Nella guerriglia di penultimatum, provocazioni, rilanci infiniti e pretestuosi su qualsiasi apertura per far perdere ulteriore tempo, da addebitare naturalmente all’incapacità di Giuseppe Conte, Matteo Renzi ha rilanciato anche l’accusa più insidiosa e delegittimante, almeno nelle intenzioni, nei confronti del presidente del Consiglio per screditarlo a livello internazionale.

Infatti mentre lo scenario della crisi continua ad essere minacciato da settimane e l’esibizione delle due ministre e sottosegretario di Italia Viva perennemente seduti con valigie in mano troppo pesanti per potersi alzare dalle rispettive poltrone prosegue sotto gli occhi vigili ed increduli dei partner europei, che cosa può esserci di meglio che legare saldamente “Giuseppi” al presunto amico americano?

Non deve essere sembrato vero allo stratega di Rignano: quando il presidente che non riconosce il voto degli americani risulta indifendibile anche per Matteo Salvini e la Giorgia Meloni e viene scaricato ed isolato da qualsiasi rappresentante di un’istituzione democratica accusare Conte di un sodalizio indissolubile con lui fondato su “segreti inconfessabili resi impenetrabili” anche grazie al controllo sui servizi segreti, che detiene legittimamente, diventa una specie di insperato asso nella manica.

Il tentato golpe a Capitol Hill è diventato così per Iv a corto di argomenti ma determinata a rubare altro tempo a chi cerca di lavorare al Ricovery plan e impegnata più che mai a sfilare la delega ai servizi segreti dalle mani del presidente del Consiglio l’occasione propizia per riesumare “il caso Barr” su cui il premier “dovrebbe fare chiarezza”.

L’accusa rovente di difendere “l’amico Donald” anche quando fomenta l’assalto alle istituzioni troverebbe fondamento e conferma, secondo Matteo Renzi ed i suoi, nel presunto ruolo giocato dal presidente del Consiglio nel 2019 in merito a due incontri romani tra il ministro della Giustizia Usa William Barr e vertici dei servizi segreti italiani.

In sostanza si accusa Conte di essersi prestato a favorire la ricerca da parte di Barr di elementi per screditare l’indagine allora in corso negli Usa sul possibile complotto concertato tra Trump e Cremlino ai danni di Hillary Clinton. Poco importa naturalmente che il premier abbia a suo tempo riferito al Copasir sia di non aver mai parlato di tale vicenda né con Barr né con Trump, sia che negare l’autorizzazione agli incontri “avrebbe recato un danno alla nostra intelligence” e sarebbe apparso come “un atto di slealtà nei confronti di un alleato storico”.

Naturalmente il fu rottamatore e attuale sabotatore a tempo pieno, onnipresente sui media italiani quasi sempre in assenza di interlocutori che interrompano i monologhi o facciano domande reali, sa benissimo di poter contare, per quanto la spari grossa, sul sostegno o la compiacenza delle grandi testate, in primis Repubblica, che non si è certamente lasciata scappare “l’effetto Usa su Conte”.

Infatti venerdì 8 gennaio a firma di Giovanna Vitale in Primo piano spicca un articolo-requisitoria contro Giuseppi che “Ieri come oggi: mai contro Trump. ‘L’amico Donald’ non si discute” e solo perché reo di aver dichiarato durante la campagna elettorale “non voglio entrare nella competizione elettorale americana, né voglio formulare auspici e previsioni”.

Ergo, a catena si mettono in fila una serie di affermazioni gratuite per avallare la fondatezza delle “trame inconfessabili” sospettate da Renzi: “la freddezza” nei confronti dell’esito del voto americano “da ricondurre al solido legame coltivato con l’amministrazione repubblicana… cementato anche dal segreto che tuttora avvolge la visita di Barr a Roma”. E l’esplicita accusa di essersi reso disponibile a compiacere Trump “aggirando tutti i protocolli” accompagnata da un’analisi politica quanto meno pittoresca e un po’ datata: “Quella malcelata predilezione per il tycoon statunitense che con l’endorsement twittato nel bel mezzo delle trattative per la formazione dell’esecutivo giallorosso, molto pesò sulla riconferma dell’avvocato a palazzo Chigi”.

Fortunatamente sembrerebbe che l’uso spregiudicato di Trump fatto da Renzi per screditare Conte in giorni drammatici per la democrazia americana non abbia trovato alcuna sponda nella stampa estera, non a caso un po’ meno dominata dagli editori impuri e dai relativi interessi di bottega rispetto alla nostra. Infatti all’estero dimostrano di avere decisamente molto chiaro chi è “l’irresponsabile” che “briga per mandare a casa l’esecutivo” e anche per quali motivi: “Conte rappresenta un ostacolo alle rinnovate ambizioni politiche di Matteo Renzi” (Financial Times).

Sottolineano quanto il momento sia inopportuno tra rischio terza ondata e recessione per mandare a casa il governo in carica “a meno che tu non sia Matteo Renzi” (FT) ed osservano come nonostante le sfide su cui concentrarsi “la politica italiana resta immersa nella telenovela scaturita dalla minaccia di Matteo Renzi di far cadere il governo” (El Pais). Gli elementi per capire chi è “il disturbatore d’Italia”, come se non fossero già troppi da troppo tempo, crescono ogni giorno. Davanti alle aperture concrete sul Recovery plan, ora non più del governo ma della maggioranza al completo, IV continua a provocare, pretende il Mes, il ponte di Messina, la delega ai servizi e/o la testa di Bonafede.

A questo punto il presidente del Consiglio non deve più consentire a nessuno di abusare della sua pazienza, né tantomeno di quella di un paese in difficoltà. Deve solo portare la bozza del Recovery al Consiglio dei ministri per l’approvazione e di fronte all’ennesimo “no” di Matteo Renzi, pretestuoso oltre ogni ragionevole dubbio, andare risoluto e sereno al confronto in parlamento.

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