È un due a zero per i magistrati di Firenze la decisione della Procura generale della Cassazione di confermare al capoluogo toscano la titolarità dell’inchiesta su Fondazione Open e la parallela decisione del Tribunale del Riesame di rigettare per la seconda volta il ricorso di Marco Carrai contro il sequestro dei suoi documenti. Due provvedimenti che arrivano nello stesso momento e che di fatto avallano l’impianto investigativo dei pm Luca Turco e Antonino Nastasi, impegnati da oltre un anno a indagare sul ruolo dell’ex cassaforte fiorentina nella scalata al potere di Matteo Renzi.

L’ex premier e Maria Elena Boschi, entrambi indagati per finanziamento illecito ai partiti, avevano presentato tramite i loro legali un’istanza di incompetenza territoriale della Procura fiorentina. La loro richiesta era di trasferire gli atti a Roma o, in subordine, alle procure di Velletri e Pistoia. Il motivo? Secondo la difesa, il primo versamento accertato dalle indagini alla Fondazione Open è quello della British American Tobacco, con sede legale a Roma: di conseguenza la competenza spetta alla Procura della Capitale. Poi c’è il versamento della Promidis di Pomezia, località che ricade sotto la giurisdizione del Tribunale di Velletri (Roma). In subordine, è il ragionamento dei legali di Boschi e Renzi, la competenza territoriale va individuata sempre a Roma in quanto sede del Pd, oppure a Pistoia dove è stata costituita ufficialmente la Fondazione nel 2012 da parte dell’avvocato Alberto Bianchi. Secondo quanto riferisce l’Adnkronos, però, il Pg della Cassazione ha confermato quanto già deciso in prima battuta dai pm e stabilito che allo stato degli atti non è possibile prevedere alcun spostamento dell’inchiesta fiorentina a una sede diversa.

I magistrati, quindi, possono andare avanti. E incassano anche l’assist del tribunale del Riesame, sollecitato dalla Cassazione a rivedere il suo via libera al sequestro del pc e dei documenti dell’imprenditore Marco Carrai, a sua volta indagato. Nel settembre 2020 gli ermellini avevano infatti accolto il ricorso presentato da Carrai, contestando al Riesame di aver “dato per scontata” l’equiparazione della Fondazione Open a un’articolazione di partito. Cosa che eventualmente deve essere dimostrata al termine di una “rigorosa verifica” dell’operatività di Open, in modo tale da dimostrarne la sua “univoca destinazione”. I giudici avevano quindi rinviato tutto il dossier al Riesame per un nuovo verdetto “alla luce dei principi esposti”. Verdetto che, riferisce Repubblica Firenze, è analogo al precedente: per i giudici il sequestro a Carrai è lecito. Una decisione che, secondo i legali dell’imprenditore, “ripete gli argomenti della prima ordinanza che era già stata oggetto di annullamento da parte della Corte di Cassazione e quindi verrà di nuovo proposto ricorso per Cassazione anche per la suddetta decisione“, si legge in una nota.

“L’attività svolta in concreto dalla Fondazione Open, lo scopo effettivamente perseguito, la raccolta fondi il rapporto con il raggruppamento renziano del Pd, il finanziamento delle iniziative politiche di Matteo Renzi e di altri parlamentari, inducono fondatamente a ritenere che essa abbia agito come articolazione di partito e non abbia mai avuto una diversa operatività”, scrivono i giudici, che mettono in fila tutti gli elementi a carico di Carrai individuati dalla Procura. “Ha svolto un ruolo di primaria importanza nel reperimento dei finanziatori della Fondazione e nel collegamento tra costoro e gli esponenti politici rappresentati dalla Fondazione – si legge, come riferisce Repubblica – È tra i soci della ‘Wadi ventures management company san’ con sede in Lussemburgo il cui unico asset è la società ‘Wadi ventures Sca’ con oggetto sociale la detenzioni di partecipazioni societarie. La società risulta destinataria di somme di denaro provenienti, tra gli altri, da investitori italiani già finanziatori della Fondazione Open“. Nell’ordinanza si fa anche riferimento “all’intromissione nell’adempimento dell’incarico professionale affidato all’avvocato Bianchi dal gruppo Toto, avendo il ricorrente interagito su mandato di Bianchi con l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia”. Scrivono i giudici: “Le operazioni di trasferimento di denaro dal gruppo Toto a Bianchi e quindi da Bianchi alla Fondazione appaiono in effetti dissimulare un trasferimento diretto di denaro dal gruppo Toto alla Fondazione”.

Ma l’indagine non si ferma qui. Negli ultimi mesi la procura di Firenze ha formulato anche una nuova ipotesi di reato oltre a quella di finanziamento illecito ai partiti. Ora sono in ballo anche presunti episodi di corruzione. Reato che, però, non viene contestato né a Renzi né a Boschi, hanno precisato i magistrati. La notizia della nuova ipotesi di reato era contenuta nelle motivazioni della Procura fiorentina per il rigetto della richiesta di trasferire la titolarità delle indagini dal capoluogo toscano. I nomi di presunti corrotti e corruttori sono per ora coperti dal segreto istruttorio.

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