’ una ipotesi da non trascurare”, ha detto. “Ovviamente dico ipotesi perché dobbiamo aspettare che prima ci sia un contenuto reale da sottoporre, votare su una persona soltanto mi sembra riduttivo“. Più una promessa però, che un piano concreto.

Per ammorbidire la linea del “no” poi, i vertici hanno anche ribadito che in Parlamento non sarebbe fatta opposizione sui temi dell’emergenza che sta affrontando il Paese. Su questo è andato avanti il capogruppo al Senato Ettore Licheri: “Su Draghi non voteremo la fiducia”, ha assicurato, “ma voteremo sì a quei provvedimenti che andranno in direzione dei cittadini e No a quelli che andranno contro di loro. Questo dobbiamo fare: essere lineari e coerenti rispetto a quello che ci siamo sempre detti per quanto riguarda il nostro ruolo nelle istituzioni”.

C’è chi chiede di ascoltare Draghi: “Lo dobbiamo a Mattarella e al Paese” – Ma al di là delle rassicurazioni, in tanti nel Movimento hanno notato che le prime parole del presidente incaricato Draghi sono state rivolte proprio ai parlamentari: “Mi rivolgerò con rispetto al Parlamento”, ha detto. E anche per questo tra i 5 stelle c’è chi chiede che almeno si ascolti quali sono le sue proposte. I malesseri ci sono sia alla Camera che al Senato. A Montecitorio, solo ieri Emilio Carelli ha lasciato i 5 stelle, giusto in tempo per potersi schierare con il governo istituzionale. Ma c’è un’altra voce che si fa sentire da tempo ed è quella di Giorgio Trizzino, ritenuto vicino a Sergio Mattarella e che oggi ha chiesto ai colleghi di rispondere con responsabilità all’appello del Colle e, addirittura, di partecipare al governo Draghi.

Anche tra i senatori però non mancano i malumori: in mattinata c’è stata un’assemblea congiunta online che ha preceduto quella del pomeriggio con i deputati. Nel corso della discussione sono emerse 4-5 voci in dissonanza con la linea del “no al dialogo a tutti i costi”. Oltre al senatore Mattia Crucioli, anche Primo Di Nicola ha preso la parola: “No alle pregiudiziali sul governo del presidente”, ha detto stando a quanto riferito da fonti interne a ilfatto.it. “Vediamo cosa propone, è un dovere di fronte all’appello del presidente della Repubblica e un dovere per il Paese“. Ma non solo. Di Nicola ha anche chiesto chiarimenti sul “governo politico”: “Dovremmo dire un No per cosa? Per tornare ad un governo politico? Ma con chi? Con i partiti che hanno partecipato all’alleanza precedente? Non c’è presupposto di base per avventurarci in questa scelta che potrebbe isolarci anche dai cittadini, visto che Draghi apparirà come salvatore della Patria“. Di Nicola, interpellato, non ha voluto commentare.

Insomma, una parte del M5s chiede che almeno si valutino le proposte di Draghi. Ad esempio Carla Ruocco, alle telecamere de ilfattoquotidiano.it, ha detto: “Attendiamo cosa dirà. E’ prematuro sbilanciarsi”. Il viceministro uscente Stefano Buffagni poi, non ha nascosto che “Mario Draghi ha un profilo inattaccabile“. Salvo poi precisare che la linea “sarà decisa dall’assemblea”. Un’apertura è arrivata anche da Parole Guerriere, corrente da sempre vicina al centrosinistra a Montecitorio: “Basta giocare a nascondino”, ha detto Dalila Nesci. “Per dire no alla soluzione individuata dal Presidente Mattarella bisognerebbe avere pronta una valida alternativa politica. Chi ha condotto le trattative e ci ha portato sin qui dovrebbe farsi delle domande sul proprio ruolo”.

Mentre la deputata Federica Dieni in assemblea, ha proprio chiesto di valutare l’ingresso nel nuovo esecutivo: “Io non dico si o no a Draghi ma vediamo, anche per rispetto a Mattarella”, ha riferito l’Adnkronos. “Saremmo folli a far gestire ad altri l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica e il Recovery. Quindi vediamo se riusciamo ad entrare nel governo con qualche nostra personalità di rilievo”. Così pure il deputato Sergio Battelli: “Sappiamo cosa ci dirà Draghi? No. E allora credo che dovremmo giocare a carte scoperte e vedere cosa ci proporrà”.

Più il tempo passa e più crescono i dubbi e le incertezze su una linea che rischia di portare a uno strappo per la prima volta molto doloroso all’interno del Movimento. “Il problema è che dovremmo imparare a prendere tempo”, commenta un altro parlamentare a ilfattoquotidiano.it, “in fasi così delicate non possiamo schierarci da una parte o dall’altra, per il nero o il bianco, seguendo il primo impulso. Finisce che, come sul no a Renzi rimangiato all’ultimo, ci giochiamo la faccia”. Prendere tempo dunque, è l’unico punto su cui sembrano concordare tutti. Anche perché la partita rischia di essere ancora molto lunga.

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