È la settimana di Joe Biden. I democratici di tutto il mondo ripongono grandi speranze nel nuovo presidente degli Stati Uniti che oggi entrerà alla Casa Bianca, in un clima di assedio e tensione senza precedenti. Il colpo di coda della presidenza Trump con l’assalto squadrista a Capitol Hill aizzato dal presidente uscente ha lacerato profondamente gli Usa: invadere la Camera per sovvertire il risultato delle elezioni è stata un’azione eversiva contro la democrazia senza precedenti per gli Usa. Una prova di forza fascistoide che dovrebbe aprire gli occhi a chi ancora ritenesse che tra Trump o Biden non vi sia alcuna differenza.

Bene, si volta pagina. Le aspettative sono alte, anche da parte di noi ecologisti, pur consapevoli che la Casa Bianca si troverà a fare i conti con le potenti lobby dei fossili e gli interessi economici consolidati che sicuramente non si rassegneranno a fare in buon ordine un passo indietro. Al contempo sono tanti i segnali che autorizzano ad essere moderatamente ottimisti, compreso il rammarico espresso da Biden di non aver potuto – per motivi di sicurezza – raggiungere Washington in treno, come aveva sempre fatto negli anni precedenti quando si recava al Senato.

Un rammarico coerente con l’impegno che il neo Presidente ha preso di rimettere gli Usa in campo nella lotta ai cambiamenti climatici, a partire dal rientro negli Accordi di Parigi “fin dal primo giorno del mio insediamento”, come ha dichiarato. E per dare concretezza a questo impegno, per la svolta energetica degli Usa, per il nuovo Green New Deal, ha promesso di stanziare duemila miliardi di dollari, con l’obiettivo prioritario dell’abbandono di carbone e petrolio, utilizzando il metano per la transizione: una scelta, quella del metano, che farà storcere il naso a chi vorrebbe limitare l’uso anche del gas naturale.

Va però registrato che è bastata la sola elezione di Biden per rilanciare la corsa alle energie rinnovabili: uno scenario che coinvolge le grandi energy company, ma anche manager e imprese che fanno altro. Promettente anche la volontà di cancellare alcuni tra i provvedimenti più discussi dell’era Trump in ambito ambientale.

Anche la squadra dei suoi più stretti collaboratori induce a ben sperare: da John Kerry come inviato internazionale per il clima a Gina McCarthy – stimata ex direttrice dell’Epa, l’Agenzia per l’Ambiente – con analoghe competenze per le politiche nazionali. Infine, a conferma del nuovo protagonismo a livello internazionale, l’annuncio che entro i primi 100 giorni dal suo insediamento Biden convocherà i leader di tutto il mondo per un vertice globale sul clima.

La febbre del pianeta è già troppo alta: il 2020 è stato l’anno più caldo di sempre e i danni da disastri ambientali riconducibili ai cambiamenti climatici solo per l’anno scorso sono stimati in 100 miliardi di dollari. Senza l’apporto concreto degli Usa la battaglia per la tutela del clima e per garantire alle nuove generazioni un futuro sul Pianeta non si vince. Il passaggio da Trump a Biden promette di andare nella direzione giusta. Come sempre, saranno però i fatti a parlare.

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