Il Mondiale del 2010 come commissario tecnico dell’Argentina si è concluso malamente. La Seleccion di Diego Maradona è sconfitta 4-0 dalla Germania ai quarti di finale, tre settimane dopo la Federazione non gli rinnova il contratto. Da allora le esperienze da allenatore, ruolo in cui Maradona non è mai stato perfettamente in parte soprattutto considerando cos’è stato il Diego calciatore, si sono sviluppate in luoghi di secondo piano calcistico. Fino allo scorso settembre quando torna a lavorare in Argentina con il Gimnasia La Plata, che gli dà la possibilità di un inconsapevole tour d’addio lungo tredici mesi.

Dopo l’avventura con la Nazionale viene ingaggiato da un club degli Emirati Arabi. È il maggio 2011 e firma per Al-Wasl di Dubai. Perde la finale di Coppa dei Campioni del Golfo ai calci di rigore e dopo un anno se ne va. Tornerà ad allenare soltanto dopo cinque stagioni. Ancora Arabia, questa volta il club si chiama Al-Fujairah e non gioca nemmeno nella massima serie. Diego non riesce ad ottenere la promozione. L’anno successivo, siamo ormai nel 2018, diventa il tecnico dei Dorados, una squadra di Culiacan, città di Sinaloa in Messico. Pure questa è serie B. Ci realizzano una serie tv per Netflix, “Maradona in Messico” dura una sola stagione in 7 episodi. È perennemente sovrappeso, ha evidenti guai fisici che lo limitano negli spostamenti, spesso sembra confuso, ma Maradona viene ancora venduto come un personaggio. Sono gli uomini del suo staff a lavorare sul campo, lui ci mette il carisma. Non basta per la promozione dei Dorados nella A messicana. Torna quindi a Buenos Aires. Nell’estate del 2019 arrivano i primi contatti con club del futbol argentino. In settembre accetta l’offerta del Gimnasia, squadra di La Plata che se la sta passando davvero male e rischia la retrocessione. È ultima. Maradona in panchina fa bene sicuramente alla casse della società.

Il giorno dopo la sua scomparsa, l’ultimo anno di vita di Maradona sembra una specie di tour d’addio nei vari stadi d’Argentina. Parti di commedia e di tragedia che si intrecciano in un unico atto. Al suo primo allenamento Maradona è accolto da oltre 20mila tifosi del Gimnasia. Dopo tre sconfitte, la prima vittoria arriva sul campo del Godoy Cruz, dove i tifosi avversari lo omaggiano con un gigantesco striscione in cui le immagini di Diego, Messi e Papa Francesco vengono definite “orgoglio nazionale”. Maradona poi torna a Rosario, al Newell’s ha giocato nei Novanta. Anche qui, nel giorno del suo 59esimo compleanno, è accolto in maniera eccezionale e lo fanno accomodare come un re sul trono.

Dal 2013 in Argentina non è permesso ai tifosi ospiti di entrare allo stadio. Quando il Gimnasia va in trasferta, in ogni campo el Diez riceve applausi e standing ovation dagli avversari. A marzo scorso l’apoteosi. Alla Bombonera, la cattedrale del suo amato Boca, lo trattano come l’idolo assoluto qual è. Cori, una targa e un bacio stampato in bocca da Carlos Tevez, lo stesso che poi con un suo gol avrebbe regalato la vittoria al Boca e il conseguente titolo nazionale. Da allora a causa del coronavirus gli stadi sono chiusi per tutti gli spettatori.

L’ultima data del tour maradoniano è la più triste, nel giorno del suo 60esimo compleanno. Forse si poteva evitare. È il 30 ottobre scorso, il Gimnasia gioca in casa con il Patronato. Lo stadio è deserto. “Buon cumple Diego” recitano gli striscioni veri e digitali. Lui entra in campo con la mascherina nera del club e un cappellino calato in testa. Sorretto da due uomini, cammina a fatica, i movimenti sono lenti. Diego è stanco, ma l’orgoglio e la generosità all’uomo non sono mai mancati. “Maestro, io metto la mano sul fuoco per il tuo coraggio”, aveva scritto anni fa il suo ex compagno Jorge Valdano. Quando le immagini della presunta festa sono arrivate in Italia il 30 ottobre sono sembrate subito molto tristi, oggi invece provocano dolore.

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