La pelle dei “Tamburi del Vesuvio” è tornata a vibrare con Museca (Alfa Music, 2020), il nuovo album di Nando Citarella, tra gli ultimi grandi testimoni della tradizione. Un progetto che nasce dall’incontro tra musicisti studiosi che ancora oggi praticano e vivono “la musica popolare – spiega Citarella – che è in continuo movimento perché come la tradizione cammina”.

Inediti, tradizionali e brani storici di Roberto De Simone fino ad arrivare ad “Hasta siempre” di Carlos Puebla, suonati con grande maestria. Un disco che è un caleidoscopio di suoni, preghiere, invocazioni e canti. Un viaggio nelle tradizioni e nelle culture africane, ispaniche, portoghesi e napoletane. Citarella, musico e teatrante di Nocera, con pelli e danze che sostengono la sua voce, “parte da giù la penisola per risalire fin sul vulcano e oltre il mare”.

Cosa ti ha spinto a far uscire il disco in uno dei momenti più difficili per la musica?

Abbiamo cominciato il lavoro in sala esattamente a fine gennaio di questo 2020 alternando giorni di prove a sedute di registrazioni, riuscendo a portarle a termine quasi in toto. Arrivati al fatidico giorno del 6 marzo 2020 tutto si è fermato ma, nonostante il momento, abbiamo deciso di portare comunque a termine il lavoro.

Credo che quando si inizia un progetto artistico, specie nella fase creativa e realizzativa, il vissuto e l’emozione siano importanti così come il periodo e l’energia che ci si dedicano. Mio nonno diceva: “‘a sera me còcco e ‘a matina doppo quanno me scèto nun so comm’ o juorno ch’é fernuto”.

Nel disco si sente tutto il Mediterraneo, come hai scelto le canzoni e gli ospiti dell’album?

Il disco è un omaggio ai 25 anni dei Tamburi del Vesuvio e ai tanti amici con cui ho condiviso studio, musica, progetti, amicizia e arte, da Mario Salvi – conosciuto a Roma nel 1978 al Circolo Gianni Bosio e con cui iniziò parte del mio ricercare voci, canti e danze da sud a sud – a Giovanni Lo Cascio, amico e maestro di suoni e ritmi zoppi tra Balcani e Bosforo. Poi Pietro Pisano che scrive compone ama la Romanza così come la Fronna e la Tammurriata o anche i Canti Sacri popolari.

E ancora Nello Salza, trombettista, per anni accanto a Morricone, ma con l’esprit d’o popolo e la mezcla latina. Il bassista, tra jazz e tango, Marco Siniscalco e il chitarrista Alessandro Girotto. E infine Giovanni Giugliano da 25 anni al San Carlo, fondatore del Cielo Reves che con me iniziò il suo viaggio nella musica popolare legata a Mozart e Paisiello. Tante storie che ci portano a Museca, soprattutto però L’Amicizia, ‘o Bene.

Come stai vivendo questo periodo?

In questo periodo pandemico, come tutti sto molto a casa, anche se ora ti sto scrivendo da una stanza di un hotel alle porte di Parigi dove grazie ai ritardi di Air France mi trovo in attesa di ripartire domani all’alba. Avevo 15 concerti sul tema natalizio tra classico e popolare con l’orchestra del Conservatorio di Marsiglia ma anche qua tutto cancellato, però France 3 ci ha invitato a registrare una parte del concerto che manderà in onda il 27 dicembre, questo per garantire ai musicisti professionisti, impossibilitati ad esibirsi, la tranquillità economica per continuare a produrre arte ed essere pronti per la riapertura il 15 gennaio. Amo molto camminare: la natura mi manca, ho camminato verso Santiago per due volte, dunque, avendo i boschi vicino spesso mi ci addentro, mi bastano 8 km al giorno. Per il resto Sperammo ’a Marunnella nosta.

I tamburi del Vesuvio sono attivi da 25 anni, come è cambiata la musica popolare in questi anni?

Mi sono ritrovato a cantare, recitare e danzare a Orlando, in Florida, con un gruppo di commedianti e musici. Mettevamo in scena lazzi e canovacci tratti dal Pentamerone e le Arlecchinate in Venezia, forse lì nacque l’idea di queste mescle ritmiche e vocali, lì dove vi erano musici, attori e danzatori che rappresentavano la loro radice culturale. Finiti gli spettacoli la sera si festeggiava suonando. Infatti per i primi anni i TdV ospitavano tanti artisti, si saliva sul palco con minimo 20 elementi, comune denominatore il tamburo, e lì ci incontravamo mettendo in evidenza le affinità delle nostre musiche.

In questi 25 anni la musica è cambiata molto, si è evoluta così come tutte le tradizioni (trad-ire, evolversi, guardare avanti) ma si è anche alleggerita perdendo in parte quel senso profondo della radice, ogni juorno é festa ogni festa é bona. In molte feste oggi la musica nun’é cchiù ‘a stessa. Ma la festa va sempre vissuta.

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