L’effetto più evidente di questa crisi è quello di aumentare, ancora e drammaticamente, la distanza tra la politica e il Paese reale. È davvero difficile per chi non frequenta il Palazzo comprenderne i contorni, capirne le ragioni. E devo confessarvi che anche per chi, come me, ha un ruolo di rappresentanza all’interno delle istituzioni, non è banale spiegarne le pieghe.

Nella lettura di quello che sta accadendo in questi giorni, ci sono due errori in cui non dobbiamo cadere. Il primo è considerare questa crisi solo come conseguenza del narcisismo di Matteo Renzi. Sebbene questo abbia indubbiamente giocato un ruolo nel modo in cui è stata aperta, non ne è la causa. Il secondo errore è sottovalutare il significato profondamente politico di questa crisi.

Italia Viva rappresenta l’area più liberista della coalizione di governo, un’area che ha sofferto le politiche di forte impronta sociale di questi mesi. Il partito di Renzi aderisce convintamente al principio secondo cui il mercato, e di conseguenza l’impresa, regola l’economia. Quindi reputa un errore l’intervento statale e soprattutto mal digerisce il non aver destinato la quasi totalità delle risorse investite per far fronte alla crisi, al sistema finanziario e alla grande impresa. Per capirci, Italia Viva è la migliore rappresentanza politica che Confindustria ha in questo Paese: chiama il reddito di cittadinanza sussidio e i miliardi dati a pioggia alle imprese investimenti.

Ma la verità è che la pandemia, insieme all’emergenza sanitaria, hanno ritardato l’avvio di questa crisi e quando siamo arrivati al nodo politico su come far ripartire l’Italia con le risorse del Recovery Fund, tutti i nodi sono venuti al pettine.

Sia chiaro, eravamo ben consapevoli delle diversità che convivevano dentro la maggioranza di governo, quella con Italia Viva peraltro non è l’unica. Ma in una coalizione serve lavorare insieme per trovare un punto di mediazione, il più avanzato possibile, per quello che ognuno di noi considera il bene del Paese.

Giuseppe Conte è stato, e continua a essere, il punto di mediazione più alto delle culture politiche e delle istanze che compongono questa maggioranza. Tanto da rappresentare la figura attorno a cui aprire un cantiere per trasformare questa coalizione in un’alleanza strategica per governare il Paese e contrastare l’avanzata di una destra nazionalista, anti europeista e xenofoba. Alleanza che andrebbe riproposta a partire dalle prossime amministrative di primavera.

Il problema è che Renzi anziché affrontare i nodi di questa divergenza nei luoghi e nelle forme della rappresentanza politica, ha dato vita ad una sfida modello sparatoria all’O.K. Corral (le metafore da film western nei corridoi di Montecitorio in questi giorni si sprecano). Invece di sedersi a un tavolo, ha ingaggiato un duello senza esclusione di colpi che ha avuto come esito non quello sperato (eliminare Conte in poche mosse) ma, in una fase complicatissima per il nostro Paese, una crisi irresponsabile che indebolisce ulteriormente la credibilità delle istituzioni democratiche.

Il Palazzo ha risposto cercando una scorciatoia: da due settimane invece di affrontare il problema politico discute, pallottoliere alla mano, per cercare di disarcionare il prossimo.

Renzi ha provato a far fuori Conte senza riuscirvi. Conte ha provato a fare a meno di Renzi con un appello trasparente a chi condivideva il suo programma di fine legislatura a sostenere il suo governo. I numeri sono spietati, non ammettono interpretazioni e il governo Conte ha una fiducia risicata con cui è difficile governare soprattutto dinanzi alle sfide impegnative che ci aspettano. La sola gestione della pandemia dovrebbe bastare per far capire di cosa parliamo. Conte si è giustamente dimesso aprendo così una nuova fase della crisi che chiama tutte e tutti noi a una maggiore responsabilità.

Qualche giorno fa, con colleghi e colleghe da cui mi dividono storia e cultura politica oltre che appartenenza a gruppi e partiti diversi della maggioranza, abbiamo provato ad esprimere alcune semplici riflessioni, dimostrando che quando si ragiona si possono trovare, seppur partendo da posizioni diverse, soluzioni all’altezza delle responsabilità che ognuno di noi ha in questo momento storico.

Abbiamo provato a definire alcuni assi portanti di un possibile programma di governo per arrivare alla fine dell’emergenza pandemica. Mettere in sicurezza il Paese, usare le risorse del Recovery Fund per modernizzarlo e rigenerarlo, proteggere le fasce più deboli della popolazione dagli effetti devastanti della crisi.

E abbiamo voluto evidenziare un altro aspetto. Se i numeri sono questi, e mi pare che non si possa essere smentiti, se la situazione è grave come tutti la descriviamo rispetto al pericolo di una destra nazionalista che rischierebbe di far saltare anche il processo di integrazione europea, andare avanti percorrendo questa china non può essere un’opzione.

Se non si vuole andare al voto tutte le forze politiche, Italia Viva compresa, dovrebbero fare ora un passo indietro e aprire una discussione seria sul che fare.

Ed è qui che casca l’asino. Almeno l’asino della Sinistra di governo.

LeU ha giustamente difeso il ruolo del Presidente del Consiglio riconoscendogli di essere stato un punto di riferimento non solo per le forze politiche della maggioranza, ma anche e soprattutto per il Paese durante questa lunga emergenza. Ma ci siamo adeguati allo spirito di questa crisi, non siamo stati capaci di esprimere, oltre alla giustissima paura per un’avventura elettorale nel mezzo di una pandemia, su quale proposta politica vogliamo rilanciare l’azione di governo.
Nemmeno un piccolo elenco di priorità.

Ho il timore che anche questo sia un sintomo pericoloso di una crisi della rappresentanza che riguarda in primo luogo noi. Singolari rappresentanti di nessun rappresentato.

Continuando a non affrontare il nodo della sua definizione come soggetto politico, Liberi e Uguali ha sostanzialmente dismesso i luoghi della partecipazione democratica e di confronto dove definire una visione di lungo periodo e un orizzonte programmatico. Abbiamo sequestrato i processi democratici ridotti nella migliore delle ipotesi a formali procedure burocratiche da espletare dentro micro partiti in cui sono rimasti soltanto dirigenti appassionati e pochi compagni che resistono all’insostenibile afasia della militanza.

Pensiamo davvero si possa andare avanti così? Cosa diremo in queste consultazioni al Presidente della Repubblica? Siamo capaci di aprire un ragionamento che vada oltre lo scontato quanto corretto sostegno al Presidente del Consiglio uscente?

Io penso che dovremmo aprire un confronto per individuare almeno alcune priorità per poi verificare le condizioni su cui ricostruire una maggioranza per un Governo Conte ter, magari anche più forte di quella che ha sostenuto il Bis, ma che abbia nella politica la sua bussola.

Provo a metterne qualcuna in fila: una legge sulla rappresentanza nel mondo del lavoro, la legge sulla cittadinanza, una riforma fiscale per un sistema più equo e progressivo, l’eliminazione di tutti i sussidi ad attività inquinanti.

Se oggi non abbiamo il coraggio di riportare la politica al centro, se non riusciamo a far convivere le diversità scegliendo ancora una volta di dividerci, la strada allora è già aperta per larghe intese, governi di unità nazionale o nuove elezioni. Tutte ipotesi che, in questo momento, considero drammatiche per le sorti del nostro Paese e della nostra democrazia.

Sono convinto che a questi scenari tutte e tutti noi dovremmo dire con forza che non siamo interessati, e nel frattempo lavorare perché non si realizzino.

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