Oggi, 14esimo anniversario della morte di Piergiorgio Welby, mi sembra giusto e doveroso, per un convinto sostenitore dell’eutanasia quale io sono, ricordare l’uomo cui si deve, più che ad ogni altro, l’apertura di un dibattito politico e culturale sulla opportunità della eutanasia: un tema che Welby portò all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica con la lettera aperta in cui chiedeva al Presidente Napolitano di poter ottenere l’eutanasia, che Welby definì, con una formula sdrammatizzante e felice, una “morte opportuna”. Ottenendo, in risposta, una sollecitazione del Capo dello Stato alle forze politiche ad occuparsi delle scelte di fine vita.

Non ho conosciuto per pochi mesi Piergiorgio Welby perché ho cominciato a partecipare alla attività della Associazione Luca Coscioni poco tempo prima della sua morte. E l’ho fatto anche a seguito del suicidio di mio fratello Michele: malato terminale di leucemia, Michele non riuscì a trovare un medico che lo aiutasse a morire “in modo opportuno” e decise di por fine alle proprie sofferenze gettandosi dal quarto piano della sua casa di Roma. E questo mi indusse a divenire “un attivista della eutanasia”, trovando casa nella Associazione Luca Coscioni.

Ho però seguito le vicende di Welby attraverso gli amici della Associazione. E sono rimasto disgustato, in particolare, dallo spietato rifiuto del Cardinale Ruini e del Vaticano di concedere a Welby i funerali religiosi desiderati e richiesti dalla moglie Mina e dai familiari di Piergiorgio: un rifiuto gelido nella forma (“inammissibile la richiesta dei familiari del dottor Welby”) e vergognoso per la Chiesa, visto che negli stessi giorni si celebravano a Santiago del Cile i solenni funerali religiosi di Augusto Pinochet, uno dei peggiori boia dell’insanguinato secolo scorso.

Ho avuto però la fortuna non solo di conoscere ma di guadagnarmi l’amicizia della moglie di Piergiorgio, Mina Welby, che considero una delle donne più forti, generose e coraggiose fra quante si battono per i diritti civili e per dare aiuto a tutti i bisognosi, a partire dagli innumerevoli disabili dimenticati dalle istituzioni. E poiché Mina è nata a San Candido, dove io passo ogni anno diretto in Austria per una vacanza, mi permetto di chiamarla scherzosamente “la mia fidanzata austriaca”.

Grazie al suo libro-intervista L’ultimo gesto di amore ho conosciuto nei particolari la storia tragica della malattia e della morte di quello straordinario lottatore che è stato Welby. Dopo la sua “morte opportuna” – resa possibile dal coraggioso intervento del dottor Mario Riccio, che rischiò fino a 12 anni di carcere per le norme del nostro codice penale clerico-fascista – altre due vicende hanno colpito gli italiani per la loro ferocia: quella di Giovanni Nuvoli, che non poté essere assistito da un medico perché i giudici misero i carabinieri alla porta della sua casa per impedirgli di entrare (cose da Inquisizione) e dunque scelse di lasciarsi morire di fame e di sete dopo giorni di sofferenze atroci; quella di Eluana Englaro, la cui morte fu definita un ”assassinio” nell’Aula del Senato quando giunse la notizia della sua fine.

Consiglio a tutti di leggere L’ultimo gesto di amore perché ne esce – oltre ad una storia d’amore degna delle più belle favole – il ritratto di un uomo forte e coraggioso, che affronta la degenerazione della sua malattia e parallelamente prende coscienza del valore politico e culturale che può avere la sua battaglia per l’eutanasia, che culmina proprio nella lettera di Welby al Presidente Napolitano.

Mina e Piergiorgio lottano insieme contro la malattia, e lo fanno grazie all’amore che li unisce (“E’ l’amore – dice Mina nel suo libro – che ti dà la forza di ricominciare ogni giorno”). Impedito a praticare i suoi sport preferiti, Piergiorgio è aiutato da Mina a trovare un ubi consistam nella pittura e nella fotografia.

Dal libro emerge – evidenziato non certo da Mina, campionessa assoluta di modestia, ma dal suo intervistatore – “una maggiore attitudine della donna a dare e a darsi all’altro in situazioni estreme”. E penso sia stato in buona parte merito di Mina e di questa attitudine (in lei elevatissima) se Welby non si è abbandonato al dolore e alla disperazione ma è rimasto attivo fino alla fine, lasciandoci una testimonianza esemplare con la sua forza e un dolce ricordo con i suoi quadri e le sue fotografie.

Dobbiamo anche a lui – come a Nuvoli e ad Eluana – i passi avanti che si sono fatti verso la legalizzazione della eutanasia e il risultato molto importante della legge sulle Dat (“Dichiarazioni anticipate di trattamento”). E, a proposito di Dat, mi piace ricordare che Mina ha anticipato tutti ottenendo, già diversi anni or sono, la nascita di un “registro per i testamenti biologici” nel Decimo Municipio di Roma, in cui risiede la famiglia Welby.

Riposa in pace, Piergiorgio, non sarai dimenticato.

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