“Con il prossimo dpcm, che fisserà le regole per il Natale, ci si vorrebbe fidare dei cittadini. Ma se poi il ritorno che abbiamo dopo il primo allentamento delle misure è questo…”. Achille Variati, il sottosegretario in quota Pd al ministero dell’Interno, ha ben impresse le immagini degli assembramenti che si sono verificati nei centri storici durante l’ultimo weekend, specie nelle città appena uscite dalla zona rossa. E non esclude che quei “comportamenti irresponsabili” ora possano “pesare” sul nuovo provvedimento a cui sta lavorando il governo. “La superficialità non è tanto di chi decide di andare a fare due passi in centro, a maggior ragione se sono stati riaperti i negozi, ma di chi non fa marcia indietro quando vede che c’è troppa gente”, commenta a Ilfattoquotidiano.it. Da un lato serve maggiore consapevolezza dei rischi da parte dei cittadini, quindi, ma dall’altro tocca alle istituzioni adottare le misure necessarie per evitare che scene del genere si ripetano. E Variati, che per 15 anni è stato sindaco di Vicenza (a inizio anni Novanta e poi dal 2008 al 2018), oltre che consigliere regionale in Veneto e presidente dell’Unione delle province, questo lo sa bene. “L’attuale dpcm prevede già che sindaci e Regioni possano intervenire, servono delle ordinanze locali“. Un esempio? “Sembra una banalità, ma prevedere dei sensi unici nelle vie dello shopping aiuterebbe a decongestionare i flussi”.

Sottosegretario, è davvero colpa dei cittadini?
“In un momento in cui la situazione epidemiologica del Paese è ancora grave, con le terapie intensive in difficoltà in molte Regioni, ed essendo ormai noto a tutti che il virus passa da polmone a polmone utilizzando gli assembramenti tra le persone, quei comportamenti a cui abbiamo assistito sono da irresponsabili. Suonano ancora più duri non solo nei confronti di medici e infermieri impegnati in prima linea negli ospedali, ma anche verso quelle attività economiche che stanno pagando un prezzo altissimo, come ristoranti e palestre. I loro sacrifici non vanno vanificati. Però va detta una cosa: è legittimo voler uscire dopo tante settimane di lockdown, soprattutto ieri con l’accensione delle luminarie natalizie in tante città che rappresentano quasi un momento di luce in un momento così buio. Il problema è quando ci si trova davanti a una folla di persone e si decide comunque di restare.

Anche le istituzioni però devono fare la loro parte. Cosa si può fare e a chi spetta decidere?
Quando il governo, ormai diverse settimane fa, ha dato a sindaci e Regioni il potere di emanare provvedimenti più restrittivi rispetto a quelli nazionali è anche perché sono loro a conoscere bene il territorio e a poter valutare le misure più efficaci in ogni circostanza. Viviamo in un Paese dove c’è chi chiede da anni maggiore autonomia, ma questo significa anche assumere decisioni che non portano consenso. Ora intendiamoci: noi non vogliamo tirarci indietro. Il Viminale si è schierato sin dal primo giorno al fianco dei sindaci, mettendo a disposizione la polizia di Stato. La collaborazione tra Stato e Comuni avviene soprattutto nel Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, di cui fanno parte anche il prefetto, il questore, i comandanti provinciali. È lì che vanno prese le decisioni.

Ad esempio?
Una soluzione per le vie dei negozi potrebbe essere quella di stabilire un senso unico di marcia. Magari è una banalità, però è già qualcosa: in questo modo si eviterebbe di incrociare i flussi e le forze dell’ordine riuscirebbero abbastanza agilmente a far rispettare l’obbligo. Per introdurlo, ad esempio di domenica, basta una disposizione del sindaco, supportata dalla polizia locale e magari dalle forze di polizia con l’aiuto del questore.

Non possono essere trovati anche dei deterrenti? Ad esempio una maggiore presenza degli agenti, il posizionamento di cartelli come in metropolitana.
Sicuramente, però va anche detto che le forze dell’ordine non possono misurare con il metro se le regole vengono rispettate. Di fronte a folle di cittadini in strade e piazze, gli agenti possono fare poco se non sono supportati da regole comunali o regionali.

Una proposta avanzata dal coordinatore del Cts Agostino Miozzo è quella di introdurre una sorta di “numero chiuso” alle vie dello shopping. Lei che è stato sindaco per tanti anni, cosa ne pensa?
Sulla carta è un’ottima idea, e magari in alcune città potrà essere recepita. Però in tante circostanze è difficile da realizzare. Spesso le vie dello shopping hanno molte strade che si intersecano, servirebbero dei check point degli agenti a ogni accesso, una comunicazione costante per sapere in tempo reale qual è l’afflusso di persone.

Il Viminale invece cosa ha intenzione di fare in vista delle festività?
Innanzitutto le cito un dato: ieri, proprio quando sono stati segnalati tanti assembramenti nelle città, sono stati controllati oltre 79mila cittadini e ne sono stati sanzionati 1.119 (ovviamente gli agenti tendono a rimproverare verbalmente chi non rispetta le regole, le sanzioni vere e proprie scattano quando le persone si rifiutano di rispettarle). 41 i cittadini che hanno violato l’obbligo di quarantena, perché positivi, e per cui è scattata anche la denuncia penale. Gli esercizi commerciali che sono stati controllati ammontano invece a quasi 15mila in un solo giorno. Una sessantina quelli chiusi o sanzionati. L’indicazione del ministero – in attesa che venga approvato il nuovo dpcm – è quella di rafforzare ulteriormente i controlli. Anche se bisogna tenere conto di tanti fattori.

In che senso?
Ci troviamo in una situazione molto complicata. I primi divieti sono scattati a febbraio-marzo, poi l’attenzione si è allentata durante l’estate e ora ne paghiamo le conseguenze. La gente è stanca, i commercianti chiedono maggiori libertà di accesso ai loro negozi. E’ chiaro che la salvaguardia della salute è la priorità, ma il governo è impegnato anche per garantire la sopravvivenza delle centinaia di migliaia di piccole aziende del nostro Paese. C’è un rischio di tensioni sociali che non possiamo trascurare, lo dimostra il fatto che di fronte alle varie manifestazioni di piazza che ci sono state in questi mesi il Viminale ha sempre cercato di evitare scontri. Non vogliamo esasperare gli animi, c’è un delicato equilibrio da mantenere.

Come sarà allora il nuovo dpcm?
È chiaro che ci si vorrebbe fidare dei cittadini, il cui rispetto delle regole ha permesso di contenere la curva epidemiologica e di arrivare a queste prime riaperture. Però se nella prima occasione di minima libertà – penso alle ex zone rosse come Lombardia e Piemonte, ma anche ad altre città – il ritorno che abbiamo è questo, c’è il rischio che comportamenti del genere possano pesare sul nuovo dpcm. In attesa delle regole definitive, al Viminale stiamo comunque elaborando un piano per arrivare preparati. Soprattutto nel caso in cui non ci si potrà muovere tra Regioni se non per giustificati motivi. Ci saranno controlli fortificati nelle stazioni, negli aeroporti, nei caselli autostradali. Controlli severi e razionalizzati su tutto il territorio nazionale.

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