Perché più di metà dei decessi da Covid avvengono in ospedale, ma non nei reparti di terapia intensiva, bensì in Malattie infettive o Pneumologia? La domanda è posta, implicitamente, dai dati che il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha fornito alla stampa, per rappresentare il quadro delle vittime che si sono registrate in regione dal 21 febbraio al 17 novembre. La terapia intensiva sembrerebbe essere l’ultima spiaggia dove si affronta lo scontro con la malattia. Ma non è così. L’elenco totale riguarda 3.056 persone. Di queste, ne sono deceduti in area critica 434, pari al 14,2 per cento. Molti di più sono quelli che si trovavano in altri reparti Covid: 1.719, pari al 56%. Praticamente una persona su due che poi non ce la farà, finisce all’ospedale, ma non in terapia intensiva. O perlomeno non è lì che avviene la morte. Il 23 per cento (698) sono invece deceduti nelle residenze per anziani, i restanti 465 a domicilio.

“Non pensiate che questi ultimi ce li siamo dimenticati a casa”, ha spiegato Zaia per allontanare il sospetto che il sistema sanitario abbia sottovalutato i sintomi. Si è trattato di una scelta dei medici, dettata dalle condizioni dei pazienti. Ma perché i decessi in terapia intensiva raggiungono appena un settimo del totale e un quarto di quelli avvenuti in altri reparti Covid? L’interrogativo è cruciale perché riguarda il modo con cui un paziente viene curato. Il dottor Ivo Tiberio, primario di terapia intensiva dell’ospedale di Padova, è responsabile delle unità critiche sia del nosocomio di via Giustiniani che nell’ospedale Sant’Antonio, ognuna con 18 letti. E spiega: “La domanda è corretta, ma la risposta è difficile, perché ogni ospedale ha la propria organizzazione assistenziale e bisognerebbe verificare le motivazioni per cui i deceduti erano in altri reparti. La spiegazione più ovvia è che non potessero migliorare anche se curati nell’unità critica, che l’accanimento fosse ormai inutile o che fossero giù curati con ossigenoterapia e ventilatori in altri reparti”.

Ma come si fa a stabilire qual è il trattamento più adeguato? “In via generale si seguono quattro criteri: la gravità della patologia di cui soffre il paziente; poi la cormobilità, ovvero la presenza di altre patologie; in terzo luogo il tempo di risposta al trattamento, che in genere è più breve se il paziente è più giovane, visto che reagisce meglio; infine, l’età”. Quindi gli anziani vengono ricoverati di meno in terapia intensiva? “L’età da sola non è un criterio per includere o escludere dalle unità critiche, però a seconda dell’età variano anche le possibilità di sopravvivenza”.

Non è un criterio assoluto, spiega il dottor Tiberio, ma una combinazione di elementi. “L’età è un fattore di rischio. Ma io ho intubato ed estubato un paziente di 86 anni. Quindi bisogna considerare la risposta del malato ai trattamenti”. Nei due reparti padovani il primario ha registrato una mortalità del 18 per cento durante la prima ondata, del 7-8 per cento nella recrudescenza più recente. “Valuto che ci si assesterà su una media del 12-13 per cento. L’andamento del secondo periodo è stato diverso da quello primaverile e da noi è cominciato il 4 luglio con un primo di caso di un uomo di 57 anni. Inizialmente, d’estate, hanno cominciato ad arrivare persone più giovani – quarantenni e cinquantenni – perché hanno una vita di relazione sociale più intensa degli anziani”. Ed è per questo, secondo il primario, che “il tasso di mortalità dopo la seconda esplosione è stato più basso del primo”. Il contagio, sempre secondo Tiberio, è da ricondurre anche agli spostamenti estivi. “Ma adesso l’età dei ricoverati si sta alzando, quindi prevediamo che cresca anche la percentuale di decessi in terapia intensiva. E non dimentichiamo che non sempre è facile attribuire la causa della morte al Covid o ad altre patologie, respiratorie o cardiopatiche”.

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