Le aziende chiederanno alle banche di finanziare i loro progetti ‘green’, ma sarà il ministero dell’Ambiente a garantire agli istituti di credito che non si tratti di greenwashing, cioè di un intento ecologico solo apparente. Ed è la prima volta che accade. Un cambio di prospettiva realizzato in piena pandemia e nell’ambito di un programma sperimentale già avviato dal ministero con il coinvolgimento di alcuni istituti di credito. Questi avranno a disposizione delle ‘Linee guida operative’, ma sarà il ministero a certificare il livello di qualità ambientale rispetto a indicatori già individuati, consentendo alle banche di selezionare i progetti non solo in base alla loro sostenibilità economica, ma anche in ragione di quella ambientale. “Si tratta di uno strumento che aiuterà le aziende più virtuose del nostro Paese – spiega a ilfattoquotidiano.it il ministro Sergio Costa – dalle grandi a quelle più piccole”. Il Covid-19 ha avuto un forte impatto su di loro, frenando e mettendo in difficoltà quelle che avevano intrapreso un percorso di sostenibilità. Ma se da un lato, a ricordarci degli effetti della pandemia, ci sono gli ingombranti imballaggi sugli scaffali dei supermercati e il rinvio della plastic tax, negli stessi mesi ci sono state importanti novità normative che riguardano l’economia circolare. Lo stesso programma avviato con le banche è frutto di questo complicato periodo. “Quando siamo partiti – racconta Costa – mi sono sentito come sullo sperone di una roccia. Questo è il momento di fare un salto per arrivare allo sperone che c’è davanti”. Per aiutare le aziende a farlo è stata avviata questa sperimentazione che vede coinvolti, come soggetti finanziatori, ICCREA Banca, Cassa Centrale Banca – Credito Cooperativo Italiano, Intesa San Paolo e Cassa depositi e prestiti.

Ministro, in che modo queste linee guida forniscono uno strumento per contrastare il fenomeno del greenwashing?
“La proposta che abbiamo sviluppato, sentiti anche gli istituti che hanno aderito al gruppo di lavoro sulla Finanza Sostenibile, nasce nell’ambito del perimetro normativo europeo per favorire la ‘Green Finance’ ed è coerente con il regolamento Ue sulla Tassonomia, che definisce il concetto stesso di ‘attività economica sostenibile’. L’obiettivo è aiutare le imprese e consentire agli istituti di credito di selezionare i progetti da finanziare non solo in base alla loro sostenibilità economica, ma anche rispetto a quella ambientale. Il ministero valuta, dunque, in modo trasparente la qualità di un progetto rispetto agli indicatori di riferimento nel cosiddetto ‘Cruscotto green’, costruiti sulla base di sei obiettivi: mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, uso sostenibile e protezione delle acque e delle risorse marine, transizione verso un’economia circolare, prevenzione e riduzione dell’inquinamento, protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi”.

Quali saranno le aziende che potranno beneficiarne?
“Se l’obiettivo europeo, sostenuto anche dal nostro Paese, è quello di parlare di ‘Green finance’ soprattutto alle grandi aziende e alle multinazionali europee, c’è tutto un tema italiano che riguarda da vicino il settore della manifattura e la piccola e media impresa, ma anche le micro-imprese, che restano fuori dal regolamento Ue sulla Tassonomia. Il nostro obiettivo, invece, è declinare quel sistema su tutte le aziende. Vogliamo che siano ‘green’ anche le pmi e le micro-imprese, dato che il 90% del tessuto produttivo italiano è composto queste realtà”.

Un’azienda va in banca perché ha necessità di accedere al credito. Che succede?
“Come avviene in questi casi vengono richiesti il progetto e la garanzia produttiva e un indice di rischio e, in base a questi, viene accordato un credito a tassi più o meno significativi in funzione di una serie di elementi. Noi abbiamo chiesto a questi istituti di iniziare a valutare in modo trasparente l’aspetto ambientale del progetto, oltre alla rischiosità dell’investimento nell’ambito green, anche perché è in questa direzione che sta andando il sistema globale. Dunque le banche non possono più valutare i progetti con i vecchi parametri, quelli del fossile per intenderci, se vogliono abbassare l’indice di rischio. E, comunque, la garanzia su una valutazione di sostenibilità che sia terza la dà il ministero dell’Ambiente. Ed è la prima volta che un sistema bancario di natura privata accredita un sistema di Stato come interlocutore di garanzia nella valutazione dell’indice di rischio di un progetto.

L’emergenza che stiamo affrontando può essere un deterrente per le imprese che vogliono investire nella sostenibilità, ma anche un punto di rottura con il passato. Finora i segnali non sono sono stati incoraggianti. Basti pensare al rinvio della tassa sulla plastica. Il Covid-19 ha cambiato le priorità? Quali difficoltà state recependo dalle aziende?
“Le aziende chiedono sicuramente una sburocratizzazione del sistema, ma anche – a causa e al di là del Covid-19 – un sostegno dello Stato in percorsi che siano agevoli e del sistema di credito sul piano economico. Non è un caso se dal 1 gennaio 2021 il Cipe cambierà nome, diventando Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica si passa a Comitato interministeriale per la programmazione economica di sviluppo sostenibile). Questo significa i grandi investimenti italiani per le grandi opere, oltre a guardare il mondo del privato, guarderanno anche al quello del pubblico e dovranno essere tutti compatibili con la sostenibilità ambientale e, quindi, con i sei indicatori. Le stesse risorse del Recovery Plan, almeno il 37% a progetti green (che andranno in modo trasversale a diversi ministeri, ndr) sono da aggiungere a quelle messe a disposizione per altri settori, ma che dovranno comunque rispettare gli indicatori di sostenibilità. Un altro strumento importante saranno i green bond, le obbligazioni di Stato da mettere sul mercato, che stiamo provvedendo a definire e che contiamo di sostenere proprio dando credibilità finanziaria sul green”.

Torniamo sulla plastica. Ilfattoquotidiano.it ha lavorato a un’inchiesta per capire cosa stessero facendo le aziende per ridurla: la sostituiscono con altri materiali (e non sempre sono scelte sostenibili o facilmente riciclabili) ne riducono il peso o, ancora, aumentano la quota di quella riciclata. Anche le multinazionali fanno poco, rispetto ai milioni di tonnellate di rifiuti prodotti. Per non trovarsi più i rifiuti (anche italiani) negli oceani o nelle discariche (in Italia e in Europa, come in Malesia) non sarebbe meglio investire direttamente su riuso, riduzione effettiva dell’imballaggio e sistemi di vuoto a rendere e gettarsi alle spalle l’era dell’usa e getta?
“Tutto il pacchetto sull’Economia circolare approvato la scorsa estate va in questa direzione, ossia riuso, riciclo, reimpiego. Per restare sulla plastica bisogna, in primis, dare valore ai materiali di risulta, quelli che sono stati già riciclati: senza la legge quel prodotto non ha un valore economico, ma se gli dai valore crei una filiera, quindi un interesse a non gettarlo. Fatta la norma, bisogna definire tutti i percorsi di valorizzazione”.

Spesso le aziende incontrano diversi ostacoli, anche di natura burocratica.
“Lo era certamente il vincolo di produzione delle bottiglie in rPet (plastica riciclata) con al massimo il 50% di plastica riciclata. A ottobre è stato approvato un emendamento al decreto legge Agosto che rende possibile anche nel nostro Paese la produzione di bottiglie in rPet al 100%. Questo significa che, quando fai una raccolta differenziata con numeri di un certo tipo, puoi finalmente iniziare a pensare a una Tari puntuale in funzione della differenziata che ogni famiglia fa. Perché il cittadino che con la raccolta crea un valore economico, ha il diritto di pagare di meno. L’altro aspetto della legge è quello della Responsabilità estesa del produttore, con cui si spinge a progettare oggetti in modo tale che possano avere un’altra vita ed entrino nel ciclo dell’economia circolare. Queste misure sono relativamente nuove. Vanno aiutate e sostenute, ma ci sono”.

Durante l’emergenza Covid-19, intanto, gli scaffali si sono riempiti di imballaggi. Secondo la Grande distribuzione i consumatori li ritengono più sicuri, dal punto di vista igienico, rispetto allo sfuso. Eppure studi scientifici non parlano affatto di una permanenza minore del virus sulla plastica.
“La grande distribuzione organizzata ha un ruolo essenziale. E questo è proprio il momento in cui mi aspetto che, anche con il supporto del ministero, si attivi in modo più che mai concreto sugli indicatori green, offrendo prodotti sostenibili fino in fondo, in tutte le fasi, nella produzione, nel trasporto e nella distribuzione. Anche perché oggi circa l’84% degli italiani ha una marcata attenzione al mercato ‘green’”.

Questo imprese e grande distribuzione lo hanno capito bene, stando alle campagne mediatiche incentrare sulla sostenibilità, vera o presunta.
“È così. Per questo è importante che sia il ministero dell’Ambiente a dare garanzia sulla effettiva sostenibilità dei progetti che anche le banche devono finanziare. E per questo vorremmo che la Grande distribuzione organizzata si impegnasse in un percorso come quello intrapreso con gli istituti di credito. In questa direzione va anche la costituzione del ‘Made Green Italy’ (lo schema certificativo nazionale sull’Impronta ambientale di prodotto, ndr), che dà tracciabilità e rintracciabilità di un prodotto fino a che non arriva nelle mani del consumatore”.

Nella provincia di Varese è entrato nella fase operativa il progetto Spesa Sballata, attraverso il quale 33 famiglie, in alcuni punti vendita di Carrefour e Coop, potranno fare la spesa senza contenitori usa e getta. La strada è questa oppure si tratta di iniziative destinate a rimanere isolate?
“Quella dell’effettiva riduzione degli imballaggi è la strada da percorrere senza alcun dubbio. Ed ecco perché abbiamo previsto incentivi per favorire la vendita di prodotti sfusi e alla spina”.

Poi è arrivato il Covid-19.
“È comprensibile che in questo momento alberghi la paura in molti di noi, l’incertezza. Ma non dobbiamo farci sopraffare da questa paura. Se sono garantito da un sistema che mi assicura che sto acquistando un prodotto sano e lo sto facendo in modo sicuro, non ho più bisogno di un imballaggio inquinante. Posso utilizzare un prodotto sfuso o anche semplicemente avvolto in una sottile pellicola che mi garantisce alcuni alimenti particolari. Nel mezzo di una pandemia sono stati messi in campo diversi strumenti, dal pacchetto sull’Economia circolare a quest’ultima sperimentazione che vede coinvolte le banche. Non dimentichiamo che il Covid-19 ha avuto un inizio e, speriamo presto, avrà anche una fine. Dobbiamo fare quel salto”.

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