Finalmente, come avevo proposto in diversi post di qualche anno fa, i platform workers cominciano ad essere inquadrati come lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, con tutto ciò che questo comporta. La notizia è di lunedì. Per la prima volta in Italia, in una sentenza storica, un tribunale italiano riconosce il rapporto di lavoro subordinato, a tempo pieno e indeterminato per un ciclo-fattorino addetto alla consegna a domicilio di cibo.

È il caso di Marco Tuttolomondo, ciclo-fattorino palermitano di 49 anni del marchio del food delivery dal nome Glovo. L’uomo, in forze alla multinazionale spagnola da due anni, era stato sospeso dal servizio senza motivazione per alcune contestazioni che aveva fatto relativamente al pagamento dei propri servizi e, a quanto pare, in concomitanza con la sua iscrizione al sindacato. In realtà la sospensione dal servizio equivale ad un licenziamento per lavoratori che non hanno un contratto stabile.

Il giudice del lavoro, Paola Marino, chiamato in causa dal lavoratore, ha disposto non solo la reintegra sul posto di lavoro, ma l’obbligo di convertire il contratto da atipico in contratto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato, con uno stipendio orario, anziché a cottimo, e calcolato secondo i parametri previsti dal contratto di categoria, che in questo caso è quello del Terziario, della distribuzione e dei servizi.

Inoltre, il giudice ha anche disposto un risarcimento per compensare il ciclo-fattorino per il danno subito in termini di mancato guadagno come differenza fra lo stipendio cui avrebbe avuto diritto come lavoratore subordinato per essere inquadrato invece come lavoratore autonomo.

Si tratta di una notizia importante non solo per il lavoratore che aveva fatto causa, ma anche per le migliaia di persone che in tutto il paese svolgono ormai questo lavoro in modo più o meno stabile. Adesso anche gli altri riders potranno ricorrere al giudice per vedere rispettati i loro diritti in base a questo precedente giurisprudenziale.

È da notare che l’iniziativa è stata presa da un non giovanissimo (49 anni), poiché forse i più giovani hanno meno coraggio e sono meno abituati a difendere i propri diritti di coloro che hanno un’età più avanzata.

Inoltre, va sottolineato il ruolo importante, fondamentale, in questi casi del sindacato. Senza il supporto della Cgil che ha indicato al lavoratore la strada da seguire probabilmente non si sarebbe raggiunto questo risultato. Ciò va notato, poiché ormai prevale la vulgata neoliberista secondo cui i sindacati sono inutili, anzi sono contro i diritti dei lavoratori. Non è così evidentemente, anzi, se c’è una diffusione dei working poor, del caporalato e di altre forme drammatiche di sfruttamento del lavoro, uno dei motivi è anche la scarsa sindacalizzazione dei lavoratori.

Ora che la magistratura ha per una volta anticipato il legislatore, è il momento che il legislatore faccia la sua parte e adotti al più presto una legge in proposito. È assurdo che, nonostante i tanti proclami di diversi politici appartenenti a diversi partiti non si sia ancora proceduto in questa direzione. Si spera vivamente che questo episodio faccia dare priorità ad un intervento di riordino della materia che sia coraggioso e riconosca in tutto e per tutto il ruolo di lavoratori subordinati a tempo indeterminato di queste nuove figure professionali.

La diffusione della consegna a domicilio, favorita dall’esplosione degli acquisti online, durante la crisi pandemica rende un intervento legislativo complessivo ancora più urgente, poiché è probabile che questo tipo di lavoratori aumenterà di numero in maniera cospicua e stabile anche dopo la fine della pandemia.

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“Sentenza molte forte, ho ricevuto il giusto rispetto”: parla il primo rider assunto in Italia

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