I giornali di queste settimane, e così tv, radio, talk show, sono pieni della cronaca della crisi di governo. La maggior parte dei commentatori ritiene che il voto sarebbe una catastrofe per il paese, ma pochi hanno letto la crisi attraverso la lente dell’ambiente e della crisi climatica. Nonostante il fatto che, anche se in tv vediamo solamente virologi, non possiamo dimenticare che siamo in mezzo sia a una crisi pandemica che a una crisi climatica.

I governi italiani, di clima, non si sono mai praticamente occupati. Non solo non è mai stato un tema in agenda, ma chi chi ha governato l’Italia negli ultimi decenni non è ma stato davvero consapevole del problema. Neanche quando al governo era il centro-sinistra. Neanche quando avevamo leader come Prodi, un fautore, semmai, dell’industria pesante. Il tema climatico in Italia è stato letteralmente importato, forzatamente, grazie all’Europa. Anche i 5Stelle, nati ecologisti, di riscaldamento globale hanno parlato assai poco, anche loro lentamente sono stati forzati farlo dal fatto che al Parlamento europeo sono stati via via votati provvedimenti sempre più stringenti in termini di taglio delle emissioni. Oltre al fatto che l’Italia ha aderito, non poteva fare altrimenti, ai vari accordi sul clima, come quello di Parigi. Nel dibattito politico, tuttavia, il tema non ha mai assunto quella centralità che invece è presente nella maggioranza dei cittadini che, quando intervistati, si dichiarano estremamente preoccupati del cambiamenti climatico.

Ad ogni modo, i governi Conte, specie il secondo, sono stati quelli in cui il tema ambientale in qualche modo ha avuto un suo, seppur piccolo, peso. Questo grazie al ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che si è speso oltre ogni limite per mettere in atto misure di contrasto alla criminalità ambientale, trovare finanziamenti per gli ecobonus, tentare, troppo timidamente, di introdurre il tema climatico in maggioranza.

Purtroppo, il suo ruolo è sempre rimasto secondario rispetto ai ministri che tengono in mano le redini dell’economia, che – come sempre – continuano a decidere tutto, continuando a considerare l’ambiente una questione a parte, non un tema che dovrebbe dettare qualsiasi scelta di qualsiasi ministero, visto che la crisi climatica è a monte di tutto, non a valle. E quindi ogni ambito, salute, turismo, trasporti, soprattutto economia dovrebbe tenerne conto.

Il problema, in questo momento, è che questo quadro, quello di un ministro dell’ambiente competente seppure secondario, di un primo ministro, Conte, che comunque ha presente il tema del clima, di partiti di governo, come il Pd, che pur non parlando mai dell’argomento, saranno progressivamente costretti ad affrontarlo, non può che peggiorare con la crisi. Ne è un esempio lampante il Recovery plan. Già nella sua prima versione si vedeva lontano un miglio che il progetto era stato stilato senza alcuna consultazione con quelle associazioni ambientaliste che oggi in Italia sono davvero le uniche a occuparsi seriamente di crisi climatica.

Tanto per fare alcuni esempi: mancava totalmente un’attenzione ai temi dell’economia circolare, della biodiversità, così come mancava una spiegazione chiara di come verrà effettuata la decarbonizzazione della nostra economia ai fini del taglio delle emissioni che ci toccherà fare. Grande protagonismo, invece, delle grandi opere, così come dei mega progetti, come quello dell’idrogeno, senza fare sufficiente chiarezza se si tratti di idrogeno davvero pulito o no. Un piano secondo alcuni scritto sotto la dettatura delle lobby, sicuramente un progetto non scritto da mani di chi è esperto davvero di transizione ecologica. Un progetto dove il grande assente, senza dubbio, è la visione del futuro.

Se già questo Recovery era mal digeribile, con la crisi aperta da Renzi, come ha scritto il vicedirettore del Fatto Quotidiano, è persino peggiorato, visto che i fondi dedicati al verde, che dovrebbero fare la parte del leone, anche se nessuno lo spiega agli italiani, sono persino diminuiti, per ottenere il suo voto in Parlamento.

Ma lo scenario peggiore, sempre parlando di ambiente, sarebbe quello del voto. Perché con questa legge elettorale le proiezioni danno vittoriose le destre. Parliamo di gente che non solo non ha idea di cosa sia il riscaldamento globale, ma fino a ieri, esattamente come Trump, lo negava. In pratica ci troveremmo ad essere governati da persone che gestiscono un fondo da oltre duecento miliardi dedicato alla transizione verde da persone che non sanno neppure cosa sia né ci credono. Persone che dovrebbero andare a gestire negoziati climatici fondamentali come la Cop 26 di Glasgow. Persone che farebbero leggi sul nostro territorio e sulle norme che regolano l’inquinamento delle città all’insegna della deregulation. Uno scenario quanto meno grottesco, se non proprio da incubo.

E dunque la soluzione migliore dal punto di vista del contrasto del cambiamento climatico è senz’altro che restino Conte e i suoi ministri. Si tratta del governo migliore, anzi meno peggiore, rispetto all’ambiente, pur formato da un partito, il Pd, che ancora sta ancora fermo, almeno a quanto dice il suo leader, alla retorica “giovani, donne, sud” che lo caratterizza stancamente da anni. E un Movimento 5stelle a cui stare il governo ha cancellato ogni ambizione ecologica. Ma, ripeto rispetto all’ambiente qualsiasi cambiamento porterebbe scenari peggiori. Perciò non ci resta che sperare nello “status quo”. Perché la lotta al clima, già fin troppo debole, non può assolutamente essere ulteriormente indebolita. Ci sono di mezzo la nostra salute e persino la nostra sopravvivenza.

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