10 dicembre 2020, in Senato c’è già aria di crisi di governo dopo l’intervento incendiario di Matteo Renzi contro il premier Conte (“Se ha bisogno di qualche poltrona ce ne sono tre”). Quel giorno Lorenzo Cesa partecipa per la prima volta a un vertice unitario del centrodestra, allargato per l’occasione alla galassia centrista a cui afferiscono anche Lupi e Toti su richiesta di Matteo Salvini. Da allora, il segretario nazionale dell’Udc non si perderà neanche un incontro. L’ultimo si è svolto appena ieri: è stato indetto per concordare una linea comune dopo la fiducia relativa incassata dal governo giallorosso a Palazzo Madama. In questo mese e mezzo Cesa, contrariamente a quanto sostengono quotidiani e commentatori, ha sempre tenuto il partito saldamente nel campo della coalizione a trazione leghista. Dettando la linea ai suoi tre senatori, Antonio De Poli, Antonio Saccone e Paola Binetti, corteggiati da Palazzo Chigi, Pd e 5 stelle per entrare a far parte della maggioranza sin dalle prime avvisaglie di strappo con Italia viva. Il capo dell’Udc si è quindi ritrovato a gestire un rinnovato potere contrattuale all’interno del campo del centrodestra. Ma ora che è indagato per associazione a delinquere aggravata dalle modalità mafiose dalla procura di Catanzaro e si è dimesso dalla segreteria del partito, si è aperto un nuovo caso politico e tutto è tornato in discussione.

L’inchiesta si innesta in una fase molto delicata per lo Scudo crociato: il 14 dicembre scorso Cesa ha di fatto dato inizio alla stagione congressuale, prevista in primavera, annunciando che “ci sono le condizioni per dar vita ad una nuova fase,” in cui l’Udc “possa mettere con generosità a fattor comune la propria piattaforma valoriale, organizzativa ed esperienziale per contribuire a costruire un soggetto politico in grado di ampliare, rafforzare e riunire la rappresentanza di tutti coloro che si riconoscono nella dimensione del pensiero cattolico, democratico, riformista e liberale“. Un nuovo partito, insomma, per andare oltre quello attuale e capace di parlare “a quel 20% di elettorato che si è allontanato progressivamente dalla politica”. Nelle settimane successive ha più volte ribadito l’indissolubile legame con il centrodestra. Fino al 2 gennaio, quando ha sbarrato esplicitamente la porta ai giallorossi: “L’Udc non partecipa al teatrino della politica: non siamo e non saremo mai la stampella di nessuno“.

Concetto ripetuto il 14 gennaio, all’indomani delle dimissioni di Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto dal governo: “L’Udc, il cui leader nazionale Lorenzo Cesa a breve siederà al vertice del centrodestra sulla crisi di governo, precisa che non c’è nessuna operazione ‘responsabili’ in atto e che il partito auspica che si arrivi presto ad una soluzione positiva della crisi per il bene del Paese”, si legge in una nota diffusa dai centristi alla stampa. La senatrice Binetti, però, evidentemente non la pensa allo stesso modo: “Io personalmente, da sola, nella maggioranza, lasciando l’opposizione dove ho fatto tante battaglie, non andrei. Ma se tutto il mio gruppo, l’Udc, con un piano e un progetto politico articolato e condiviso con questa maggioranza, decidesse di sostenere questa fase della legislatura, io mi sentirei di collaborare, anche nell’eventualità di una nuova maggioranza”. Un’apertura che Cesa tronca sul nascere nel giro di pochi giorni, quando alla vigilia del voto di fiducia alla Camera rilascia un’intervista al quotidiano Il Tempo.

“Non ci interessa fare da stampella a maggioranze raccogliticce“, ribadisce il segretario dell’Udc. “Questo lo abbiamo detto alle personalità estranee dalla politica, autorevoli e appartenenti a vari mondi, che ci hanno chiamato, confrontandoci sul quadro politico drammatico che si è venuto a creare”. Cesa spiega che non è arrivata nessuna telefonata da Palazzo Chigi e che anche “Clemente Mastella non mi ha chiamato”. Al vertice di centrodestra, aggiunge, “abbiamo ribadito la nostra linea di sempre, ovvero che la coalizione deve essere plurale e inclusiva, e non può prescindere da un ‘centro’ solido, nel solco di quel modello che Silvio Berlusconi, quando era il leader della coalizione, ha sempre attuato con successo”. Poi l’affondo: “Mi permetto di ricordare che i nostri senatori hanno sempre votato contro la fiducia a questo governo, senza mai saltare un’occasione”.

I suoi parlamentari si compattano intorno al No e al Senato l’Udc resta dalla parte di Forza Italia e dei sovranisti. Ma Binetti continua a lasciare aperto uno spiraglio: “Voto no a tutto il pregresso che è stato raccontato” da Conte, dice a margine dei lavori in Aula. “Poi vediamo. Avreste immaginato l’alleanza M5S-Lega o quella M5S-Renzi? Ora ci sara’ un’alleanza con il centro? Mai dire mai“, afferma sul futuro. “Alcune diversità ci sarebbero, certo” rispetto ad altri partiti dell’attuale maggioranza. Però “non si può essere manichei” e serve “resilienza”: cioè “mantenere fedeltà a se stessi nel contesto dato“. È in questo contesto che piomba, a sorpresa, l’indagine sull’ormai ex segretario del partito centrista, destinatario di una perquisizione nella sua abitazione romana. Lui rivendica “estraneità ai fatti” e incassa la solidarietà dei colleghi. A parlare al Foglio è ancora una volta Binetti, che sugli sviluppi futuri della crisi di governo si esprime così: “Il mio passaggio alla maggioranza è molto presente sulla stampa ma nei fatti abbiamo sempre detto che l’Udc è unito e ancorato nel centrodestra. Mi spiace molto per Lorenzo che non si merita accuse infondate come questa. Gli faccio gli auguri e spero che questa vicenda si risolva quanto prima, anche perché così mi potrò tornare a concentrare sulle vicende politiche“. Una partita che, comunque vada, potrebbe chiudersi già entro metà settimana prossima.

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