Prima colpito alle spalle, poi dritto in faccia. Così fu ucciso Franco Costanza vent’anni fa perché aveva chiesto il pizzo alla ditta di Michele Aiello di Bagheria, già “protetta” da sodali di Bernardo Provenzano. Un caso tornato oggi alla ribalta con l’arresto di Domenico Virga, boss di San Mauro Castelverde, quale presunto mandante. Già condannato per fatti di mafia in via definitiva, Virga, nipote di un altro boss, Peppino Farinella, è tornato in carcere oggi a seguito dell’operazione della Mobile di Messina coordinata dalla Dda guidata da Maurizio De Lucia. A dare una svolta alle indagini sono state le dichiarazioni recenti di tre pentiti, tra cui soprattutto quelle di Carmelo Barbagiovanni, che quel giorno – ha confessato – era assieme a Sergio Costanza nel bivio tra San Fratello e Acquedolci per uccidere Franco. A sparare era stato Sergio, la pistola si era inceppata, così Franco Costanza quella mattina del 29 settembre 2001 ebbe modo di scappare. Una fuga breve. Il suo assassino, Sergio Costanza (ucciso a sua volta in un agguato nel 2010) lo inseguì, gli sparò alle spalle, poi lo raggiunse, gli tirò una pietra in testa e a quel punto sparò un colpo in faccia.

Questo è, perlomeno, il racconto di Barbagiovanni che quella mattina era con Sergio per uccidere Franco. Perché Franco aveva “sgarrato”, chiedendo il pizzo alla ditta che doveva costruire alcune strade sui Nebrodi: “Aiello prima di andare in provincia di Messina fa avere notizia ai suoi paesani di Bagheria, che deve andare a fare ‘sti lavori, e i suoi compaesani passano la notizia a Provenzano che deve andare a fare su discursu, e Provenzano mi passa la notizia a me e io metto a posto questo lavoro”, così parla anche Nino Giuffrè. A confermare le dichiarazioni del collaboratore, infatti, ci sono infatti anche quelle di Giuffrè, per molti anni stretto collaboratore di Bernardo Provenzano, dal quale aveva ricevuto incarico di tentare la ristrutturazione di Cosa nostra su vasta scala. Ed è quest’ultimo a fornire il movente: “Fu ucciso perché girava per conto suo tanto che aveva chiesto il pizzo senza autorizzazione ad una impresa di Bagheria che era stata già messa a posto da me per conto di Provenzano e anche perché era sospettato di essere confidente delle forze dell’ordine”.

Nonostante la “messa a posto”, infatti, Franco Costanza aveva chiesto un nuovo pizzo alla ditta di Aiello, per questo fu fissato un incontro, un vero e proprio summit di mafia al confine tra Messina e Palermo. In un casolare tra Tusa e Finale, per la precisione, si incontrarono i vertici locali per parlare prima con la vittima e poi per decidere di eliminarla. Alla riunione in questione si erano presentati Virga, per conto dei palermitani, Sebastiano Rampulla (fratello di Pietro, noto per avere fornito il telecomando della strage di Capaci) per i mistrettesi, Carmelo Bisognano per i Barcellonesi e Barbagiovanni per i Batanesi (dal nome di una contrada di Tortorici). Franco Costanza li aveva rassicurati che avrebbe dato loro parte dei soldi del pizzo richiesto alla ditta di Michele Aiello, lo stesso della vicenda della talpe in procura che portò alla condanna di Totò Cuffaro: “Noi fingemmo di essere d’accordo e, dopo che si allontanò, Rampulla, Farinella e Bisognano stabilirono di ucciderlo, e mi dissero di eliminarlo… Ho anche ripensato meglio alla riunione in cui fu decisa l’eliminazione di Franco… in quella riunione fu presene non Farinella ma Virga, esponente della famiglia Farinella, che controllava il territorio di Finale e di San Mauro Castelverde”.

Questo ha raccontato ai pm della Dda di Messina, Barbagiovanni lo scorso luglio. Le dichiarazioni del pentito sono state poi confermate non solo da Giuffrè ma anche da Carmelo Bisognano, boss dei Mazzaroti, frangia della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, considerato il “ministro dei lavori pubblici” per Cosa nostra nella Sicilia orientale, collaboratore dal 2010, fu grazie a lui che vennero alla luce veri e propri cimiteri di mafia nel barcellonese. Dopo il summit la decisione di affidare l’omicidio ai tortoriciani: “ Tornando da Tortorici… incontrai Vincenzo Galati Giordano, detto “Lupin” e Sebastiano Bontempo detto “u biondino”, riferì loro che quel soggetto andava eliminato. Loro furono d’accordo e così programmammo l’omicidio”, ha raccontato ancora Barbagiovanni. Un omicidio per il quale però serviva un ulteriore benestare quello del “uappu”, ovvero Sebastiano Bontempo, all’epoca detenuto in carcere. Restrizione che non ha frenato la comunicazione. Anche lui viene avvertito in carcere: “Venne informato di questo proposito di omicidio – ha continuato il collaboratore – tramite messaggi in carcere che “lupin” gli fece recapitare grazie a Sebastiano Bontempo Scavo detto “u spacchiusu” e Giuseppe Bontempo detto “botoia”, che si recavano ai colloqui in carcere con il Uappo. Tramite questi messaggi il uappo fece avere il suo assenso per quest’omicidio”.

Ma non tutti sui Nebrodi hanno sete di vendetta: “Mi rivolsi, quindi, a Tommaso Blandi, figlio di quel Blandi ucciso molti anni fa nei pressi di un distributore di benzina, e gli proposi di commettere questo omicidio. Sapevo, infatti, che Tommaso Blandi aveva motivi di rancore nei confronti del soggetto da eliminare, perché riteneva quest’ultimo autore dell’omicidio del padre. Tommaso comunque non se la sentì di vendicarsi. Individuai quindi come killer un ragazzo di Centuripe, di nome Sergio Costanzo, che svolgeva l’attività di custode di terreni, ed al quale commissionammo l’omicidio”. A quel punto non serve che arrangiare un incontro con la vittima: “Io nel frattempo cercavo di conquistare la fiducia della vittima – ha riferito ancora Barbagiovanni – che contattavo per il tramite di Nino Calabrese, soggetto vicino all’associazione mafiosa dei batanesi.

Intendevo, infatti, farmelo amico, per attirarlo in un tranello e farlo comparire”. L’appuntamento fatale per Costanzo fu la mattina del 29 settembre del 2001: “L’incontro con Franco avvenne nella strada provinciale che porta da Sant’Agata di Militello a San Fratello…”. È qui che Sergio Costanzo cerca di esplodere un colpo, ma la pistola si inceppa, Franco scappa, Sergio lo insegue, gli spara alla schiena, poi lo raggiunge: “Una volta a terra prese una pietra per colpirlo alla testa e poi gli sparò in faccia”. Un omicidio per ristabilire il controllo del territorio deciso dai vertici di Messina e Palermo, per il quale vent’anni dopo viene arrestato Virga, considerato il mandante assieme a Sebastiano Rampulla. Un vero e proprio cold case sul quale si accende una luce permettendo alla procura di Messina di ripercorrere gli intrecci mafiosi tra le province.

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