Perché la sinistra si vergogna delle sue origini comuniste, quando la destra invece rivendica le sue radici sempre con fierezza? E soprattutto perché la sinistra si attesta oggi sul binomio liberismo-europeismo antitetico rispetto alla sua ragion politica di nascita e d’essere? Non è uno spregiudicato populista rossobruno a porsi queste domande, ma il filologo Luciano Canfora. Con La Metamorfosi (Laterza, 96 pagg., 12 euro), il professore emerito di filologia greca e latina all’Università di Bari coglie l’occasione del centenario della nascita del Partito Comunista Italiano (21 gennaio 1921) per di-mostrare come dopo un secolo, di quel comunismo non tanto di lotta e rivoluzione, ma soprattutto di quella idealità egualitaria di dignità e giustizia umana, nel trisnpote che lo rappresenta – il Partito democratico – non sia rimasto nemmeno una briciolina. Il saggio del professore è, va subito detto, per i più esperti, con una conoscenza pregressa tra Paolo Spriano e l’appena compianto fu Emanuele Macaluso.

Breve, anzi brevissimo (86 paginette con corpo snello e ristretto), La Metamorfosi è incentrato tutto su una sorta di apice strategico del comunismo italiano, corpo qui largo e approfondito, ovvero il “partito nuovo” formulato da Palmiro Togliatti. Paradigma “transitorio” e non “provvisorio” che è riuscito in buona sostanza a mantenere in vita contemporaneamente l’anima “giacobino leninista” della scissione di Livorno ma all’interno dell’alveo di una vita democratica e costituzionale della nazione di provenienza e sviluppo della “via nazionale” al comunismo. Non la cessione di armi e bagagli delle origini, ma una specie di apparentemente banale ma alquanto complicato ed efficace posizionamento di un piede in due staffe. Quello che molti storici definirono “doppiezza togliattiana”, quello che per il professor Di Loreto era una collocazione tra “democrazia e insurrezione”, ma che per Canfora è semplicemente l’ultimo possibile anelito del ’21.

E per sottolineare l’assunto il professore barese pone prima una questione propositiva e poi spara un colpo di cannone inatteso proprio alla luce del veltronismo atlantista post ’89. Intanto nel ’62, poco prima di morire, Togliatti elogia il “riformismo” citando Lenin: “Dove esistono ordinamenti democratici, come da noi, che si reggono sulla presenza e combattività di un forte movimento popolare democratico e rivoluzionario, la via del riformismo non può essere presa senza affrontare riforme tali che incidano, più o meno profondamente, nella struttura stessa del capitalismo”. E ancora, sempre Togliatti: “D’altra parte, la profondità delle riforme (…) dipenderà anche e prevalentemente da noi, cioè dalla ampiezza, profondità e slancio che il movimento operaio riuscirà ad avere e a mantenere. Dipenderà dal fatto che, per l’azione di un partito rivoluzionario, com’è il nostro, non si perda mai, nelle masse lavoratrici, la coscienza del legame tra le riforme parziali e gli obiettivi più profondi del movimento operaio e socialista, e questi non vengano mai né cancellati né offuscati”.

Canfora pone il ragionamento togliattiano come summa inavvicinabile e insuperabile dell’epopea comunista in Italia. E ne sottolinea l’esclusività e la purezza, di converso, bastonando Enrico Berlinguer e il berlinguerismo. Quel sentirsi “più sicuro nel Patto Atlantico” (intervista a Giampaolo Pansa, Corriere della sera, 15 giugno 1976), quel “compromesso storico” con la Dc che significava prima di ogni altra cosa “che si era delusi della fatica di Sisifo di tentare di conquistare ‘la base cattolica’ e che si voleva ormai chiaramente parlare ai vertici”, o l’ultima carta, anzi l’arroccamento sulla Questione morale in funzione anticraxiana sono per Canfora gli orizzonti ciechi, i limiti di un autentico mito moderno del comunismo cascante come quello del segretario carismatico che morì a Padova dopo un comizio nel 1984. “Berlinguer non ha maturato (né fatto sorgere nel Partito) alcuna convincente e organica visione (e tanto meno opzione) alternativa – scrive il professore – Nel suo ‘universo mentale’ si riscontravano e si giustapponevano frammenti e stimoli e suggestioni molteplici: un’altra idea di rivoluzione, la mai chiarita ‘terza via’, un po’ di spontaneismo sessantottesco nell’erronea convinzione che fosse quello lo strumento per ‘agganciare’ le nuove generazioni , apertura all’ambientalismo e vagheggiamento di una diversa qualità della vita”.

Canfora si appoggia a Gramsci proprio per demolire l’ultimo capitolo della “metamorfosi” poco kafkiana e molto milton-friedmaniana del Pci in Pds poi Ds e infine Pd. È il celebre centro-sinistra o sinistra degli anni Novanta che abbraccia la terza via di Giddens e invece, appunto, di fare tesoro dei suggerimenti del vecchio fondatore sardo del Pci nei Quaderni dal carcere, sfodera, sostiene e appoggia governi delle politiche economiche liberiste. “È giusto riconoscere, nelle pagine di Gramsci (…) sul fascismo come ‘rivoluzione passiva del secolo XX’ e sul corporativismo come ‘terza via’ tra iper-capitalismo liberista e soluzione rivoluzionaria ‘sterminatrice’, una presa d’atto della fondatezza di quelle analisi che erano risuonate nell’aula parlamentare nei mesi decisivi del 1921-22 – ricorda Canfora – Quella terza via appare a Gramsci, nel ’32, destinata a caratterizzare il secolo XX; e la definisce capace di ‘trasformare riformisticamente la struttura economica da individualistica a economia secondo un piano’, foriera dell’avvento di ‘una economia media’ tra i due estremi”.

Insomma, il comunismo capitola proprio nel momento in cui i suoi fortuiti epigoni “democratici” (falce e martello scompaiono dal simbolo del partito nel ’98 con segretario Walter Veltroni) promuovono “un’economia media” dove viene definitivamente salutata la lotta di classe. A livello logico il ragionamento di Canfora non fa una grinza. Ma serve l’ulteriore capitoletto per comprendere che non c’è speranza e/o ritorno. Anzi che il rigetto delle origini del ’21 a sinistra in Italia è palese. Il tiro ad alzo zero è contro l’ “europeismo” come “vuota e autoingannevole ideologia” assunta “come articolo di fede dall’attuale Pd”. “Fede – spiega il professore – i cui contenuti concreti non vengono mai definiti se non con genericità (“Erasmus” per i “giovani”). Un tale “europeismo” – la cui faccia vergognosa è il Trattato di Dublino – vorrebbe essere la nuova forma dell’internazionalismo, quasi un intellettualistico ritorno ‘alle origini’… Ma nella realtà effettuale è piuttosto l’internazionalismo dei benestanti. Il suo epicentro è finanziario, con effetti, se del caso, vessatori”.

Dallo tsunami canforiano, insomma, non si salva nulla e nessuno. Nell’ultimo capitoletto intitolato E ora?, l’autore sostiene che non solo è stato cancellato il Pci ma “tutti i partiti sorti alla fine del fascismo (…) quelli che si proponevano un rinnovamento radicale, efficacemente descritto da Fanfani nel 1946 come «rivolta universale contro la civiltà capitalistica». Si tratta dunque della sconfitta (o della durevole – e chi sa per quanto tempo operante – battuta d’arresto) del disegno di libertà ‘profetato’ dal Manifesto (Comunista, ndr) del 1848”. Canfora afferma che lo spazio politico è diventato mero “business economico”, prova ne sono “la nascita di volgarità assolute come Movimento 5 Stelle o Lega Salvini (premier, ndr), o, in paesi più chic, di formazioni a denominazione ginnica come En Marche”. Coronamento, conclude, “della disintegrazione della politica in direzione affaristico-plebiscitaria”.

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